Il teatro libero di Rezzamastrella pensa agli Usa

"Pitecus", spettacolo del 1995, presentato a New York per la prima volta. Il "piacere dell'incognito" porta Antonio Rezza e Flavia Mastrella a voler scoprire come i loro lavori "distorti e aberranti" possano essere accolti Oltreoceano

Il teatro di Rezzamastrella abita fuori dal teatro. È corpo, parola, arte figurativa: un "teatro involontario" senza attore e senza scenografia. Una "lotta estetica" in cui Antonio Rezza non è un attore, ma un congegno che si muove nell'habitat (appunto, non una scenografia) creato da Flavia Mastrella. Tutto questo si vede bene in "Pitecus", lo spettacolo del 1995 che il leggendario duo non teatrale del nostro teatro ha appena portato in scena a New York con il sostegno di Umanism, un'agenzia culturale fondata dagli italiani Valeria Orani, Tommaso Spinelli e Marco Calvani che ha l'obiettivo di far conoscere gli artisti europei in America.

È un incanto vedere come una performance di ventun anni fa, recitata in italiano (con i sottotitoli) davanti a un pubblico anglofono possa essere ancora dirompente. Forse perché non c'è nessun tempo né nessuna nazionalità da servire, ma tutto fluttua in una cosa più grande che è l'arte. "Quello che facciamo è per tutti i paesi, i posti, le culture. Noi non siamo italiani, nel senso che il primo elemento da disprezzare in un artista è la sua provenienza: non esistono artisti italiani, francesi, americani, esiste l'artista, e basta", ci hanno detto Rezza e Mastrella alla fine dello spettacolo. "La provenienza è una trappola: siamo figli del mondo, e il mondo è tutto uguale a livello interiore". E magari è per questo che la loro arte disubbidiente, che in Pitecus è fatta di tanti piccoli episodi che si spostano attraverso la voce e il corpo di Antonio Rezza dentro i micro mondi di stoffa creati da Flavia Mastrella, incatena alla sedia. Perché se siamo tutti uguali a livello interiore allora un certo spavento, un certo dolore, certe risate, sono materia comune. Del resto a ispirare a Mastrella i buchi in cui Rezza inserisce il volto, e da cui ci apre uno squarcio su pochi minuti della vita di un personaggio, sono i tagli di Lucio Fontana: tagli in cui a contare davvero non è il taglio, ma la dimensione infinita che c'è dietro, il mondo nascosto, la potenza di ciò che non vediamo. E quella cosa diventa ancora più potente proprio perché qui lo squarcio non è via di fuga, ma un lucernario affacciato su un insieme scomposto di sofferenze possibili: il solitario che si rintana in casa e non apre più la porta, la famiglia infelice, Giovanna d'Arco che brucia sul rogo, l'uomo che si automutila per denaro e con quel denaro deciderà poi di comprare degli arti. Come tutto questo riesca a far ridere è un mistero, eppure succede: si ride per inquietudine e anche per sincero divertimento. Si ride sperando di essere molto lontani da quei piccoli squarci su mondi infelici, o forse proprio sapendo che non c'è scampo.

"Nei nostri spettacoli c'è una visione distorta, aberrante, aberrata", ci dice Flavia Mastrella. "E quello che abbiamo fatto dopo ha una complessità superiore a questa di cento volte", prosegue Antonio Rezza. "Siamo contenti che Pitecus piaccia così tanto qui perché sappiamo che le cose successive sono ancora più travolgenti, e ci piacerebbe scoprire come potrebbero essere accolte". Il fatto di andare in scena in un altro paese e in un'altra lingua (Rezza ha recitato in italiano, ma alla fine ha fatto il bis di un episodio in inglese) porta in dono, a detta loro, "il piacere dell'incognito, ovvero una cosa che noi cerchiamo continuamente, ma che è sempre più difficile da trovare".

Gli spettacoli del duo (che sono solo una delle loro espressioni, visto che fanno e hanno fatto molto cinema, installazioni, performance televisive) hanno una lunga gestazione. Prima Antonio Rezza improvvisa di fronte a Massimo Camilli, che lo assiste nella creazione del parlato. Separatamente, Flavia Mastrella lavora agli habitat, che sono arte figurativa, più che scenografie (e in effetti all'inizio le loro esibizioni avvenivano nelle gallerie d'arte, non nei teatri). Quando queste due prospettive convergono, nasce il primo germoglio di quella che poi diventerà la performance: Rezza da quel momento in poi vive e si muove dentro quegli habitat per circa un anno, e buona parte di ciò che era stato provato e preparato prima che arrivasse lo spazio viene buttato, e si ricomincia da capo. Da lì, si lavora "a togliere i riferimenti oggettivi". Non esiste testo: nessuno spettacolo viene mai scritto (infatti le brochure recano la precisazione "mai scritto da Antonio Rezza"), ma è invece un insieme di linguaggio, corpo e improvvisazione. Una volta pronto, viene montato come un film. "Il nostro è cinema, più che teatro", dice Rezza. L'obiettivo è scuotere e spiazzare: il pubblico, la critica, e anche e soprattutto se stessi, perché "gli attori sono servi del personaggio, mentre io sono libero". Quanto alla decisione di dire di no ai fondi ministeriali per l'arte, ci sono, spiegano, due motivi. Il primo è "un rifiuto del potere in ogni sua manifestazione". E il secondo è la consapevolezza che la mancanza di fondi sicuri li costringe "a non essere pigri e a fare sempre un lavoro bello, perché l'unica cosa a cui dobbiamo onestà sono i nostri occhi, e davanti ai nostri occhi non possiamo permetterci di sfigurare".

Ad Antonio Rezza e Flavia Mastrella, che prima di essere un duo e basta sono stati anche, per dieci anni, una coppia nella vita ("ci siamo innamorati, poi ci siamo lasciati: il quotidiano distrugge ogni realtà, ma il bene si è trasformato ed è rimasto"), facciamo un'ultima domanda: ci interessa capire da dove nasca, secondo la loro personale esperienza, l'arte. Se ad alimentarla possa essere ogni tanto la felicità, oppure sempre e solo la disperazione. "La disperazione non genera niente. A nutrire l'arte sono la rabbia e l'Ideale", ci rispondono. "La rabbia è molto importante. La rabbia intesa come violenza verso i giusti obiettivi".

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