“Vorrei essere architetto in un'altra nazione per poter donare serenità e tranquillità alla mia famiglia”. E’ il sogno di Massimo C., che ha ascoltato la storia del camionista Giovanni Paolo Facchinetti e, come tanti altri, ci ha scritto, spiegando che anche lui vorrebbe iniziare una vita diversa, in America.
Massimo C. lavora a Milano come architetto, ha 40 anni, due bambini piccoli, ma andare avanti non è facile. "Lavoro in uno studio tecnico - racconta nella sua e-mail-, sono iscritto all'Ordine degli Architetti, ho partita Iva e percepisco 1.200 euro lordi al mese, tolta l'Iva, tolte le tasse, tolte le spese per la previdenza, mi rimane un netto inferiore i 600 euro. Ogni mese prego di riuscire ad arrivare al giorno 31. Non è giusto vivere così". Per questo pensa all'America e quando ha sentito Mario Platero intervistare Giovanni Paolo Facchinetti su Radio24, gli è sembrato di sentire le sue stesse ansie i suoi stessi desideri.
“Il signor Facchinetti – dice Massimo - ha trasmesso pienamente tutto l'entusiasmo e la voglia di cambiamento che nutre e, in piccolo, ha rappresentato anche me e tutti quelli che sono davvero stufi di vivere in un paese corrotto e senza speranza di riuscire nella vita, solo con i propri mezzi e non grazie alle conoscenze”.
Ci ha chiesto “di poter ricevere link o notizie utili per poter affacciarmi all'ambitoedilizio/architettonico e soptattutto lavorativo in USA”. Per questo abbiamo parlato di quello che vuol dire fare l’architetto negli Stati Uniti con professionisti italiani che negli Stati Uniti hanno costruito la propria carriera. I loro interventi saranno pubblicati in questi giorni.
Abbiamo chiesto spiegazioni a Douglas Steidl direttore del College of Architecture & Environmental Design alla Kent State University. Nonostante metta in guardia riguardo la disoccupazione che ha colpito questo settore come molti altri, Steidl spiega anche che gli architetti “specializzati in edifici altamente tecnologici sono quelli che hanno le maggiori opportunità lavorative al momento”.
Ci vogliono anni di studio e lavoro per potersi registrare negli albi statali. “Bisogna - spiega Steidl - seguire una procesura in tre passaggi: ottere un diploma di architettura accreditato dal National Architectural Accrediting Board (NAAB), completare l’Intern Development Program (IDP), un periodo di tirocinio amministrato dal National Council of Architectural Registration Boards (NCARB), e infine passare le sette parti dell’Architectural Registration Examination, gestito dal NCARB”. L’architetto può infine iscriversi nel registro dello stato di residenza. Dalla laurea alla registrazione a tutti gli effetti, passano circa 3 anni e mezzo, spiega Steidl, durante cui “i laureati lavorano in uno studio professionale con uno stipendio medio che generalmente è tra i $40,000 e i $45,000 all’anno”.
“Per la maggior parte degli architetti stranieri – prosegue Steidl- l’unica via per registrarsi come architetti è fare domanda per essere accreditati al NCARCB. Questo è possibile se si ha lavorato per un lungo periodo di tempo nel paese di provenienza gestendo la responsabilità di uno studio”.
L’alternativa è ricominciare pressochè da zero. Nella pratica, spiegano molti professionisti che abbiamo sentito, la registrazione nazionale è necessaria per firmare progetti e averne responsabilità legale, ma averla non è necessario per fare esperienze, anche importanti.
David Perri, che in Italia ha lavorato per studi quali quelli di Massimiliano Fuksas e Flavio Albanese, racconta che con una solida esperienza italiana per lui è stato possibile ottenere lavoro presso lo studio Rafael Vinoly a Los Angeles, dove è rimasto per due anni. “Ho avuto foruna, mi chiamarono il giorno dopo aver mandato il curriculm. Ho fatto il colloquio in una settimana e in 20 giorni mi hanno assunto”. I tempi si allungarono di un paio di mesi, per le procedure per il visto.
A chi, come Massimo C., sogna l’America, Perri dà consigli concreti: "Bisogna cercare bene gli studi a cui si può essere interessati e scrivere direttamente ai titolari. Negli USA rispondono alle e-mail e se gli interessi ti contatteranno. Ovviamente bisogna mandare cover letter convincenti spiegando perché si e' la persona giusta. Non si può scrivere solo una riga dicendo che si allega il curriculum. Il portfolio va curato molto bene, come immagini, render, dati. Agli americani piacciono i dettagli sia tecnici che estetici".
Se si lavora in uno studio e si accetta di non firmare progetti in prima persona, non è necessario aver fatto il complesso esame di stato, spiega Perri. Il sogno si può avverare dunque. Naturalmente servono tante ricerche per trovare lo studio più adatto alle proprie competenze (qui la lista dei top 100 studi negli USA secondo Architecture Magazine). E poi decisione per andare fino in fondo e fare il grande balzo verso l’America.














