In tribunale, Facebook dà la colpa agli utenti: "Avete distrutto voi la vostra privacy"

Pubblicamente, Zuckerberg dà molta importanza alla difesa della privacy degli iscritti, ma in tribunale si difende affermando che sul social network la riservatezza non esiste
AP

Nell'aprile 2018, il Ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, si sedette davanti ai membri delle due Camere statunitensi, a cui disse che la sua società rispettava la privacy dei circa due miliardi di utenti. Zuckerberg menzionò la privacy più di due decine di volte, come quando disse alle commissioni di Giustizia e del Commercio del Senato che "abbiamo una responsabilità più ampia sulla protezione della privacy delle persone, che va oltre" le regole stabilite dall'autorità per la difesa della riservatezza. Davanti alla commissione Energia e Commercio della Camera, dichiarò: "Crediamo che tutti, nel mondo, abbiano diritto al controllo della privacy". Un anno dopo, Zuckerberg ha affermato in alcune interviste di voler ricostruire la sua società intorno alla difesa della riservatezza.

Solo un mese dopo la sua "visione focalizzata sulla protezione della privacy", espressa da Zuckerberg in un post di 3.000 parole apparso sul social network da lui fondato, i suoi avvocati hanno spiegato a un giudice della California che la privacy su Facebook non esiste.

In aula, secondo quanto scritto da Law360 e poi riportato da The Intercept in base alle trascrizioni, gli avvocati di Facebook hanno affermato che le accuse di invasione della privacy degli utenti che hanno fatto causa, perché i loro dati personali sul social network sono stati forniti senza il loro consenso alla società Cambridge Analytica e successivamente ai consiglieri della campagna elettorale di Donald Trump, sono "nulle" perché gli utenti di Facebook non hanno alcuna aspettativa sulla difesa della privacy sul social network. Il semplice atto di usare Facebook, ha detto l'avvocato Orin Snyder - secondo la trascrizione del suo discorso - nega qualsiasi aspettativa di riservatezza degli utenti: "Non c'è nessun interesse alla privacy, perché la condivisione su un social network, con centinaia di persone, di informazioni private, nega qualsiasi ragionevole aspettativa di privacy". Una parte terza non può violare quello che tu stesso hai distrutto, è la linea difensiva di Facebook.

Il giudice non è sembrato convinto dalla difesa e ha respinto l'idea di rappresentare il trattamento della privacy come binario: "Se condivido delle informazioni con 10 persone, questo non elimina le mie aspettative di privacy. Le potrebbe diminuire, ma non le elimina. Se condivido qualcosa con dieci persone credendo che l'entità che mi sta aiutando a condividerla non la diffonderà a migliaia di società, non capisco perché non dovrei avere delle aspettative, e perché [la diffusione a terzi] non sia una violazione della mia aspettativa di privacy".

La difesa di Facebook, però, ha continuato a procedere sullo stesso binario. "Se vuoi davvero che qualcosa resti privato, usa Facebook come archivio, impostalo come visibile solo a te". "L'intera premessa di Facebook e dei social media è di rendere non privato quello che ti piace, quello che non ti piace, quello che pensi. Se pubblico una foto è per dirlo alle persone, non per tenerlo privato". Una difesa, quella di Facebook, quantomeno strana, visto che il social network ha pubblicato un regolamento piuttosto dettagliato sulla privacy, dove c'è scritto, per esempio: "Ti diamo il controllo della tua privacy". Parole che contrastano, e sanno di beffa, rispetto a quelle di Snyder, in aula: "Una volta che condividi le informazioni, ne perdi il controllo".

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