Incontrare o non incontrare Trump? Il nuovo dubbio per i campioni dello sport

Sei giocatori dei New England Patriots hanno già detto che non andranno alla Casa Bianca. Il problema se lo stanno già ponendo all'Università del Connecticut, visto che la squadra di basket femminile potrebbe vincere il quinto titolo consecutivo

Un viaggio alla Casa Bianca, con la cerimoniale consegna di una maglia al presidente, è da tempo un riconoscimento per i campioni dello sport e delle squadre vincitrici di un campionato. Ma la frattura senza precedenti che si è creata negli Stati Uniti con l'elezione alla presidenza di Donald Trump ha stimolato una partecipazione di atleti e allenatori ai movimenti di protesta come non si vedeva dai tempi della guerra in Vietnam.

Breanna Stewart, ex stella di pallacanestro delle Connecticut Huskies, la squadra dell'Università del Connecticut, con cui lo scorso aprile ha vinto il quarto titolo consecutivo Ncaa, si è unita alla protesta all'aeroporto di Los Angeles contro il divieto di ingresso nel Paese per i rifugiati e i cittadini di sette Paesi musulmani voluto da Trump, poi bocciato in tribunale. Sei membri dei New England Patriots, che hanno appena vinto il campionato di football americano (Nfl), hanno già detto che non parteciperanno al tradizionale incontro alla Casa Bianca, che non è stato ancora messo in agenda.

Coach Luigi 'Geno' Auriemma, l'allenatore italoamericano che ha fatto vincere alla UConn undici titoli femminili Ncaa, un'impresa senza precedenti, e ha portato al successo la nazionale statunitense femminile in tre Olimpiadi e due Mondiali, ha ricevuto una domanda a cui non aveva mai dovuto rispondere da quando la sua squadra ha cominciato a vincere titoli nel 1995, durante il primo mandato alla Casa Bianca di Bill Clinton: qualche componente delle Huskies si rifiuterebbe di incontrare il presidente, nel caso la squadra dovesse vincere il suo dodicesimo titolo?

"Il fatto che, per tutti gli undici campionati vinti, nessuno mi abbia posto questa domanda dice qualcosa di dove siamo finiti" come Paese, ha detto Auriemma al New York Times. "Lascia perdere la risposta. Il fatto stesso che non me l'abbiano mai posta significa che sta succedendo qualcosa che non è normale".

UConn ha vinto 100 partite consecutive dal 2014 ed è ancora la favorita per il prossimo titolo; per questo, giocatrici, allenatori e manager stanno già discutendo la possibilità di non celebrare l'eventuale vittoria alla Casa Bianca. Prima ancora che vincesse Trump, le giocatrici dicevano tra loro, scherzando: "Non andremo, se vincerà lui" ha raccontato Napheesa Collier, giocatrice delle Huskies. "Ora che è successo, se vinceremo, non so cosa farà ognuna di noi". La squadra, secondo Stewart e un'altra ex giocatrice, Maya Moore, prenderà una decisione collettiva. Gabba Williams, attuale giocatrice, la pensa allo stesso modo: "È quello che abbiamo costruito qui. Qualsiasi cosa faremo, sarà il frutto di una decisione collettiva".

Per Auriemma, il dilemma è conciliare il rispetto per il ruolo del presidente e la possibilità che alcune giocatrici possano non voler incontrare Trump, sentendo di non essere le benvenute per le posizioni espresse dal miliardario su donne, minoranze, musulmani e immigrati. "Se saremo abbastanza fortunati da vincere e le giocatrici verranno a dire 'Sentite, io non vengo', si tratterebbe di qualcosa con cui non abbiamo mai avuto a che fare prima". "Cosa fare come coach?" si è chiesto Auriemma. "Siamo in un mondo che pochi avrebbero immaginato cinque anni fa". "Non so cosa farei - ha aggiunto - è una bella domanda".

Non c'è nemmeno fretta di rispondere, nessuna necessità di attraversare il punto di non ritorno. "Non oltrepasserò il Rubicone. Quello era Giulio Cesare. Una volta che il tuo esercito ha oltrepassato quel fiume, sei un nemico dello Stato" ha detto l'allenatore, nato nel 1954 a Montella, in provincia di Avellino, ed emigrato con la famiglia in Pennsylvania quando aveva sette anni.

Auriemma non è un sostenitore di Trump e lo ha reso chiaro a tutti la scorsa estate, durante le Olimpiadi di Rio de Janeiro. Alla domanda se il dominio degli Stati Uniti fosse positivo per il basket femminile (la nazionale ha vinto il sesto oro olimpico consecutivo), ha risposto ai giornalisti: "Viviamo in un'era trumpiana dove va bene essere sessisti e umiliare le persone brave, solo perché sono del sesso opposto". Mesi dopo, ha espresso il suo choc per l'elezione di Trump alla Casa Bianca.

Rinunciare a incontrare il presidente degli Stati Uniti, a prescindere dalle politiche che attua, non è una decisione da prendere a cuor leggero, ha spiegato Auriemma. "Per farlo, devi avere delle convinzioni personali molto forti e noi abbiamo alcune giocatrici molto attive sui temi sociali", vista anche la presenza di giocatrici di origini etniche e culturali diverse. Ma Auriemma è il rappresentante più conosciuto della principale università pubblica del Connecticut e ha vissuto la tradizione storia di successo di un immigrato, diventando ricco e famoso, e anche questo avrà un peso nella decisione. Ha parlato con reverenza della presidenza degli Stati Uniti, definita un simbolo senza eguali per il Paese; saranno le politiche di Trump e il parquet di basket a decidere se Auriemma e UConn andranno alla Casa Bianca, ancora una volta.

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