Italia: Fmi peggiora stime su deficit e debito, più tasse su patrimoni e immobili

L'istituto di Washington consiglia una riduzione ulteriore del cuneo fiscale. Anche grazie al nostro Paese, stop all'austerità nelle economie avanzate e politica fiscale espansiva in Eurozona nel 2017

Peggiorando le stime su deficit e debito negli anni a venire, il Fondo monetario internazionale preme affinché l'Italia riduca ulteriormente il cuneo fiscale e ricorra a tasse su patrimoni e immobili (il governo Renzi aveva eliminato l'Imu sulla prima casa). Il nostro Paese viene citato dall'istituto di Washington tra quelli che hanno contribuito a mettere fine all'austerità nelle economie avanzate. E grazie anche all'Italia, la politica fiscale nell'Eurozona per il 2017 dovrebbe rimanere espansiva. Inoltre, dice il Fondo, le elezioni in Francia e Germania e magari anche nella nostra nazione potrebbero cambiare il quadro fiscale, ancora alle prese con rischi elevati a causa soprattutto dell'incertezza legata alla politica economica della nuova amministrazione Usa.

C'è spazio per ridurre ulteriormente il cuneo fiscale
Nel Fiscal Monitor, rapporto pubblicato oggi nell'ambito dei lavori primaverili in corso a Washington, si legge che "in Francia e in Italia c'è spazio per un ulteriore riduzione del cuneo fiscale per migliorare gli incentivi al lavoro". In generale, il Fondo spiega che nelle economie avanzate con una popolazione in calo come Italia, Germania e Giappone "un uso più intenso delle politiche attive del mercato del lavoro e misure mirate di spesa per gruppi specifici di lavoratori come donne e migranti" potrebbe essere positivo. Come esempio viene citata una maggiore assistenza all'infanzia.

Migliorare e usare di più tasse su patrimoni e immobili
Secondo il Fondo, in molti Paesi tra cui Italia, Irlanda e Olanda "c'è spazio affinché si possa fare un uso maggiore e si possa migliorare la messa a punto delle tasse su patrimoni e immobili oltre che sui redditi". Secondo il Fondo, "le tasse basate sul valore degli immobili non sono soltanto fonti efficienti di entrate ma sono anche progressive dal momento che generalmente la ricchezza si concentra nelle famiglie ad alto reddito". Il Fondo sostiene che l'Italia "dovrebbe razionalizzare le sue spese fiscali relativamente ampie, ampliare la base imponibile e creare un sistema moderni di tasse immobiliari".

Austerità finita nel 2016 grazie a Italia, Spagna e Usa
Nel nostro Paese migliorare mix di politiche pro-crescita Se nelle economie avanzate l'austerità è finita è merito soprattutto di Italia, Spagna e Stati Uniti. E' quanto emerge dal Fiscal Monitor. In esso si legge che "le economie avanzate hanno allentato la loro posizione fiscale di un quinto di un punto percentuale del Pil nel 2016, mettendo fine a un trend di un consolidamento fiscale graduale. I Paesi che hanno principalmente contribuito a quel cambiamento sono stati Italia, Spagna e Stati Uniti e, in misura minore, Canada e Germania". Il rapporto tra debito e Pil nelle economie avanzate è salito di circa il 2% nel 2016, spiega il Fondo, raggiungendo il 107,6% del Pil e si prevede che resti elevato e relativamente piatto nel medio termine (diversamente dalle stime del Fiscal Monitor dell'aprile 2016 che presupponevano un declino costante e moderato). A spiegare l'allentamento fiscale è il "sostegno alla ripresa in un contesto di incertezze accentuate in merito alle prospettive economiche", recita il documento secondo cui "i Paesi in cui la crescita di breve termine e l'occupazione sono stati fattori cruciali includono Italia, Spagna e Usa". Prendendo in considerazione una prospettiva di lungo termine, "vale la pena sottolineare che la politica fiscale è diventata gradualmente anticiclica nelle economie avanzate negli ultimi 20 anni". In Italia, conclude il Fondo, "un aggiustamento fiscale uniforme insieme a una composizione migliore del mix di politiche pro-crescita nel breve termine continueranno a sostenere la ripresa aumentando la credibilità dell'aggiustamento" fiscale.

Fmi peggiora stime su debito/Pil dal 2017 al 2021
Dopo avere chiuso il 2016 al 132,6%, il debito pubblico in rapporto al Pil raggiungerà quest'anno in Italia il 132,8% per poi scendere al 131,6% nel 2018 e continuare gradualmente al ribasso fino al 2022. E' quanto emerge dalle tabelle del Fiscal Monitor. Da esso si evince che se per l'anno scorso c'è stato un miglioramento dello 0,4% rispetto alle stime contenute nel Fiscal Monitor di un anno fa, per il 2017 c'è stato un peggioramento dell'1,1% e per il 2018 del 2,1%. L'istituto guidato da Christine Lagarde stima per il 2019 un dato al 129,4% (più alto rispetto al 126,8% previsto nell'aprile 2016), per il 2020 al 126,8% (la stima era al 124,2% lo scorso anno), per il 2021 al 124,1% del Pil (dal 121,6%) e per il 2022 - ultimo anno disponibile nella nuova tabella - al 121,3%. Per il 2016, tra le economie avanzate ad avere fatto peggio dell'Italia secondo il Fondo è stato ancora una volta il Giappone con un debito/Pil al 239,2% seguito di nuovo dalla Grecia (181,3%). A fare leggermente meglio del nostro Paese c'è stato nuovamente il Portogallo (130,3%). Nel 2017 il debito/Pil a Tokyo è atteso invariato sull'anno precedente (meglio dei calcoli di un anno fa per un dato al 250,9%) e a Lisbona al 128,6% (dal 127,3% stimato 12 mesi fa).

Fmi peggiora stime defict/Pil, pareggio slitta di due anni al 2022
Il Fondo monetario internazionale ha peggiorato le sue stime sul rapporto tra il deficit e il Pil in Italia dal 2017 fino al 2021. E' quanto emerge da un confronto delle tabelle del Fiscal Monitor. Come già anticipato nel World Economic Outlook diffuso ieri, il deficit/Pil nell'anno in corso dovrebbe attestarsi al 2,4%, come visto nel 2016. Nel 2018 il dato è atteso all'1,4%. Il punto è che un anno fa il Fondo si aspettava per l'anno in corso un deficit/Pil più basso dello 0,8% e per il prossimo più contenuto dello 0,9%. Il dato del 2016 è risultato invece migliore dello 0,3% rispetto ai calcoli di 12 mesi fa. Diversamende dal Weo, il Fiscal Monitor fornisce le differenze con i calcoli passati e anche le previsioni anche per gli anni dal 2019 al 2021 e non solo per il 2022 (quando già ieri si sapeva che ci sarebbe stato un pareggio di bilancio). Dal Fiscal Monitor odierno si apprende che il pareggio è slittato di due anni rispetto alle previsioni dell'aprile 2016, quando l'Fmi prevedeva il raggiungimento di un pareggio nel 2020 e un suo mantenimento nel 2021. Per il 2019 è atteso un deficit/Pil allo 0,7% e non più allo 0,2%; per il 2020 il dato è previsto allo 0,2% e per il 2021 allo 0,1%.

Fmi posticipa dal 2018 al 2021 il pareggio strutturale di bilancio
Il Fondo monetario internazionale posticipa dal 2018 al 2021 un pareggio strutturale di bilancio per l'Italia. Se un anno fa l'istituto di Washington prevedeva a partire dal 2018 un pareggio strutturale, ora l'Fmi si aspetta un deficit dello 0,9% per quell'anno e un pareggio solo a partire dal nel 2021 (le stime si fermano al 2022). Nella tabella dedicata al "General Government Cyclically Adjusted Balance" - definizione usata dall'Fmi per indicare il bilancio del governo corretto per il ciclo economico, che include misure una tantum - si legge che per quest'anno è stimato un deficit strutturale pari all'1,6% del Pil, il doppio rispetto ai calcoli di 12 mesi fa, dopo un dato pari a un -1,2% nel 2016 (lo 0,2% in meno delle previsioni dell'aprile 2016). Il dato dovrebbe scendere a un -0,3% nel 2019. L'anno successivo è atteso un -0,1%.

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Padoan al prossimo governo: la strada delle riforme è quella giusta

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Visco: avanti con la crescita, ma senza dimenticare i vincoli

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Washington - E' essenziale che la crescita in Italia non subisca una battuta d'arresto. E che non si dimentichino i vincoli "formali e sostanziali" che vanno rispettati in termini di conti pubblici. E' questo il messaggio lanciato dal governatore di Banca d'Italia al futuro governo del nostro Paese, che non potrà non tenere conto del debito pubblico. Da Washington, dove si sono conclusi i lavori primaverili del Fondo monetario internazionale, Ignazio Visco si è detto "fiducioso" che nella futura classe dirigente italiana "ci sarà un grande senso di responsabilità nell'indirizzare la politica economica dei prossimi anni". La speranza è che chiunque sarà al governo prenda atto dei vincoli che "non si possono dimenticare" e di un debito che resta alto, anche se il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan si aspetta che scenda maggiormente tra il 2018 e il 2020 passando al 123,9% dal 131,8% del 2017.

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