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Sport e politica

Jack Johnson, il pugilato e una grazia che Obama non vuole concedere

Patrizio Cairoli
6 Marzo 2013, 10:55

Da schiavo a campione mondiale, simbolo dell'orgoglio razziale e icona del Black Power. Jack Johnson ha segnato un'epoca, per il pugilato e la comunità afroamericana, diventando il primo atleta di colore a conquistare il titolo dei pesi massimi (1908), cento anni prima dell'elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Ma la sua storia è anche quella di un uomo condannato a un anno di carcere per aver avuto relazioni amorose con donne bianche, che scontò dopo una fuga all'estero. Oggi, alcuni parlamentari chiedono al presidente Barack Obama di concedergli la grazia, come atto simbolico prer riconoscere l'ingiustizia di una pena inflitta per motivi razziali.

A spingere, di nuovo, per un atto del presidente sono i senatori Harry Reid, leader della maggioranza democratica, e il repubblicano John McCain, insieme ai deputati Peter King (repubblicano) e William "Mo" Cowan (democratico). "Jack Johnson fu un atleta leggendario, capace di definire un'era della boxe americana e di alzare l'asticella per tutti gli atleti americani" ha detto Reid. "La memoria di Johnson è stata ingiustamente macchiata da una condanna inflitta per motivi razziali" ha aggiunto, spiegando che è il momento di rendere giustizia al pugile. Una risoluzione per la grazia era già stata approvata da entrambe le Camere del Congresso nel 2009, ma Obama non fece nulla. Il dipartimento di Giustizia dichiarò che la sua politica non era quella di prendere in considerazione richieste per la grazia postuma.

 

Johnson nacque nel 1878 a Galveston, in Texas - e con poca fantasia soprannominato il gigante di Galveston - da genitori molto poveri, ex schiavi. Lasciò da bambino la scuola, per cominciare a lavorare come portuario. Iniziò la sua carriera nella boxe come sparring partner e nelle battle royal, i combattimenti tra neri per un pubblico di bianchi. Il debutto da professionista lo fece nel 1897; dopo decine di incontri - e vittorie - contro avversari bianchi e afroamericani, nel 1903 conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi 'di colore' (World Colored Heavyweight Champ).

Per diventare campione del mondo dei pesi massimi dovette aspettare diversi anni: l'allora detentore del titolo, James Jeffries, si rifiutò di combattere contro di lui. Il 26 dicembre 1908 - sei anni dopo la conquista del primo titolo mondiale da parte di un afroamericano, Joe Gans, nella categoria dei pesi leggeri - sconfisse il canadese Tommy Burns in un incontro organizzato a Sydney, in Australia. Poi, nel 1910, ci fu il "combattimento del secolo" con Jeffries, che si era ritirato da imbattuto, ma che decise di tornare sul ring su pressione dei media e della società, per difendere l'orgoglio bianco. Johnson, però, dominò l'incontro. Il film-documentario della sfida - che fu seguita da rivolte e scontri in tutto il Paese - fu a lungo vietato negli Stati Uniti; ora, è conservato al National Film Registry dalla biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.



Johnson, poi, si attirò le critiche anche di una parte della comunità afroamericana e degli altri pugili di colore, perché fino al 1913 si rifiutò, a sua volta, di combattere contro atleti neri: gli incontri con i bianchi erano pagati molto di più. Poi, nel 1915, perse il titolo contro Jess Willard, cowboy del Kansas. 

Tre anni prima, era stato arrestato per violazione della "Legge Mann", che vietava di "portare donne da uno Stato all'altro" per "propositi immorali": dopo le accuse formulate per la sua relazione con Lucille Cameron - poi diventata sua moglie - che si rifiutò di collaborare, Johnson finì in carcere per la deposizione di Belle Schreiber, condannato da una giuria composta solo da bianchi, nonostante la presunta infrazione fosse stata commessa prima dell'entrata in vigore della legge. Johnson cercò di evitare la prigione lasciando gli Stati Uniti, fuggendo - insieme a Lucille Cameron -  a Montreal, in Canada, prima di partire per la Francia. Per sette anni, la coppia visse in esilio in Europa, Sudamerica e Messico; poi, nel 1920, Johnson decise di costituirsi agli agenti federali al confine messicano. Dopo l'anno in carcere tornò a combattere, senza ottenere grandi risultati: Johnson, campione 'moderno', onnipresente sulla stampa, stile di vita e arroganza da star - come poi Muhammad Ali - aveva solo bisogno di soldi per mantenersi. Morì il 10 giugno 1946 in un incidente automobilistico avvenuto presso Franklinton, in North Carolina, all'età di 68 anni.  

Nel 1971 il celebre jazzista Miles Davis gli dedicò l'album A Tribute to Jack Johnson, colonna sonora dell'omonimo documentario. L'anno prima, la sua storia ispirò il il film 'Per salire più in basso' (The Great White Hope), con James Earl Jones nella parte di Johnson.

Ultimo aggiornamento: 1 anno, 8 mesi fa