Jeff Bezos accusa editore amico di Trump di "estorsione e ricatto"

Il Ceo di Amazon e proprietario del Washington Post: il National Enquirer vuole pubblicare sms e immagini esplicite tra me e la nuova fidanzata. Insinua "motivi politici" dietro alle minacce (in salsa saudita)

E' esplosa pubblicamente una guerra tra l'uomo più ricco al mondo (Jeff Bezos) e l'editore del più grande tabloid degli Stati Uniti che del presidente americano Donald Trump è un amico stretto. Il Ceo di Amazon e proprietario del Washington Post, i cui articoli hanno spesso fatto infuriare l'inquilino della Casa Bianca, ha accusato il tabloid National Enquirer e la sua controllante, American Media Inc (AMI), di "estorsione e ricatto".

Ad annunciarlo è stato lo stesso Bezos pubblicando un post sul sito Medium. In esso, colui che all'inizio del 2019 aveva comunicato al mondo intero il divorzio amichevole dalla moglie MacKenzie dopo 25 anni di matrimonio, ha spiegato che il tabloid ha minacciato di pubblicare immagini esplicite e messaggi scambiati tra lui e la sua nuova fidanzata, Lauren Sanchez. Solo a due condizioni il tabloid non avrebbe diffuso quelle informazioni: Bezos doveva fermare gli investigatori da lui arruolati per capire come il National Enquirer le aveva ottenute e doveva negare pubblicamente che AMI avesse agito sotto "il condizionamento di forze politiche". Si tenga presente che il numero uno di AMI, David Pecker, non solo pubblicò storie favorevoli all'amico Trump nel corso della campagna elettorale del 2016 ma di fatto contribuì a comprare il silenzio dell'ex porno star Stormy Daniels e di una ex modella che per il tabloid aveva scritto una storia mai pubblicata (presumibilmente per proteggere Trump dalla cattiva pubblicità prima delle elezioni). L'intrigo si infittisce alla luce dell'accordo raggiunto con la Giustizia Usa che ha scampato il gruppo media da una incriminazione per avere comprato il silenzio della modella.

Bezos ha scelto di portare il caso allo scoperto e di farlo includendo la corrispondenza tra lui e alcuni manager di American Media Inc, che dettavano le condizioni per impedire la pubblicazione degli sms e delle foto esplicite.

"Piuttosto che arrendermi all'estorsione e al ricatto, ho deciso di pubblicare esattamente quello che mi hanno spedito, nonostante il costo personale e l'imbarazzo che causano", ha scritto Bezos, la cui fortuna è stimata in 160 miliardi di dollari. "Qualsiasi imbarazzo personale che AMI potrebbe causare a me, viene meno perché c'è una questione ben più importante in gioco. Se io, nella mia posizione, non posso resistere a questo tipo di estorsione, quante persone possono farlo?", ha continuato. Il Ceo di Amazon ha ovviamente detto di "non volere che le sue immagini personali siano pubblicate, ma non voglio nemmeno partecipare alle loro pratiche di ricatti, ai favori e agli attacchi politici, alla corruzione. Preferisco farmi avanti e vedere cosa succede".

Bezos, che di Amazon è il più grande azionista con una quota del 16%, ha anche suggerito che ad avere spinto il National Enquirer a trovare informazioni compromettenti su di lui potrebbe essere stato il modo in cui il Washington Post si è occupato del caso di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita in auto esilio in Usa ucciso nella sede consolare del suo Paese in Turchia all'inizio dello scorso ottobre. "Per ragioni ancora da comprendere meglio, la chiave saudita sembra avere toccato un nervo particolarmente sensibile".

Intanto il New York Times sostiene che il leader di fatto a Riad, il principe erede al trono Mohammed bin Salman, nel settembre 2017 disse a una persona a lui vicina che se Khashoggi non avesse smesso di essere critico di Riad, avrebbe usato un "proiettile" contro di lui. Poco dopo Khashoggi iniziò a collaborare con il giornale di Bezos.

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