Jhumpa Lahiri: la metamorfosi di una scrittrice

Una storia d'amore con la lingua italiana e la decisione coraggiosa di "scavare dove ci si sente a disagio" per trovare ciò che può cambiare la vita al di fuori di noi. Intervista con l'autrice premio Pulitzer

Che la vita contenga tasche magiche in cui possono succedere cose impreviste e preziose, lo sapevamo da tempo. Ma che un giorno ci saremmo ritrovati a Brooklyn nella cucina di Jhumpa Lahiri davanti a lei che ci prepara il caffè, non saremmo stati capaci di immaginarlo neanche nei sogni più prepotenti.

Quel caffè è stato l’inizio di una chiacchierata lunga alcuni mesi, iniziata a New York in primavera davanti a una moka e finita a Trastevere in estate con un espresso. È la storia di una donna che voleva essere un’altra persona, o forse no. La storia delle sue lingue, del suo esilio, di un vuoto che è pieno. Una storia di smarrimento e di gioia. Soprattutto, la storia di un grande amore.

Come si fa a raccontare un innamoramento? Probabilmente raccontando le cose che ci fa fare. Essere pazienti, rallegrarci, soffrire. Desiderare di conoscere a fondo l’oggetto del nostro amore, di sapere tutto, non sbagliare niente. “Desiderare di donarsi”, come scriveva la poetessa Antonia Pozzi. Desiderare di donarsi anche contro ogni logica, perché è vero che l’amore ci rende devoti persino quando ciò che amiamo è un’idea pazza, una strada in salita. Lahiri, che è una donna molto innamorata, lo sa bene. Nel suo cuore, nei suoi occhi enormi, nel suo impegno quotidiano, c’è una lingua: l’italiano. E una città: Roma. È all’italiano che da anni dedica i suoi sforzi, la sua devozione, il dolore degli sbagli e la gioia provata nei momenti belli. “Quando sei innamorato, vuoi vivere per sempre”, dice. “E io non voglio morire, perché la mia morte segnerebbe la fine della scoperta della lingua”.

Una nuova lingua è una vita in più, una trasformazione. Che cosa accade allora quando a trasformarsi, a mutare, non è una persona qualunque ma una scrittrice premio Pulitzer nata in mezzo a due lingue e due culture, che a un certo punto ne sceglie una terza? Quali e quanti angoli di inaspettato porta in dono la decisione di quella scrittrice di lasciarsi alle spalle la lingua in cui scrive da sempre per tentare la strada in salita? Dove porta il desiderio di donarsi con questa testardaggine e devozione?

Jhumpa Lahiri, nata a Londra da genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti, un giorno si è innamorata della lingua italiana. Dopo un Pulitzer (per il primo libro, la raccolta di racconti L’interprete dei malanni, uscita nel 1999), altri tre libri (L’omonimo, Una nuova terra e La moglie) e infiniti riconoscimenti, ha preso una decisione che ad alcuni è sembrata matta: trasferirsi a Roma e cominciare a scrivere in italiano. Un esercizio che le è venuto spontaneo, poi diventato una necessità. Un modo per immergersi in quel mondo nuovo, per diventare una nuova Jhumpa, per andare a cercare “ciò che può cambiare la vita”, che esiste “sempre al di fuori di noi”. Da quel bisogno è nato un libro, scritto in una biblioteca del Ghetto Ebraico di Roma: s’intitola, con un gioco di parole sottile, In altre parole (pubblicato in Italia da Guanda e negli Usa da Alfred A. Knopf, con traduzione di Ann Goldstein, editor del New Yorker e traduttrice di Elena Ferrante).

Ne abbiamo parlato a Brooklyn e a Roma. Ecco il risultato di quei due pomeriggi.

“C'era una donna che voleva essere un'altra persona”: così inizia Lo scambio, il racconto contenuto all’interno di In altre parole, e così inizia la sua metamorfosi in un'altra scrittrice. Che cosa spinge alla metamorfosi?

Un senso di frustrazione, insoddisfazione. Io cercavo un’identità precisa, accettabile, mia. Adesso però l’idea di un’identità precisa mi sembra una trappola, e preferisco questa, sovrabbondante: il pezzo italiano, quello brooklyniano, quello indiano. L’identità è una cosa completamente fluida, e la metamorfosi ha dentro questo concetto. Anche Ovidio parla di questa fluidità, e la lettura di Ovidio mi aiuta sempre.

Scrive che Le metamorfosi è un libro molto importante per lei.

Sì, per me è un libro fondamentale, sempre più importante: mi spiega tutto. Anche tradurre è una sorta di metamorfosi. Ho tradotto un libro (Lacci di Domenico Starnone, che uscirà negli Usa per Europa Editions nel 2017, ndr), tengo un corso di traduzione a Princeton, e il discorso è sempre questo: la metamorfosi, la trasformazione. Quando un essere, un’entità, diventa un’altra.

Due scrittrici: una sicura in inglese, una esposta in italiano. Come convivono queste due nature nel quotidiano?

Mi sento sempre esposta, vulnerabile, e questo è giusto: un artista deve vivere questa condizione. A un certo punto sono diventata una scrittrice di successo, e ne sono grata, però quando scrivo, quando provo a scrivere, anche in inglese, mi sento sempre a disagio. Questo per scrivere è molto importante: bisogna scavare dove ci si sente a disagio. All'interno di In altre parole mi chiedo: da cosa sto fuggendo, perché questa metamorfosi, perché questa fuga, dove devo arrivare, che cosa sto tentando di lasciarmi alle spalle? La risposta, credo, è che sto cercando la libertà di scrivere a modo mio, di scrivere quello che mi pare in qualsiasi lingua, qualsiasi forma, qualsiasi lunghezza, e senza nessuna pressione.

A che pressioni si riferisce?

Ad esempio, siccome ho pubblicato In altre parole anche qui negli Stati Uniti, la gente pensa "Bene, questa scrittrice ha fatto un’operazione molto insolita, sta scrivendo in italiano". E tante persone mi dicono "Ma sarà un libro solo in italiano, giusto? È un’eccezione, non un percorso più lungo, vero? Signora, ma non scriverà più di me, della mia famiglia, delle mie esperienze?". Questa aspettativa per me è un peso enorme. Toglie l’appetito. Preferisco trovare un altro mestiere, piuttosto. Perché per me la scrittura è libertà, e perciò quando mi trovo in una gabbia, in una trappola, o davanti a qualcuno che mi dice "No, tu devi scrivere così, in questa lingua, su questa condizione", ho una sensazione molto sgradevole. Certo, bisogna essere pronti ai giudizi, ma ce ne sono alcuni che fanno male dentro.

Quali sono i giudizi che fanno più male?

Bisogna seguire, bisogna obbedire, bisogna scrivere per gli altri. Ecco, io penso di no. So che lo scrivere è un modo di comunicare, di esprimersi. Però, per me, non per il lettore. Nel senso: a un certo punto, sì, ci sarà un lettore. Ma quando scrivo, io non penso a quella persona. Credo che tanti scrittori di successo scrivano con il lettore presente nella loro testa fin dall’inizio, e questo è molto pericoloso. Quando parlavo di questo progetto, qualche anno fa, tanti mi dicevano "Non farlo, è un passo sbagliato, non si fa, non si fa". E non sto parlando di scrittori italiani: erano soprattutto scrittori americani. Io chiedevo: ma perché, perché non si fa? Non capivo questo pregiudizio. Loro dicevano "Questa sperimentazione non serve al lettore". Ecco, non sono d’accordo, perché credo che la scrittura debba essere anche un atto egoista. Magari un libro potrebbe raggiungere qualcun altro a un certo punto, anni dopo, o forse mai, ma non sta a me scrivere con questo pensiero sempre in mente. La scrittura è innanzitutto un dialogo interiore.

Altrimenti non ci sarebbe qualcosa di realmente autentico da dare al lettore?

Esatto, questo è il mio approccio: è sempre stato così anche per i primi libri, anche in inglese. Scrivere in italiano è un percorso sempre difficile, molto privato, con questa sensazione di non essere mai al sicuro. Però è giusto: questa sensazione fa bene, ed è importante procedere così.

Scrive che la sua lingua madre, il bengalese, in un certo senso è la sua prima lingua straniera. Nata in Inghilterra figlia di genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti, dice "Sono esiliata perfino dalla definizione di esilio". Questo avere due lingue ma nessuna che sentisse veramente sua quanto ha contribuito alla spinta a voler andare verso una terza lingua ancora, che è l'italiano?

A spingermi, da un lato, è stato senz’altro il desiderio per una lingua mia. Con l’italiano ho un rapporto strettissimo, di amore enorme. Da ragazza volevo possedere un’altra lingua e con essa trovare un’identità ben precisa, e una cultura, un paese, una città. Adesso il possesso mi pare un’altra trappola. Quindi va bene così, va bene avere un rapporto sempre particolare con ogni lingua della mia vita. Va bene questo scarto tra me e l’italiano, per quanto sia doloroso. Ogni rapporto con una lingua amata e scelta è sempre un percorso in salita: meraviglioso, emozionante, con tanti tanti alti e bassi. Un percorso di vita. L’italiano è la lingua che ho scelto: non posso dire “straniera”, perché quando parlo e leggo in italiano mi sento a casa. Avverto questo forte senso di appartenenza, anche se so che non è reale, anche se so che non sono italiana. Però appunto va bene: non mi appartiene completamente, ma mi appartiene comunque perché è un rapporto che ho creato io, e fortemente voluto. Il problema con l’inglese e il bengalese è che sono lingue che mi sono state imposte. Invece l’italiano è un percorso insolito, inaspettato, e nasce da me. Da me. L’inglese nasce semplicemente dall’ambiente, perché sono cresciuta qui.

Anche dal caso, in un certo senso: se i suoi genitori si fossero trasferiti altrove sarebbe cresciuta parlando un’altra lingua.

È un caso, sì, perché i miei genitori hanno scelto di mettere radici qui e perciò sono cresciuta qui e ho imparato per forza l’inglese. Sentendomi sempre un po’ a disagio però, perché non era la lingua dei miei genitori.

Come lei dice nel libro, l’inglese non era la lingua in cui era amata.

Proprio così. Al contempo, anche con il bengalese il rapporto è molto imperfetto, strano, e imposto. E poi ormai rappresenta i miei genitori, perché è una lingua che parlo solo con loro. Sì, vado ogni tanto a Calcutta, ho tanti parenti, e anche qui i miei genitori hanno creato una rete enorme, quindi la lingua c’è, ma filtrata tramite loro, che da sempre ne sono il tramite. In bengalese non ho una vita indipendente: mi sento sempre la figlia, la bambina. Anche se sono andata per la prima volta a Calcutta da sola a dicembre e ovviamente parlavo in bengalese senza mia madre e mio padre lì accanto.

E com’è stato?

Interessante, bello. Ci voleva.

Fa sorridere quando nel libro racconta che tutti danno sempre per scontato che lei non parli le lingue della sua vita.

Sì, mi colpisce sempre questa cosa. È proprio così. In Italia mi si rivolgono in inglese, è tutto un “Oh sorry”. A Brooklyn meno, perché Brooklyn è un caso particolare, però ogni tanto mi sento chiedere “Ah, ma parli inglese, capisci quello che dico?”. E ovviamente anche in India: lì mi prendono per una straniera, un ibrido, una creatura senza una vera lingua madre.

Lei a un certo punto definisce questa cosa “il vuoto della mia origine". Ma la sua origine, proprio perché così sfaccettata, non è alla fine molto più ricca? Anziché un vuoto non è in un certo senso un pieno ancora più pieno?

Sì, lo è. Però bisogna arrivare a capirlo. E per me è stato difficile. Per mia madre per esempio l’identità è una cosa così: o bianco o nero, o sei indiana o sei un’altra. Quand’ero bambina mi chiedevano "Allora Jhumpa, ti sposerai con un americano o un indiano?". Quella domanda è stata il mio incubo per anni. Sempre quelle due opzioni, poi! O un indiano o un americano, come se non esistessero possibilità alternative. E io pensavo: ma ci sono tanti Paesi in mezzo! Magari sposerò un russo, un greco. E infatti alla fine ho sposato un greco.

Come vi siete conosciuti lei e suo marito?

A un matrimonio. Fu una cosa leggermente combinata dagli sposi: io ero amica della sposa, e lui dello sposo.

Quindi lo sposo e la sposa avevano già pensato: vogliamo presentare Jhumpa e Alberto?

Assolutamente sì!

E così anche in questo caso c’è stata una scelta inaspettata: non un americano, non un indiano, ma un greco.

È interessante la questione dello scegliere: cosa vuol dire scegliere? Da bambina mi sgomentava: devo scegliere, perché? Adesso invece la scelta mi fa piacere. Scelgo l’italiano, scelgo di avere una vita più sfaccettata, scelgo questo mio triangolo, che mi fa bene. Nel mio cuore sento di appartenere ad alcune cose: la mia famiglia, i figli, mio marito, gli amici, la letteratura intesa come il pantheon degli scrittori che amo. E l’italiano. L’italiano è un mio grande amore, una parte della mia identità.

Com’è nato questo grande amore?

È cominciato tutto con la lingua. Questo divano su cui sei seduta è proprio lo stesso divano su cui stava seduta la mia prima insegnante durante le mie prime lezioni. Tramite la lingua, poi, è nato questo rapporto travolgente e meraviglioso con Roma. La lingua ha cambiato tutto: mi ha regalato una vita in più. È una cosa emozionante di per sé, ma alla mia età ancora di più. Perché mi sento di nuovo giovane, innamorata, ed è incredibile provare questa sensazione non per una persona: è persino meglio. È un arricchimento, un bene, e mi consente di dare una vita in più e una nuova lingua anche ai miei figli. Tra poco torneremo a Roma, dove abbiamo casa, tanti amici, certi riti. L’italiano mi ha regalato tantissimo, tantissimo. Ormai è difficile per me stare qui in America. Mi manca sempre Roma.

Bisogna trovare un modo di farla stare là definitivamente.

Secondo me la soluzione c’è, solo che in questo momento siamo in una fase specifica. Octavio, il nostro figlio più grande, ha appena compiuto quattordici anni: tra quattro anni andrà all’università. Noor ha undici anni. In un soffio cresceranno e poi mi troverò in un’altra fase. A quel punto l’ideale sarebbe insegnare magari un semestre qui, guadagnare un po’ e poi scappare a Roma. Quest’anno purtroppo sono nove mesi in America e tre a Roma. Sarebbe meglio il contrario. Mi sento spesso abbacchiata, però è importante avere sempre in mente il traguardo. Ricordo ancora il traguardo di una volta: vorrei imparare l’italiano, avere una vita in italiano, vivere in Italia. Ce l’ho fatta. Ed è stato bellissimo.

Come vive i mesi di lontananza dall’Italia?

Non è una passeggiata: qui è un’altra vita. E la distanza, il distacco dalla lingua, per me sono molto dolorosi. Per fortuna sono riuscita a circondarmi di tante persone e nuovi amici italiani, sia a New York sia a Princeton, però per me è doloroso proprio stare lontana dall’Italia. In questo la lettura è la salvezza: ormai leggo quasi solo in italiano, e cerco di parlarlo almeno una volta al giorno. Stamattina per esempio mi sono alzata contenta perché sapevo che saresti venuta tu a fare quest’intervista, e mi sono detta: “Stai tranquilla Jhumpa, oggi avrai l’opportunità di parlare un po’ in italiano”. Ma la lettura è fondamentale. Un libro è un salvagente.

Ha mai provato a cercare una ragione profonda per questo suo grande e inspiegabile amore? Si è mai detta: ci sarà un motivo che va al di là, magari in altre vite?

L’unica cosa che so con certezza è questa: cercavo la felicità e l’ho scoperta in italiano. La prima volta che vidi Roma, dopo un paio d’ore dissi a mio marito: devo assolutamente vivere in questa città. Il perché non mi interessava, avevo solo questa sensazione folgorante. Trovarmi in un luogo e sentire il bisogno di avere un rapporto con quel luogo. Così come a Firenze vent’anni fa, sentendo per la prima volta l’italiano, mi dissi: devo avere un rapporto con questa lingua, altrimenti ci sarà sempre un pezzo mancante dentro di me.

Come tornare a casa in un posto dove non era mai stata prima.

È così. È strano e favoloso. È un innamoramento: è l’unica spiegazione. Penso che per alcune persone, con delle identità meno fisse, diventi naturale scegliere un altro luogo e anche un’altra lingua. Mio padre per esempio ha scelto di andare via, di vivere negli Stati Uniti dopo una tappa di qualche anno a Londra. In questo senso gli Stati Uniti sono stati la sua Roma. Adesso ha ottantacinque anni ed è veramente contento di aver scoperto questo luogo e di aver costruito una lunga vita qui. Su di me, mi chiedo spesso perché Roma, perché l’italiano, perché questa lingua e non un’altra. Però non mi interessa il perché: mi interessa il come. Come avere un rapporto sempre più stretto con l’italiano, come trovarmi sempre più spesso a Roma. Per me l’amore non si fa domande, basta amare. Quando tu hai quel radicamento, non hai bisogno di sapere il perché.

Mi diceva poco fa che Italia e India hanno molto in comune.

Sì: due culture antichissime, l’importanza della famiglia, le radici, i molti dialetti, il ruolo centrale del cibo. Gli Stati Uniti invece sono un paese molto diverso, giovane, che per certi versi mi è estraneo. In Italia, a Roma, mi sento meno smarrita. Anche se è un paese nuovo, anche se non sono italiana.

Magari perché è il suo posto nel mondo. E chissà perché, ma è quello lì.

Già, e mi viene naturale, mi trovo a mio agio. In Italia, anche se faccio degli sbagli, sono straniera, mi chiamo Jhumpa, e bisogna spiegare sempre da dove vengo, anche una semplice commissione è sempre una bella avventura. Perché sono fuori luogo e al contempo nel luogo dove voglio stare. E questa sensazione, quando fa bene, fa benissimo. Ti spinge e ti arricchisce.

Avverte delle piccole differenze di personalità quando parla le tre lingue? Se ci sono, come sono queste tre Jhumpa?

Sì, ci sono tre Jhumpa. In italiano sono più gioiosa e più leggera, nonostante lo sforzo continuo. Mi dicono per esempio che sorrido più spesso. E sono più attiva: è una continua ricerca, un progetto di vita. Quando mi accorgo che non conosco una parola mi attivo subito. Prendo appunti, sempre, o con un taccuino, o anche solo mentalmente. Sono sempre attenta.

In inglese sono più disinvolta, per forza. Il rapporto è più robusto: è la lingua in cui ho imparato a scrivere e ho studiato. Sono più disinvolta ma allo stesso tempo anche più cauta, perché fin dall’inizio l’inglese era la lingua degli altri, quella parlata fuori casa, la lingua che faceva spaventare un po’ mia madre.

Loro lo parlano bene, ormai, dopo tanti anni?

Sì, dopotutto sono qui da cinquant’anni. Parlano però sempre con un accento: si nota subito che sono stranieri. Mio padre, pur avendo ottantacinque anni, continua a lavorare (in biblioteca, ndr), quindi la sua quotidianità è ancora in inglese, perché si trova ogni giorno a parlarlo. Invece mia madre, per anni rimasta a casa a crescere me e mia sorella, a un certo punto ha deciso di lavorare fuori casa come assistente in una scuola elementare, poi è tornata all’università per poter insegnare, e poi ha chiuso anche quel percorso e adesso resta a casa. Non esce tanto, non lavora più, non ha tanti amici. Ho notato che non parla in inglese con la stessa disinvoltura, e preferisce parlare in bengalese. Anche perché è anziana, mi dico, e forse a un certo punto il cervello tende a tornare alla propria prima lingua… Io ho già paura per me! (Ride)

"Ciò che può cambiare la vita esiste sempre al di fuori di noi", scrive. La prima cosa che le viene in mente su come sia cambiata la sua vita dall'incontro con l'italiano.

Gli amici. Questo è un pezzo fondamentale. Fare amicizia in italiano. Ormai gli amici sono tanti, e sono rapporti molto speciali, diversi.

Perché sono diversi?

Non so, è come se ci fosse un altro registro, un’intimità più profonda, più generosità. Mi sembra che siamo amici da sempre, amici per la pelle. Sono quasi una famiglia per me.

Chi è il suo più grande amico o amica in Italia?

No, non potrei scegliere! (Ride). C’è una rete, ho conosciuto tante persone, tanti scrittori e tante persone di spessore, non solo intellettuale, con cui mi sento completamente a mio agio, che so di poter chiamare anche a mezzanotte se ne ho bisogno. Non c’è nessun confine tra noi, anche se in un certo senso c’è sempre quello della lingua. Accettano anche lo sforzo e, quando mi capiscono, quel rapporto mi sembra ancora più bello, riesco davvero a esprimermi e a comunicare, a condividere qualcosa d’importante. Farlo in un’altra lingua a volte fa impressione, è più difficile ma anche bellissimo: penso sia il motivo per cui con questi amici che conosco da poco ho rapporti così profondi.

Il ricordo più caro di quel primo anno a Roma?

Fu un momento in farmacia. Noor nel nostro primo mese a Roma decise di farsi i buchi alle orecchie, e le venne una piccola infezione, una cosa abbastanza comune. Andammo in farmacia, e questo farmacista sistemò tutto in maniera così affettuosa... Lì ho capito subito che quella era una città molto umana, e mi sono sentita a casa. C’era questo farmacista giovane, molto in gamba, molto dolce. Lei piangeva, poi si è messa a sorridere, poi a ridere, e io ho visto tutto il percorso. E da madre vedere un momento del genere è stata una vera gioia. Mi è rimasto dentro come un ricordo molto forte, e definitivo.

Il più grande momento di sconforto nell'apprendere la lingua?

Una visita, prima di trasferirmi a Roma. Andai una volta a Milano per promuovere un mio libro, La nuova terra, nel 2008. E qui a New York prima di partire, sempre su quel divano dove sei seduta, mi preparavo: ci tenevo molto a fare un discorso, a dire due parole in italiano davanti a un piccolo pubblico, magari a una cena, sai quando in Italia un autore viene e poi c’è una cena con venti persone… E a un certo punto devi dire due cose. E mi ricordo che in quel viaggio a Milano sono stata male perché non mi veniva facile parlare l’italiano. E io volevo tanto rispondere in italiano durante le interviste! Ma iniziavo e poi non riuscivo a proseguire, e a un certo punto qualcuno doveva per forza intervenire in inglese. Quel viaggio a Milano è stato frustrante per me. Però mi ha spinta a continuare, e migliorare.

E invece il momento più bello, un momento di trionfo, in cui si è detta: che gioia.

Forse a Roma, a un certo punto, a una cena… Prima di dire qualsiasi cosa costruivo nel cervello tutta la frase, dall’inizio fino alla fine. All’improvviso, quella sera, ho smesso di farlo. Ed è il passo fondamentale: significa che sei dentro una nuova lingua. Pensi così, in italiano, senza farci caso. Lì c’è stato un cambiamento notevole.

Jhumpa è il suo nomignolo. È sempre stata chiamata così in casa, e poi anche a scuola, perché il suo nome di battesimo (Nilanjana Sudeshna, ndr) era troppo complicato. Che effetto fa sentirsi chiamare da tutto il mondo con un nome così intimo? Ci si abitua mai?

Io ormai sì, mi sono abituata. Non ho scelta. Gli italiani, devo dire, tendono a pronunciare il mio nome molto bene. Invece gli americani non sono così bravi, purtroppo. Dicono Jhampa con la A, e a me viene da piangere! Ovviamente Jhumpa non è un nome italiano, però gli italiani sono capaci di pronunciarlo, si vede che suona abbastanza naturale. E questo per me è un altro segno: mi dico che magari appartengo davvero a questa lingua, a queste persone, a questo posto.

Lei prima di questo libro ha scritto due raccolte di racconti e due romanzi. Romanzo e racconto sono due esperienze molto diverse: gli scrittori di racconti sono in un certo senso un tipo diverso di scrittore. Sono cesellatori della parola, hanno a che fare con “la punta dell'iceberg” di cui parlava Hemingway. Che cosa ama dello scrivere racconti?

L’attenzione alle parole, e anche la traiettoria. È più interessante, più breve e più intensa. Hai già il traguardo. Anche il linguaggio di un racconto è spesso più intenso, perché ogni parola conta. Io dico agli studenti: quando vedi un racconto, ogni parola, ogni frase, deve avere un ruolo in questo insieme, altrimenti va tolta. Quando scrivevo la seconda raccolta, La nuova terra… Ecco, lì ci sono una serie di racconti molto più estesi, perché sotto l’influenza di Alice Munro, di Mavis Gallant, volevo anch’io raggiungere un tipo di racconto più ampio, più esteso. La prima raccolta invece è stata influenzata più da Garcia Marquez, Cechov, un racconto più stringato e più essenziale. Adesso con l’italiano sono sempre più stringata ed essenziale, più scarna.

Quando ha capito di voler diventare scrittrice e perché?

Mi ci è voluto molto tempo per arrivare a quel momento, alla decisione di fare la scrittrice, di provarci. Avevo trent’anni. E mi colpisce così tanto, adesso che insegno all’università, che i miei studenti siano così giovani e sappiano già questa cosa. È sconvolgente. Io ero molto più confusa.

Quindi non sognava di fare la scrittrice da piccola?

No, mi sembrava un traguardo irraggiungibile, una dichiarazione troppo disinvolta, troppo forte. Io da bambina e da ragazza ero molto insicura, persa e timida. Dalla timidezza però nasce spesso una vocazione creativa. Gli attori spesso sono timidi, per esempio. Anche gli scrittori, perché di base sono persone che nell’infanzia e nell’adolescenza hanno letto molto, da soli e in silenzio. La solitudine è una componente fondamentale per lo scrittore. Per me il percorso è diventato più chiaro a trent’anni. Ho fatto il dottorato a Boston, e c’era un po’ di pressione, i miei genitori ci tenevano tanto, volevano che io facessi un mestiere più pratico, tipo insegnare all’università. A un certo punto però, dopo aver scritto la tesi, ho deciso di non cercare un lavoro universitario, e sono andata via: ho ricevuto una borsa di studio per un posto meraviglioso, il Fine Art Works Center di Provincetown, a Cape Cod, che dà ogni anno un po’ di soldi a un gruppo di artisti e scrittori per vivere in solitudine. Un’opportunità stupenda, per vivere in inverno in questo luogo meraviglioso, dove hai a disposizione tanto tempo, la natura, e un’accoglienza. E basta. Una residenza per sette mesi: un’opportunità davvero importante per scrivere. Sette mesi in inverno a Cape Cod sembrano quasi una vita intera. E lì ho iniziato. Per me è cominciato il percorso, la dedizione.

Qual è il principale insegnamento che cerca di trasmettere ai suoi studenti di Princeton?

L’importanza della lettura. Bisogna leggere, leggere, leggere. Quest’anno ho insegnato, con poche eccezioni, solo autori italiani. Ho dedicato il corso dello scorso semestre agli scrittori legati a Torino. Abbiamo letto due romanzi di Cesare Pavese, poi Natalia Ginzburg, Primo Levi e Italo Calvino. È stato quasi un corso monografico sull'Einaudi! (Ride). Mi diverto, e poi è anche emozionante. Chiedo “Ragazzi, avete mai sentito nominare Cesare Pavese?”, e cala il silenzio. Pavese per me è un punto di riferimento continuo. Natalia Ginzburg, silenzio. Idem per gli altri. Poter introdurre questi scrittori che per me ormai sono fondamentali è molto bello. Purtroppo non insegno in italiano, è tutto in traduzione. Ma questo è il mio piccolo contributo, spero. In autunno invece ho fatto leggere Moravia, la Deledda, Tomasi di Lampedusa… Io dico agli studenti che non posso insegnare niente, perché i veri insegnanti sono in biblioteca. Dico: pensate a quello che sto cercando di trasmettervi durante la lezione, ma dopo la lezione andate in biblioteca. La scrittura è lì.

“L'esigenza di scrivere deriva dalla disperazione e dalla speranza”, scrive. Per lei qual era la disperazione e quale la speranza?

La disperazione era che non volevo accettare l’altro percorso, più sicuro. Ho scelto quello spericolato, ma quello che alla fine mi fa bene, mi rende felice, mi rende una persona e una donna realizzata. E non sto parlando del successo. Intendo un’altra cosa: fare ciò che amo e poter vivere di questo. Questa è la speranza.

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Sondaggio: il 12% degli statunitensi non crede al cambiamento climatico

I 'negazionisti' sono invece in maggioranza in Congresso. Il presidente Trump ha deciso che gli Stati Uniti abbandoneranno l'accordo sul clima di Parigi
ap

Il 12% degli statunitensi crede che il cambiamento climatico non sia reale. È quanto emerge da un sondaggio dell'Ap-Norc Center for Public Affairs Research, di cui parla il sito Axios. Dalla rilevazione emerge che "meno di un terzo degli statunitensi sostiene la decisione del presidente Donald Trump di abbandonare l'intesa sul clima di Parigi e solo il 18% è d'accordo con Trump, convinto che la sua decisione aiuterà l'economia statunitense".

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