Kaepernick senza squadra, gli Stati Uniti si dividono (anche) sul football

La sua protesta contro l'inno, giustificata "dall'oppressione delle minoranze", non piace alla Nfl, un fortino di miliardari bianchi e conservatori. Spike Lee guida la protesta: "Una squadra per Colin o boicottiamo il campionato"

La sua protesta silenziosa, inizialmente, non fu compresa. Poi, una volta raggiunto l'intero Paese, è stata sostenuta o disprezzata, a seconda dei punti di vista. Ora, Colin Kaepernick è senza squadra, boicottato dalla Nfl, una lega di miliardari bianchi e conservatori, ma ha dato inizio a un movimento pacifico di protesta e, per questo, ha vinto. Ne è convinto Josh Levin, direttore editoriale di Slate, che ha dedicato la cover story al giocatore di football americano che, esattamente un anno fa, prese la semplice e radicale decisione di non alzarsi al momento dell'esecuzione di The Star-Spangled Banner, l'inno statunitense, un momento sacro per ogni sportivo, prima di qualsiasi evento nel Paese. 

Per settimane, il suo gesto nelle partite della pre-season non fu notato, oppure non gli fu dato peso. Quando finalmente gli fu chiesto il motivo, spiegò di voler protestare contro la brutalità della polizia, colpevole di numerosi episodi di violenza ai danni della comunità afroamericana, che avevano sollevato le proteste delle associazioni per i diritti civili. Da allora, ha seguito l'esecuzione dell'inno sempre seduto o poggiando un ginocchio a terra.

Nonostante i sedici passaggi da touchdown e soltanto quattro intercetti per i San Francisco 49ers nell'ultima stagione, il quarterback classe 1987 è senza contratto. Già a marzo, era chiaro che i proprietari delle franchigie del campionato non volessero avere nulla a che fare con lui, vista anche la vittoria di Donald Trump alle presidenziali. Bleacher Report scrisse che la gran parte dei decision-makers della lega non sopportava la protesta di Kaepernick e che non voleva in alcun modo difenderla o sostenerla. Trump, parlando in terza persona, disse che "i proprietari della Nfl non vogliono prenderlo (fargli un contratto, ndr) perché non vogliono ricevere un cattivo tweet da Donald Trump".

Kaepernick non può essere comunque descritto come una figura impopolare. Ha ottenuto il plauso dell'ex presidente Barack Obama e di molti giornalisti e fan di football, che hanno reso la sua maglia la più venduta nel negozio online della Nfl. Di certo, è una figura che divide e non può sorprendere che una lega come la Nfl, "un fortino di reazionari", un sistema chiuso e controllato da miliardari bianchi, lo abbia messo ai margini. Secondo un sondaggio della Quinnipiac University, il 63% degli statunitensi bianchi disapprova la protesta, sostenuta invece dal 74% degli afroamericani. La base dei sostenitori di football è prevalentemente bianca e, questo, ha un ulteriore peso sulla decisione dei proprietari: John Mara, che detiene i New York Giants, ha detto che "molti" fan hanno minacciato di non andare mai più allo stadio, se un giocatore dovesse protestare contro l'inno.

A novembre, il Guardian scrisse che i proprietari delle franchigie della Nfl hanno donato oltre 8 milioni di dollari ai repubblicani nel biennio 2015-16, contro i 189.610,72 dollari per la causa democratica. Il Daily Beast, poi, scrisse che circa il 7% dei soldi spesi per le cerimonie d'inaugurazione del presidente Trump proveniva da sette proprietari di franchigie Nfl, che avevano donato un milione di dollari ciascuno. Ora che il tasso di approvazione per Trump è sceso a livelli molto bassi, la Nfl resta un fortino del presidente.

I sostenitori di Kaepernick affermano che il quarterback meriti la possibilità di continuare a giocare e hanno organizzato una manifestazione davanti al quartier generale della Nfl, il 23 agosto a New York, guidata dal regista Spike Lee e da molte organizzazioni per i diritti civili, che minacciano il boicottaggio delle partite del campionato. Sabato 19 agosto, intanto, decine di poliziotti di New York hanno manifestato a favore del giocatore.

I coach di almeno due delle 32 squadre del campionato, secondo la Espn, avrebbero voluto mettere sotto contratto Kaepernick, ma i proprietari si sarebbero opposti. Alla fine di luglio, il proprietario dei Miami Dolphins, Stephen Ross, che ha difeso pubblicamente il diritto di protestare dei suoi giocatori, ha detto di non credere al boicottaggio nei confronti del giocatore, perché "proprietari e allenatori fanno di tutto per vincere". La realtà è che giocatori meno forti di lui hanno ottenuto dei nuovi contratti e che, come ha scritto FiveThirtyEight, "nessun quarterback sopra la media è rimasto quest'anno cos" a lungo senza squadra come Kaepernick", uno che alle spalle ha sei playoff da titolare e una presenza al Super Bowl, ovvero la finale del campionato, dove portò i 49ers nel 2013.

Kaepernick resta un reietto nonostante non abbia intenzione di portare avanti la sua protesta contro l'inno, se la sua carriera dovesse proseguire. Secondo i media, il giocatore "non vuole più che il suo modo di protestare distolga l'attenzione dai cambiamenti positivi che crede di aver provocato" e crede che "la discussione nazionale sulla diseguaglianza sociale e il sostegno di altri atleti rappresentino il successo del messaggio diffuso". Quel messaggio, e quella protesta, andranno avanti senza di lui, anche se Kaepernick non sempre ne è stato un portavoce coerente e perfetto, come sottolineato da Levin, che ha ricordato la sua maglietta con l'immagine di Fidel Castro e i calzini raffiguranti maiali con il cappello della polizia.

Dando vita a un movimento, ha messo la propria carriera a rischio più di qualsiasi collega che ne ha seguito l'esempio; ne è stato il parafulmine. In un campionato differente, con tifosi e proprietari differenti, Kaepernick sarebbe potuto diventare un eroe. La National Football League, invece, lo ha fatto fuori. A meno che qualcuno voglia accogliere la richiesta dei sostenitori di Kaepernick, dandogli una nuova opportunità.

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