Khadija Arfaoui, una donna - e una madre - in prima linea all’ONU nella lotta contro l’Isis

La 'Commission on the Status of Women' si riunisce per discutere progressi e sfide future dei diritti delle donne, a tema anche il loro contributo nella lotta all'Isis. Arfaoui, attivista tunisina, ha perso figlio e nuora nell'attentato di Istanbul

A riaprire i battenti delle Nazioni Unite, rimaste chiuse a causa della tempesta di neve che ha investito la costa nord orientale degli Stati Uniti, sono state le donne. Nel Palazzo di Vetro sull’East River di New York si è svolta infatti la riunione della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (CSW), l’evento annuale organizzato dal Consiglio economico e sociale dell’Onu che ha come scopo quello di valutare i progressi ottenuti e individuare le sfide ancora da affrontare lungo il percorso della parità dei generi. Quest’anno ai temi tradizionali se ne è aggiunto uno nuovo, quella della lotta al terrorismo. O meglio, come le donne possano contribuire a questa battaglia. Tra le centinaia di donne arrivate a New York da tutto il mondo spicca sopratutto il contributo offerto da Khadija Arfaoui, nota attivista tunisina per i diritti umani e per la pace, che ha raccontato la propria storia ai microfoni di America24.

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“Mentre combattevo contro il terrorismo non avrei mai pensato che un giorno ne sarei stata colpita io stessa, e nel modo più terribile”, spiega Khadija, membro dell’Associazione tunisina delle donne democratiche e dell’INCAN (International Civil Society Action Network), un’organizzazione che difende e promuove l’attivismo civile. Khadija, un tempo docente presso l’Università di Manouba in Tunisia, ha cominciato a dedicarsi anima e corpo ai diritti umani intorno alla metà degli anni ’80, ma ad aver cambiato la sua vita è stata la notte di capodanno del 2017. Suo figlio, Dali Azzabi, e sua moglie, Senda Nakaa, sono infatti tra le vittime dell’attentato alla discoteca ‘Reina’ di Istanbul, in cui 39 persone sono morte sotto i colpi di kalashnikov di un terrorista dello Stato Islamico. “Avevo parlato con loro solo poche ore prima” - ricorda Khadija - “Li aspettavamo il giorno dopo a casa, e avevamo anche già preparato il pranzo per il primo dell’anno…”. Dali e Senda, 42 e 32 anni, avevano una figlia di soli cinque mesi, che oggi vive con i nonni materni. Un terremoto. Così Khadija ricorda quella notte. “E’ stato così inaspettato, così orribile… Poi realizzi che è tutto vero, che sono morti. Morti. Morti per davvero: torneranno in una bara. Hanno avuto funerali di Stato, e c’erano proprio tutti: il presidente, il primo ministro, il governo. Tutti i politici, di tutti i partiti, e le anche le Ong”.

 E’ con questo lutto e con la convinzione che sia necessario mettersi in gioco in prima persona per cambiare le cose che Khadija Arfaoui è atterrata, solo 3 mesi dopo, a New York. “Crediamo che le donne non abbiano un ruolo abbastanza importante nella lotta contro la piaga del terrorismo, e vogliamo avere più spazio. Le donne sono l’esempio per eccellenza della non-violenza, guardate le palestinesi e le israeliane: marciano unite, unite in nome della pace”. L’emancipazione delle donne e la parità dei generi sono un elemento imprescindibile secondo l’attivista tunisina per poter combattere violenza e terrorismo: “Finché la discriminazione verso le donne continuerà ad esistere non potremo mai fare passi avanti”, spiega. “Questa violenza terroristica colpisce all'improvviso, uccide le persone, e uccide i nostri uomini: i nostri mariti, figli, fratelli. Per questo dobbiamo reagire. Noi vogliamo riuscire a proteggere i membri delle nostre famiglie dall’odio e dalla morte”.

 E’ nel futuro della sua nipotina di cinque mesi che Khadija ripone le sue speranze; nel suo e in quello di tutte le nuove generazioni. E’ proprio sul terreno dell’educazione infatti che secondo lei si comincia a combattere la lotta contro il terrorismo. “Dobbiamo tenerli al sicuro da tutta questa violenza, perché ovunque ci sono persone che tentano di reclutarli. Ovunque. Dobbiamo invece spingerli verso la letteratura, lo sport, l’arte e l’istruzione in generale. Dobbiamo combattere la povertà e la disoccupazione, ma sopratutto dobbiamo ascoltare i nostri bambini. Troppo spesso infatti non troviamo il tempo per farlo, ma bisogna sempre trovare un momento per ascoltare i propri figli”.


L'intervista di Mario Platero a Khadija Arfaoui

Mario: Buongiorno Khadija

Khadija: Bonjour Mario.

 Mario: Lei è qui per partecipare alla riunione delle Nazioni Unite, e in particolare per occuparsi della lotta contro il terrorismo. Può raccontarci qual’è la sua missione?

 Khadija: Crediamo che le donne non abbiano un ruolo abbastanza importante nella lotta contro la piaga del terrorismo, e vogliamo avere più spazio. Le donne sono l’esempio per eccellenza della non-violenza, un atteggiamento che conservano anche quando appartengono a gruppi differenti e opposti. Prenda le donne palestinesi ed israeliane: marciano unite, unite in nome della pace. Siamo contro il terrorismo e contro la violenza; finché la discriminazione verso le donne continuerà ad esistere però non potremo mai fare passi avanti. E questa discriminazione oggi si può ancora vedere ovunque. i musulmani più radicali continuano a imporre il velo alle donne. Ma io appartengo ad una una società che si oppone al velo, crediamo che non abbia alcun senso.

 Mario: Ecco, come può l’emancipazione della donna tradursi in un’arma contro il terrorismo. Come lo farete qui all’Onu?

Khadija: Noi donne non accettiamo la violenza. Questa violenza terroristica colpisce all'improvviso, nessuno e' sicuro non puoi proteggerti. Uccide le persone, e uccide i nostri uomini: i nostri mariti, figli, fratelli. Per questo dobbiamo reagire. Noi vogliamo riuscire a proteggere i membri delle nostre famiglie dall’odio e dalla morte.

 Mario: Ecco, e lei è stata direttamente colpita da questa orribile violenza.

 Khadija:Mentre combattevo contro il terrorismo non avrei mai pensato che un giorno ne sarei stata colpita io stessa, e nel modo più terribile. Mio figlio e sua moglie erano in salute, gentili e simpatici; si amavano e avevano una bellissima bambina, di cinque mesi. Erano andati ad Istanbul solo per quattro giorni, anche se li avevo avvertiti di non andare, perché era pericoloso… Loro mi hanno risposto che il rischio c'è ovunque, e' vero e non mi sarei mai aspettata che sarebbero stati davvero in pericolo di vita.

 Mario: Suo figlio e sua nuora erano al ‘Reina’ in quell’orrenda notte, e tra le 39 vittime sono stati uccisi anche loro. Che ricordo ha di quella sera?

 Khadija: Istanbul è una città bellissima, e si stavano divertendo molto. Chi se lo sarebbe potuto mai aspettare? Avevo parlato con loro solo poche ore prima, c'e' la loro immagine presa da un canale tv in cui salutano e augurano il buon anno. Li apsettavamo il giorno dopo, avevamo anche già preparato il pranzo per il primo dell’anno… poi tutto questo. So che mio figlio è morto sul colpo, colpito ala testa da due proiettili. Mia nuora poteva scappare, strisciando, dal terrazzo, ma lo ha visto cadere ed è subito tornata indietro per aiutarlo. E così anche lei è stata colpita. Le sue ferite non erano letali, ma è morta dissanguata: i soccorsi infatti sono arrivati solamente dopo un’ora e mezza. Tutto questo per me è stato come un terremoto: così inaspettato, così orribile… Poi realizzi che è tutto vero, che sono morti. Morti. Morti per davvero: torneranno in una bara. Mio figlio maggiore era in Grecia, e' andato lui a Istanbul, a riconoscere i corpi e a riportarli a casa. Hanno avuto funerali di Stato, Mario. Funerali di Stato! C’erano il presidente, il primo ministro, il governo. Tutti i politici, di tutti i partiti, e le Ong…c’erano tutti. E tutti sono rimasti sconvolti; continuo a ricevere messaggi di persone che non conosco che mi dicono: “Non ti abbiamo mai incontrata, ma siamo scioccati e addolorati”. Mio figlio mi mancherà per sempre. Per sempre.

 Mario: C’è anche una bambina, anche lei una vittima del terrorismo. Con chi vive ora? Vive con lei o con gli altri nonni?

 Khadija: La bambina oggi vive con i nonni materni. Abitano in una casa più grande, e vivono nello stesso quartiere di mio figlio e sua moglie.

 Mario: Grazie Khadija, grazie credo anche da tutti i nostri ascoltatori. Il suo è stato un racconto davvero emozionante, e lei ha trovato anche la forza di andare avanti e continuare a combattere. Adesso anche contro il terrorismo. Ecco, con che messaggio vuole lasciarci dalle Nazioni Unite, da questo ombrello che raccoglie l’umanità?

Khadija: Dobbiamo combattere la violenza, ma soprattutto dobbiamo prenderci cura dei nostri bambini, dei nostri giovani. Le madri ricoprono un ruolo importante, ma anche i padri: non possono lasciare solo alle donne la responsabilità di educare i figli. Dobbiamo tenerli al sicuro da tutta questa violenza, perché ovunque ci sono persone che tentano di reclutarli. Ovunque. Dobbiamo invece spingerli verso la letteratura, lo sport, l’arte e l’istruzione in generale. Dobbiamo combattere la povertà e la disoccupazione, ma sopratutto dobbiamo ascoltare i nostri bambini. Troppo spesso infatti non troviamo il tempo per farlo, ma dobbiamo. Bisogna sempre trovare un momento per ascoltare i propri figli.


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