Khashoggi: scetticismo sulla versione dei fatti di Riad, il Congresso vuole un'inchiesta Usa

Trump sembra l'unico a ritenerla credibile. Legislatori in fermento. La Turchia promette la verità. Il re Salman sembra stare con il figlio erede al trono Mbs, su cui il pressing del mondo continua
Ap

Da "fidarsi ma verificare" a "fidarsi e volgere lo sguardo altrove". Sembra questo l'approccio dell'America di Donald Trump in politica estera. E sembra questa la strategia del 45esimo presidente Usa per salvare relazioni considerate troppo importanti da fare saltare. Specialmente quelle con l'Arabia Saudita.

Una vita andata tragicamente persa, quella del giornalista saudita Jamal Khashoggi, probabilmente non basterà a fare cambiare rotta a Trump nei confronti di Riad. E questo nonostante i risultati preliminari dell'inchiesta saudita non facciano altro che sollevare altri quesiti piuttosto che dare risposte credibili.

Dopo avere negato di essere coinvolta nella scomparsa del reporter - di cui si erano perse le tracce dal 2 ottobre scorso, quando si recò nel consolato del suo Paese a Istanbul (Turchia) per ottenere documenti utili per sposare la sua fidanzata turca - la nazione del Golfo ha ammesso che Khashoggi è morto dentro quella sede. La Turchia lo sosteneva dal primo giorno. La colpa? Di una "discussione" trasformatasi in "lite", ha fatto sapere l'Arabia Saudita. Sono scattati gli arresti di 18 sauditi non identificati e il licenziamento di due top funzionari dell'intelligence saudita vicinissimi all'erede al trono Mbs.

Ci sono voluti 18 giorni, il pressing del mondo intero e le defenzioni numerose alla conferenza ribattezzata "Davos nel deserto" per spingere Riad a produrre una spiegazione di quanto successo, una spiegazione a cui Trump sembra abboccare.

"Credo che ci stiamo avvicinando alla soluzione di un grande problema", ha dichiarato a caldo Trump definendo "credibile" le spiegazioni giunte da Riad. "Credo sia un buon primo passo", ha affermato il presidente americano che solo qualche ora prima era tornato a promettere conseguenze "severe" nel caso in cui la nazione del Golfo fosse coinvolta e ventilando il coinvolgimento del Congresso per determinare il da farsi (cose che gli permetterebbe di lavarsene le mani).

Il problema è che Riad non ha fatto cenno al corpo del giornalista, che da un anno viveva in auto esilio in Usa perché sapeva di essere un target. E la spiegazione fornita non giustifica quanto sostenuto dalle autorità turche: che un team di 15 persone è volato di proposti a Istanbul, ha ucciso il reporter e lo ha fatto a pezzi. Perché, altrimenti, viaggiare con un esperto medico dotato di sega ideale per tagliare le ossa? E come è possibile che un'operazione del genere sia stata eseguita senza che Mbs, il 33enne che di fatto manda avanti il Paese, lo sapesse?

La Turchia - che da sempre sostiene di avere file audio e video di quanto successo dentro la sede consolare saudita - ha reagito agli annunci dell'Arabia Saudita dicendo che "rivelerà quanto successo. Nessuno dovrebbe dubitarne". Mentre conduce una indagine indipendente, Ankara - vicina al Qatar, un Paese isolato dall'Arabia Saudita - "non sta accusando prematuramente nessuno ma non è accettabile che qualcosa sia coperto".

Mentre il re Salman dimostra ancora fiducia nel figlio erede al trono (gli ha affidato la gestione di una commissione per ristrutturare i servizi d'intelligenze entro 30 giorni), al Congresso Usa si respira scetticismo. Forse perché i legislatori sanno che parte della loro America non si è dimenticata del fatto che i dirottatori degli aerei dell'11 settembre 2001 erano sauditi.

Per il senatore democratico Richard Blumenthal, sembra che Riad "stia cercando di guadagnare tempo e una copertura". Per il collega repubblicano Bob Corker "la storia che i sauditi hanno raccontato sulla scomparsa di Jamal Khashoggi continua a cambiare ogni giorno e non dovremmo dare per scontato che l'ultima non faccia acqua da tutte le parti". Per questo Corker, presidente della commissione Relazioni estere al Senato, chiede che gli Usa indaghino sul caso autonomamente "per determinare in modo credibile le responsabilità dell'uccisione" del reporter.

E' chiaro che l'Arabia Saudita viene vista con occhi diversi alla Casa Bianca e al Congresso. Non a caso circola voce a Washington che Jared Kushner, il genero e consigliere di Trump sia "terrorizzato" dal fatto che la stretta relazione con Riad possa saltare. La posta in gioco, dal punto di vista del presidente Usa, è troppo alta: commesse da oltre 100 miliardi di dollari di armi; un potenziale pressing sulla produzione petrolifera mondiale, visto che l'Arabia Saudita è il leader di fatto dell'Opec; un'alleanza, quella con Riad, troppo essenziale per isolare ulteriormente l'arci nemico Iran.

Avrà le sue colpe, ma Vladimir Putin ha ragione quando parla di due pesi e due misure nel modo in cui gli Usa stanno trattando il caso Khashoggi. Sul Guardian, Emily Thornberry, segretario ombra agli affari esteri britannici, ha scritto: "Immaginate come questo governo avrebbe reagito se la Russia o l'Iran avessero rapito - e probabilmente ucciso - uno dei loro giornalisti dissidenti sul suolo di un altro Paese".

Peccato che l'Arabia Saudita - lo ha detto anche Mike Pompeo, il segretario americano di Stato - ha una "lunga relazione strategica" con gli Usa che nell'epoca di Trump viene buona per colpire l'Iran e magari per portare a un accordo israelo-palestinese. Poco importa che Riad, per esempio, stia uccidendo vittime innocenti nel conflitto in Yemen, abbia fatto saltare la sua relazione diplomatica con il Canada e abbia rapito il primo ministro libanese. Così come crede ciecamente al leader nordcoreano Kim Jong Un sulla promessa denuclearizzazione e a Putin quando gli ha personalmente garantito che Mosca non ha interferito nelle elezioni del 2016, l'inquilino della Casa Bianca sembra credere alla versione di Riad che per il resto del mondo credibile non è.