L'anima del jazz abita nel salotto di Marjorie Eliot

Da 20 anni, ogni domenica, la sua casa di Harlem ospita un concerto

Non importa che nevichi, che sia un giorno di festa, o che le sia venuta la febbre. Da venti anni, ogni domenica pomeriggio alle quattro in punto, Marjorie Eliot apre la sua casa a chiunque voglia incontrare l’anima del jazz. Si siede al pianoforte, e in pochi minuti il suo piccolo appartamento di Harlem, al terzo piano dell’edificio al numero 555 di Edgecombe Avenue, si riempie di visitatori. Per un paio d’ore il salotto si trasforma in un autentico locale jazz, con una platea di quattro o cinque file di sedie e le lampadine blu. Vicino a lei si dispone il suo ensamble: Bob Cunningham al contrabbasso, Sedric Choukroum al sassofono e Koichi Yoshihara alla tromba. Spesso al gruppo si unisce un ospite, un grande nome della scena jazz di Harlem, o un musicista che, di passaggio a New York, ha sentito parlare di lei.

Tra il pubblico si riconoscono vicini di casa affezionati, amanti della musica, turisti e curiosi. Per alcuni di loro il concerto domenicale è diventato un rito, un appuntamento familiare e spirituale al tempo stesso. E’ un approdo sicuro nell’inquietudine della metropoli, un’occasione per onorare la musica nera e le sue radici, così vicine all’uomo da confondersi nel terreno della religiosità. “Quando sono arrivato a New York non avevo niente, possedevo solo la mia decisione di essere venuto”, racconta Sedric, partito da Parigi nel 1999 in cerca di un futuro come musicista. “Ma poi Marjorie mi ha detto: ‘non ti devi preoccupare tu sei con noi, appartieni a questo posto’ e io ho smesso di farmi domande. Lei è una delle poche ragioni per cui da subito ho deciso di fermarmi, mi ha convinto che tutto sarebbe andato bene e che stavo facendo la cosa giusta”. Sedric l’ha conosciuta una delle prime domeniche che si trovava in America. “Avevo portato da lei il sassofono ma non intendevo suonare”, racconta. “C’era poca gente, a quel tempo a volte venivano solo cinque o sei persone. Mi ero seduto sul lato della sala e mi stavo godendo la musica. Poi qualcuno l’ha sostituita al piano e lei si messa vicino a me. Abbiamo ascoltato il concerto insieme e appena ha notato la custodia del mio sax mi ha detto: ‘vai e suona!’. Io sono andato e tutti sono stati molto accoglienti. Ero felice, stupito del loro calore, mi sentivo a casa. Alla fine del concerto ho parlato con lei per ore, e mi ha detto: ‘la prossima domenica torni vero?’. Io ho risposto di sì. Da quel momento sono andato quasi ogni settimana per dodici anni”.

La session di jazz nel salotto di Edgecombe Avenue sono iniziate nel 1992, quando Marjorie ha perso il figlio Philip, morto, ad appena 32 anni, per una malattia al fegato. “E’ scomparso il 23 agosto”, precisa, seduta con minuta eleganza nella sua cucina, in un fresco abito a fiori, “e quest’anno, per il ventesimo anniversario, sarà di nuovo una domenica”. Marjorie ha iniziato a suonare per affrontare la tristezza e onorare la memoria di Phil attraverso la musica. Nel 2006 ha perso anche un altro figlio, Michael, colpito da meningite, e l’anno scorso ha visto morire il marito: ora il concerto domenicale è dedicato anche a loro. “E’ un modo per superare insieme il dolore della perdita, per condividere le proprie storie attraverso la musica”, spiega Sedric. “Marjorie riporta il jazz alle sue origini, alla ragione per cui è musica folk, musica delle persone per le persone. Oggi il jazz si suona nei grandi teatri, come il Lincoln Center, è raro trovare ancora lo spirito puro del genere”. Sedric ricorda la storia di un celebre sassofonista della scena di Harlem che si era innamorato dell’atmosfera di quel posto e voleva donare il suo pianoforte. “Era un grande piano a coda ma lei non l’ha voluto, avrebbe occupato troppo spazio a discapito del pubblico. Per lei quello che conta sono le persone”.

Marjorie è nata a Philadelphia, un numero imprecisato di decenni fa, e si è trasferita a New York, ad Harlem, quando era ragazzina. E’ cresciuta in una famiglia di artisti, ed è sicura di discendere da una “tribù Africana dedita alle arti”. In casa sua ognuno seguiva la strada che voleva. “A mia nonna piaceva cucinare, e ha nutrito tre generazioni. Io invece volevo fare la mamma e l’attrice”. Il ricordo dell’insegnante di teatro che aveva da piccola è ancora vivo, “pensavo che tutti i bambini del mondo facessero delle recite – spiega -. Per me era la cosa più naturale”. Oltre alla vocazione per la recitazione (che nel 1973 l’ha portata sul set di “Serpico” con Al Pacino), Marjorie ha una viscerale passione per la musica. “L’ho studiata da sempre, a casa avevamo due pianoforti. Non so perchè due, non l’ho mai chiesto. Ma era normale, nella comunità nera tutti hanno un piano. Se non ce l’hanno c’è qualcosa che non va.”

Lavorando con lei, a Sedric è capitato di essere l’unico bianco, in particolare quando la seguiva per i concerti nel Bronx. “Alla fine erano tutti sempre gentili e simpatici. Certo avrebbero potuto pensare che non capissi il jazz solo perchè non ne condividevo le origini, ma Marjorie si è sempre opposta a questo pensiero”. Febbraio è stato il mese della cultura nera, “ma io non celebro questo genere di cose” -spiega Marjorie- “io credo nelle persone con cui lavoro. Sedric viene con me in tutte le chiese nere, le scuole nere e i locali neri in cui suono, e la gente lo ama. Se mi chiedono ‘puoi portare neri?’, io rispondo che porto le persone a cui voglio bene e con cui mi piace suonare”. Al gruppo di jazz domenicale si è unito da qualche tempo il giapponese Koichi. “Qualcuno lo ha avvicinato mentre suonava a Central Park, e gli ha detto che sarebbe dovuto venire da me, e lui così ha fatto. All’inizio non parlava bene inglese, e non diceva niente sul fatto che suonava la tromba. Veniva e ascoltava la musica. Poi una domenica ha iniziato, mio figlio Rudi era al piano, e io intanto gli spiegavo come fare. Da quel giorno si allena con me tutte le settimane, sta migliorando moltissimo e mi chiama il suo mentore. E’ davvero gratificante per me”. Nel gruppo jazz che si esibisce ad Edgecombe Avenue, e che ha preso il nome di Parlor Entertainment, fa parte anche Bob Cunningham, un amico di vecchia data di Marjorie, che spesso si presenta con una felpa di quando Barack Obama vinse le elezioni.

Nell’appartamento di Marjorie la gente continua ad arrivare anche dopo le quattro e trova posto sulle panche posizionate lungo il corridoio che porta alle stanze da letto, o nella piccola cucina all’ingresso. Le pareti di casa sono coperte di immagini che raccontano la sua vita e le sue passioni: i volti inconfondibili di Billy Holiday e Louis Armstrong si mescolano alle polaroid sbiadite che immortalano la sua carriera, alle foto di famiglia, ai ritratti di attivisti e politici afroamericani. Verso le cinque si fa un breve intervallo e qualche volontario offre su colorati vassoi di plastica succo d’arancia e merendine, mentre un’amica di Marjorie raccoglie le offerte. “No, non dividiamo le donazioni del pubblico, Marjorie mi da un fisso ogni domenica”, racconta Sedric, “come a tutti gli altri. Essere un musicista jazz è molto difficile, imparare a suonare un genere così elaborato è un’esperienza che dura una vita intera, è una scelta importante, che richiede continuo impegno. Lei rispetta molto questa decisione, è per questa ragione che credo voglia pagarci sempre”.

Il guadagno, per Marjorie Eliot, non è mai stato una priorità. Il pubblico entra gratis, e quando ha rischiato che i suoi concerti diventassero più commerciali, lei ne ha difeso l’autenticità. “A un certo punto stavamo per incidere un album -racconta il sassofonosta-. Ci piaceva l’idea di fare qualcosa insieme e di lasciare alle persone un ricordo da portare a casa. Ma poi Marjorie si è resa conto che avrebbe dovuto venderli, che sarebbe diventato un piccolo business, e ha preferito lasciar stare. E’ per questo motivo che tutto questo è ancora autentico dopo così tanti anni. Sai quante cose restano uguali a New York? In sei mesi può cambiare un intero quartiere”. L’obiettivo di Marjorie è di rispettare lo spirito puro della musica popolare. “Queste note sono uscite dalla tristezza della schiavitù, riguardano tutti noi, e non c’entrano niente con i soldi. Io non vorrei mai che qualcuno non venisse al concerto perchè non ha il denaro per permetterselo. Anche quando insegno musica ai bambini non chiedo ai loro genitori di essere pagata, perchè loro non ne comprendono il valore. La mia famiglia spendeva per le mie lezioni, ma ne capiva l’importanza”.

Photo by Martina Albertazzi

Alla fine del concerto Marjorie presenta e ringrazia i musicisti uno per uno, poi si rivolge al pubblico e con un sorriso esprime a tutti la sua gratitudine, non nascondendo una certa commozione. “Grazie per aver condiviso con me anche questa domenica, siete come una famiglia e sarete sempre benvenuti. Ricevo da voi più di quanto vi offro.” In venti anni ha mancato l’appuntamento domenicale appena tre volte. “Si mette al piano anche se non sta bene, io l’ho vista suonare mentre stava male come un cane”, racconta Sedric. Quando il quinto dei suoi figli, Shawn, affetto da una malattia mentale, era scomparso di casa, lei si è presentata puntuale la domenica pomeriggio. Dopo qualche tempo il ragazzo è stato identificato in un ospedale, ed è tornato a casa dalla madre. “Marjorie era distrutta, ma lo ha cercato, ha messo annunci, e non si è persa d’animo”.

Marjorie è religiosa. E’ cresciuta in una famiglia protestante. “La religione fa parte di quello che ti forma: la casa, la scuola, la chiesa - spiega- non ho conosciuto un ateo fino agli anni del liceo, per la comunità nera la chiesa giocava un ruolo fondamentale”. Ora non va più a messa. “Non è che non abbia fede, ma non mi piace. E’ troppo politica. Lo spirituale per me, è il modo in cui suono”.

Edgecombe Ave risale le colline di Washington Heights, sulle rive del East River che separa Harlem dal Bronx. L’appartamento di Marjorie si trova ai piedi del Morris Jumel Mansion, un edificio in stile palladiano costruito alla metà del Settecento da una famiglia americana dell’alta borghesia come casa per trascorrere l’estate sulle rive del fiume. Durante la Guerra di Indipendenza è stato il quartier generale di George Washington, quando, prima di diventare presidente degli Stati Uniti, segnò la sua prima vittoria contro gli inglesi proprio ad Harlem.

Il quartiere è conosciuto in tutto il mondo come la mecca della comunità afroamericana, ma in origine non poteva essere più bianco. Fino ai primi del Novecento, ad appena venti anni dal fiorire dell’epoca d’oro del jazz, Harlem era meta di famiglie benestanti di origine europea, che fuggivano dalla lurida e pericolosa Manhattan per cercare una zona più verde e pulita.

Photo by Martina Albertazzi

A cambiare il colore di Harlem fu un’astuta operazione immobiliare, Il primi anni del XX secolo il mercato delle abitazioni del quartiere crebbe in maniera incontrollata, tanto da generare un grave fenomeno di inflazione. Nel clima di crisi si fece largo un uomo d’affari afroamericano, Philip Payton, che aprì le porte del quartiere alla comunità nera. Payton firmò dei contratti per prendere in gestione abitazioni da affittare esclusivamente a gente di colore, in risposta agli imprenditori immobiliari bianchi che invece perpetuavano una politica opposta. Interi isolati iniziarono a riempirsi di afroamericani della classe media, e i quotidiani dell’epoca parlavano di “invasione dei neri”. L’avventura imprenditoriale di Payton finì male, fu portato in tribunale per frode e chiuse la sua attività, ma ha posto le basi per la nascita di uno dei movimenti culturali più fervidi della storia degli Stati uniti, l’Harlem Reinassance, l’età d’oro del Jazz.

A quegli anni risale l’edificio di Edgecombe Ave in cui vive Marjorie. E’ abitato quasi esclusivamente da afroamericani, che spesso nel fine settimana organizzano piccole feste e merende nella hall. “Il quartiere è molto cambiato da quando l’avevo visitato per la prima volta, negli anni Ottanta”, racconta Sedric. “Ora è molto più vario”. La zona ovest di Harlem è abitata da molti studenti della Columbia che non possono permettersi una stanza nell’Upper West Side, mentre la parte est è popolata quasi esclusivamente da latinoamericani. Anche i newyorkesi benestanti, che vivono e lavorano a Manhattan, stanno cominciando nuovamente a investire nel quartiere, in cerca di abitazioni a buon prezzo da restaurare e rimettere a nuovo.

“Questo quartiere ha uno spirito, e sono le persone a costruirlo, non gli edifici” -spiega Marjorie- E’ una zona multietnica, ma ci sono diversi gruppi ancora chiusi, come i messicani, i portoricani e i neri. La segregazione si sente, e la musica può aiutare unire le persone”. Marjorie si mette al piano e apre la sua porta su New York. “La gente viene, e porta con sè le proprie storie, i propri sentimenti e la propria idea di musica. Sono felice di vedere chiunque varchi quella porta di domenica, gli sono grata”.

Cover photo by Martina Albertazzi