L'immigrazione ispanica è finita?

Il politologo Michael Barone: la grande ondata degli immigrati "latinos" forse appartiene al passato

Nel 2004 Samuel Huntington, il politologo conservatore di Harvard divenuto celebre in tutto il mondo per aver preconizzato prima dell’Undici Settembre lo “scontro di civiltà” (sua la definizione) tra Occidente e Islam, pubblicò un saggio dal titolo “Who are we? The challenge to America" (in Italiano sarebbe uscito come La nuova America. Le sfide della società multiculturale) nel quale lanciava l’allarme contro un altro genere di “scontro”: "il flusso continuo di immigranti ispanici, provenienti in massima parte dal Messico, minaccia di dividere gli Stati Uniti in due popoli, due culture e due lingue". Secondo Huntington, non solo i latinoamericani sono restii ad adattarsi all’american way of life, ma addirittura tendono a voler “ispanizzare” la società statunitense.

Giusta o sbagliata che fosse l’analisi di Huntington, di certo il dato di fatto era vero: l’immigrazione ispanica era un fenomeno di proporzioni epocali. Nel 2003 gli afroamericani avevano cessato di essere la più grande minoranza etnica degli Usa, venendo sorpassati dagli ispanici che erano divenuti quasi cinquanta milioni di persone (una moltitudine più vasta dell’intera popolazione del Portogallo o del Belgio).

Ora, la notizia è che questo fenomeno potrebbe essersi concluso. Mentre in questi giorni il Congresso si accinge a fronteggiare la eventualità di un nuovo tentativo di riforma della legge sull'immigrazione - una promessa elettorale disattesa da Barack Obama nel suo primo mandato e riproposta per il secondo, ottenuto anche grazie al decisivo voto "latino"- la questione va probabilmente inquadrata non nell'ottica di arginare nei prossimi anni uno Tsunami di immigrazione latinoamericana ancora crescente o comunque in corso, bensì in quella di gestire la coabitazione con una poderosa minoranza latinoamericana il cui afflusso verso gli Usa è stato sì negli scorsi anni molto massiccio, ma da qualche tempo si è sostanzialmente esaurito.

A proporre, dati alla mano, questa analisi decisamente in contrasto con il luogo comune della "emergenza immigrazione" al confine con il Messico è Michael Barone, insigne politologo di area conservatrice e coautore dell'enciclopedico “Almanac of American Politics”, in un corsivo appena apparso sulla National Review che anticipa il contenuto del suo prossimo libro, in uscita l'anno prossimo.

L’analisi di Barone (il quale si era già cimentato con il tema dell’immigrazione nel 2001, con il saggio “The New Americans: How the Melting Pot can work Again”) si basa su di uno studio pubblicato a maggio dal Pew Hispanic Center nel quale, incrociando i dati statistici forniti sia dalle autorità statunitensi che da quelle messicane, si rileva che durante il quinquennio 2005-2010 l'immigrazione dal Messico si è di fatto azzerata: al netto degli immigrati giunti negli Stati Uniti attraversando il Rio Bravo, sono di più (circa 20mila in più) quelli che al contrario se ne sono ritornati in Messico o in altri Paesi centro o sudamericani.
Dato eclatante, soprattutto se raffrontato con quello del quinquennio 1995-2000 quando gli "ispanici" immigrati negli Usa furono più di due milioni.
In particolare, l’inversione di tendenza si registra solo a partire dal 2007: in perfetta concomitanza con lo scoppio della bolla immobiliare (quello di muratore è il mestiere più diffuso fra gli immigrati messicani), cui ha fatto seguito nel 2008 l'avvento della Grande Recessione. In questo senso potrebbe non aver avuto tutti i torti Mitt Romney, quando all’inizio delle primarie se ne uscì a dire che a suo avviso la soluzione dell’emergenza immigrazione stava nella “auto-deportazione”, ossia nel fatto che una parte dei latinos se ne sarebbe tornata oltreconfine più o meno spontaneamente.

Barone sostiene non solo che il “reflusso” è stato causato dalla crisi economica (questo lo sostengono in molti), ma anche – e questo probabilmente è l’elemento più originale della sua teoria – che la fine della crisi non porterà con sé una ripresa dell’immigrazione ispanica, perchè nel frattempo l'economia messicana sta notevolmente migliorando. Le ondate migratorie, egli osserva, spesso finiscono repentinamente dopo una generazione, in modo tanto in atteso quanto lo era stato il loro inizio. In questo caso, potrebbe essere successo prima ancora che Obama divenisse presidente.