La Cina ignora le minacce di Trump, annuncia dazi da 60 mld di dollari contro gli Usa

Risposta alle tariffe doganali da 200 mld annunciare dal presidente americano. Pechino valuta se mandare o meno una delegazione a Washington per riprendere i negoziati. Cook (Apple) ottimista

Come aveva anticipato da tempo, la Cina ha deciso che adotterà dazi tra il 5 e il 10% contro importazioni americane aventi un valore annuo di 60 miliardi di dollari. Le tariffe doganali scatteranno il 24 settembre, lo stesso giorno in cui entreranno in vigore quelle del 10% annunciate ieri dagli Usa contro 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi; quei dazi saliranno al 25% dal primo gennaio prossimo.

Pechino non si fa dunque intimidire dal presidente americano Donald Trump, che aveva avvertito: nel caso di ritorsioni da parte della nazione asiatica, Washington adotterà altri dazi per 267 miliardi di dollari. A quel punto, tutte le importazioni cinesi Usa sarebbero soggette a dazi.

Secondo Wilbur Ross, segretario americano al Commercio, i nuovi dazi da 200 miliardi sono pensati per "fare cambiare il comportamento" della Cina, che "ha finito i proiettili" a disposizione per reagire contro l'America di Donald Trump. In una intervista a Cnbc, Ross ha fatto riferimento al fatto che le esportazioni Usa in Cina sono circa quattro volte più grandi di quelle cinesi in Usa. Stando a dati federali, nel 2017 gli Usa hanno importato dalla Cina beni con un valore superiore ai 505 miliardi di dollari (contro i 130 miliardi di dollari di beni statunitensi importati dalla Cina).

Per Ross "è un po' deludente che le precedenti tariffe doganali non abbiano portato a un dialogo più costruttivo ma speriamo che queste ultime funzionino". E mentre il presidente Donald Trump dice di volere "negoziati costruttivi", la Cina sta valutando se mandare o meno una delegazione a Washington per incontri previsti la settimana prossima. Lo ha scritto il South China Morning Post citando funzionari di Pechino. Accettare l'invito giunto dal segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin, andrebbe contro la tesi che la Cina "non negozierà con la pistola alla tempia". Un'opzione potrebbe essere l'invio di una delegazione di basso livello, quella che già questa settimana doveva andare nella capitale Usa per preparare gli incontri della settimana prossima del vicepremier Liu He.

A Pechino c'è chi spinge per rimandare i negoziati dopo le elezioni di metà mandato previste in Usa a novembre. La tesi è che Trump non sia ancora pronto per siglare un accordo e che la sua linea dura gli serva per alimentare i consensi nella sua base elettorale in vista della chiamata alle urne in cui il Gop potrebbe perdere il controllo della Camera Usa.

Tim Cook, l'amministratore delegato di Apple, resta convinto che alla fine Stati Uniti e Cina sapranno trovare una soluzione per mettere fine alle tensioni commerciali. Durante la trasmissione "Good Morning America" di Abc, Cook ha ribadito quanto spiegato in varie occasioni nelle call a commento dei conti del gruppo. "Sono ottimista che i due Paesi risolveranno la situazione e la vita andrà avanti", ha dichiarato Cook aggiungendo: "Io e te possiamo scambiare qualcosa e tutti e due possiamo comunque vincere". 

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