La “Città dei Diari” italiana finisce sul New York Times

A Pieve Santo Stefano, in Toscana, un archivio che raccoglie le storie private di gente comune
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Oggi è facile esprimere la propria opinione. Basta andare in Internet, iscriversi ad uno dei tanti social network e dare sfogo ai propri pensieri che immediatamente diventano di dominio pubblico. In passato era più complicato. Chi sentiva il bisogno di raccontare - e raccontarsi - aveva poche alternative. Tra queste, scrivere un diario.

Nati per sfogo, col passare degli anni questi diari sono diventati preziosi documenti per i loro valore di testimonianza storica tanto che qualcuno ha deciso di raccoglierne il più possibile ed esporli in un museo.

L’eccentrico archivio, fondato nel 1984 da Saverio Tutino – giornalista e a sua volta “diarista” - si trova a Pieve Santo Stefano, paesino vicino ad Arezzo (Toscana) ora noto come “Città dei Diari” e la cui storia è raccontata dal New York Times.

All’interno sono custodite oltre 7.000 memorie, “alcune velocemente scarabocchiate su pezzi di carta, altre affidate a preziosi quaderni rilegati in pelle, altre ancora dattiloscritte ma tutte opera di gente comune come operai e casalinghe”, racconta il quotidiano americano.
La maggior parte dei diari risale al 1900 ma ce ne sono anche del 1800. Alcuni sono stati portati lì dai loro stessi autori, altri dai loro eredi che li hanno consegnati all’archivio dopo averli scoperti in soffitta o in cantina, dimenticati dentro vecchi bauli.

“Tutino credeva che ognuno di noi è parte di un gruppo e che tutti assieme costruiamo la storia”, racconta al quotidiano americano Loretta Veri, ex responsabile del museo a proposito dell’intento che ha ispirato il fondatore, morto tre anni fa.

“La sua idea di democrazia - ispirata a ideali politici di sinistra – era di dare voce alle persone comuni, di conferire alle loro vite la dignità che meritano”, dichiara invece l’attuale direttore Natalia Cangi.

Non sempre è stato facile, spiega Cangi, comprendere e trascrivere le memorie di tutti. Alcune pagine sono ad esempio in dialetto, scritte da persone quasi analfabete. Come il diario di Vincenzo Rabito, operaio siciliano: 1.027 pagine scritte tra il 1968 e il 1975 in cui l’uomo racconta la sua vita e al contempo alcuni dei fatti più rilevanti del ventesimo secolo.

Stella indiscussa dell’archivio però è Clelia Marchi, contadina mantovana nata agli inizi del ‘900 che nel 1984, all’età di 72 anni, cominciò a scrivere in dialetto la sua vita su un lenzuolo bianco. Due anni dopo lo consegnò lei stessa all’archivio ed ora i curatori lo considerano la loro “laica sindone”.

Storie di gente comune, insomma, ma anche di eroi. Come Orlando Orlandi Posti, partigiano durante la Resistenza. Dopo essere stato catturato dai nazisti nel febbraio del 1944, Orlandi cominciò a scrivere dei biglietti per lo più indirizzati ai parenti e alla fidanzata, ma anche ad alcuni compagni per avvisarli di una imminente retata dei soldati tedeschi. Una corrispondenza clandestina che si interruppe sei mesi dopo l’arresto, quando Orlandi divenne uno dei 335 italiani uccisi dai tedeschi nelle Fosse Ardeatine il 3 marzo del 1944.

Questi bigliettini - che Orlandi riusciva a far uscire dal carcere arrotolandoli nel colletto della camicia – sono ora conservati dall’archivio come commovente testimonianza personale e storica.

Ma l’archivio non raccoglie solo il passato. Le sue porte sono sempre aperte per tutti coloro che vogliono portare lì i loro diari. Non solo. Ogni settembre si tiene un concorso che premia gli autori delle memorie più interessanti con la pubblicazione. E le iscrizioni sono aperte.

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