La Corporate America attende il voto: con il presidente anche nuove regole sulle tasse

Indipendentemente da chi sarà eletto alla Casa Bianca e in Congresso a novembre, le aziende americane dovranno probabilmente fare i conti con nuove regole fiscali. Sulla necessità c'è consenso bipartisan, sul cosa fare un po' meno

Indipendentemente da chi sarà eletto alla Casa Bianca e in Congresso con il voto di novembre, le aziende americane dovranno probabilmente fare i conti con nuove regole fiscali.

Quando il nuovo presidente americano si insedierà, all'inizio dell'anno prossimo, dopo il voto di novembre e il giuramento del 20 gennaio, e il Congresso, a sua volta rinnovato dalle elezioni, si riunirà, un punto su cui ci sarà probabilmente accordo, indipendentemente da chi sarà stato eletto, sarà la necessità di rivedere il sistema di tassazione corporate, risolvendo in particolare il tema dell'enorme quantità di liquidità accumulata all'estero dai colossi della Corporate America, come Google, Apple, Microsoft e Cisco, per evitare di pagare le tasse previste per il rimpatrio del contante detenuto all'estero (la legge attuale prevede un'imposizione fino al 39%).

Il caso più eclatante è quello di Apple, che detiene fuori dagli Stati Uniti oltre 200 miliardi di dollari, ma complessivamente le aziende americane a fine 2015 avevano 1.200 miliardi di dollari "parcheggiati" all'estero, stando ai conti di Richard Lane, analista di Moody's.

Tuttavia, se tra presidente e parlamentari ci sarà accordo sugli intenti, il discorso sarà probabilmente diverso quando si andrà ad esaminare le possibili soluzioni, soprattutto se Casa Bianca e Congresso non saranno controllati dallo stesso partito, come succede ora (il presidente Barack Obama è democratico, mentre Camera e Senato sono in mano ai repubblicani). Difficile fare previsioni in questo senso: per la Casa Bianca i sondaggi Hillary Clinton è in vantaggio, ma tutto può ancora cambiare a favore di Donald Trump, mentre sul Congresso prevedono che ognuno dei due partiti si aggiudicherà una Camera.

"Tutti sono d'accordo nel dire che il sistema attuale non funziona, ma c'è divergenza di opinioni su come aggiustarlo", ha detto l'amministratore delegato di Apple, Tim Cook, che si è comunque detto "ottimista sul fatto che nel 2017 si avrà qualche tipo di riforma della tassazione corporate".

Le ipotesi in campo sono numerose: molti democratici e repuhblicani vorrebbero una trovare un modo per incoraggiare le aziende a rimpatriare la liquidità offshore e il presidente Barack Obama ha ipotizzato una tassa una tantum con aliquota relativamente bassa, che renderebbe meno attraente per le aziende tenere il denaro all'estero. Sulla proposta ha trovato la sponda del candidato repubblicano Donald Trump, che ipotizza una tassa una tantum del 10%, mentre la democratica Hillary Clinton non si è espressa in proposito, concentrandosi invece su una proposta per chiudere le falle del sistema fiscale corporate entro i primi cento giorni di presidenza, qualora fosse eletta.

Secondo alcuni trovare un compromesso non è una cosa impossibile: "Non ci sono divergenze filosofiche. E' questione di numeri e questi parametri sono decisamente negoziabili", ha detto Eric Tode, condirettore del think tank Tax Policy Center. Un altro tema è quello dell'inversione fiscale (la pratica con cui aziende americane acquisiscono rivali straniere per poi spostare la residenza fiscale in Paesi con tassazione più conveniente): Obama ha varato leggi che la limitano e l'ex first lady Clinton vorrebbe rendere ancora più difficile per le aziende trarre beneficio da questa strategia, mentre alcuni think tank si sono espressi a favore della tax inversion.