La Fed alza i tassi per la terza volta nel 2017, altre tre strette nel 2018

Aumento di 25 punti base all'1,25-1,5%, come ampiamento atteso. Yellen non preoccupata da rally a Wall Street. Bitcoin? Un asset altamente speculativo. Riforma fiscale? Effetti ancora incerti

Gli investitori non avevano (giustamente) dubbi: la Federal Reserve ha annunciato un aumento dei tassi per la terza volta nel 2017, la quinta dal giugno 2006. E ha confermato le attese per tre strette nel 2018 e due nel 2019. Non solo. Ha rivisto al rialzo le stime di crescita dell'economia americana per questo e il prossimo anno e si aspetta un ulteriore calo del tasso di disoccupazione, già ai minimi del dicembre 2000. Il governator Janet Yellen può vantarsi di lasciare la guida della banca centrale con gli Stati Uniti in buona salute e pronti a godere, almeno un po', di una riforma fiscale sempre più vicina ma dagli effetti ancora "incerti".

La banca centrale americana, ancora per un paio di mesi guidata da Yellen, ha alzato il costo del denaro di 25 punti base all'1,25-1,5%. Lo ha fatto al termine dell'ultima riunione dell'anno in corso, la penultima per la prima donna ad essere arrivata a guidarla. Per Yellen, il prossimo appuntamento sarà il 30 e 31 gennaio 2018 quando per altro non è prevista una conferenza stampa. Quella in calendario invece oggi sarà per lei l'ultima occasione di confrontarsi con i giornalisti. Il suo mandato quadriennale scadrà all'inizio di febbraio, quando passerà l'incarico a Jerome Powell (già membro del board della Fed e voluto dal presidente americano Donald Trump).

La normalizzazione della politica monetaria dunque continua. E senza sorprese. E' da un anno che la Fed diceva che nell'anno in corso avrebbe compiuto tre aumenti dei tassi; inoltre, nei verbali della riunione del 31 ottobre e 1 novembre scorsi, diffusi il 22 novembre successivo, emerse che i membri del braccio di politica monetaria dell'istituto centrale si aspettavano una stretta "nel breve termine". Che è arrivata.

La decisione di alzare i tassi non è stata all'unanimità: ci sono stati due dissidenti (una prima volta nel 2017) e segno che altri disaccordi potrebbero esserci in futuro visto che l'inflazione al palo continua a essere il tallone d'Achille della Fed; l'istituto tuttavia resta convinto che "i fattori che quest'anno hanno tenuto a freno l'inflazione risulteranno transitori". Charles Evans e Neel Kashkari, rispettivamente presidenti delle sede regionali della Fed a Chicago e Minneapolis, avrebbero preferito mantenere il costo del denaro all'1-1,25%.

In generale comunque, i membri del braccio di politica monetaria della Fed si aspettano che "le condizioni economiche evolvano in modo tale da richiedere un rialzo graduale dei tassi". Tutto, come al solito, dipenderà dai dati macroeconomici in arrivo a cominciare da quelli relativi all'inflazione. Se la piena occupazione è ormai raggiunta, è la stabilità dei prezzi che la Fed non è riuscita ancora a garantire come vorrebbe visto che è da cinque anni e mezzo che l'inflazione non cresce al tasso annuo desiderato del 2%.

Nel giorno in cui il Dow Jones Industrial Average ha messo a segno il 68esimo record del 2017, il governatore della Federal Reserve ha detto di non esserne preoccupata. I prezzi degli asset saranno anche "elevati" ma ciò non rappresenta un grosso rischio. "Quando guardiamo ad altri indicatori dei rischi alla stabilità finanziaria, non c'è una luce lampeggiante rossa né arancione" come a dire che nulla sta indicando che ci si debba preoccupare. "Abbiamo un sistema bancario molto più forte e resiliente e non vediamo un aumento preoccupante a livelli eccessivi del leverage o della crescita del credito". E i Bitcoin? Per lei sono un "asset altamente speculativo" che per il momento non provoca rischi - se non "limitati" alla stabilità finanziaria.

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