La Fed avverte Trump: i dazi faranno calare le esportazioni americane

Con essi il presidente Usa vuole ridurre il deficit commerciale della nazione, che però non migliorerà
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I dazi voluti da Donald Trump per ridurre il deficit commerciale degli Usa - pari nel 2017 a 568,4 miliardi di dollari (il 2,9% del Pil) - sono pensati per ridurre le importazioni dell'America dal resto del mondo "ma non si può dare per scontato che il valore delle esportazioni resti invariato". Anzi. Stando a un'analisi pubblicata sul sito della Federal Reserve di New York da alcuni ricercatori, l'export americano di fatto "calerà, non solo per via delle tariffe doganali adottate da altri Paesi come ritorsione sulle esportazioni americane ma anche perché il costo per le aziende Usa di produrre beni per l'esportazione salirà rendendo l'export Usa meno competitivo nel mercato mondiale".

Secondo l'analisi firmata da Mary Amiti, vicepresidente del dipartimento dedicato alla ricerca, alla fine la politica protezionistica di Trump "risulterà probabilmente in un calo delle importazioni e delle esportazioni, con poco o nessun miglioramento nel deficit commerciale".

L'analisi utilizza l'esperienza della Cina, per suggerire che "un Paese che aumenta i dazi ridurrà non solo le sue importazioni ma anche le sue esportazioni". E "anche se gli esportatori americani finiscono per fare affidamento su articoli prodotti in Usa, i costi a loro carico saliranno comunque perché i fornitori connazionali in competizione saranno in grado di alzare i prezzi nei settori protetti da dazi più alti". I ricercatori fanno un esempio citando i dazi del 25% voluti da Trump sull'acciaio in arrivo su suolo Usa. "I produttori americani di acciaio possono alzare i prezzi e restare competitivi. Sono gli esportatori statunitensi che dipendono da loro che saranno colpiti negativamente. E questo vale ancora prima che venga tenuto conto del costo per gli esportatori delle misure di ritorsione di altri Paesi".

I ricercatori ricordano che la Cina ha ridotto i dazi sulle importazioni quando entrò a fare parte dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) nel dicembre 2001. Se nel 2000 le tariffe doganali cinesi erano in media "relativamente alte", al 15%, entro il 2006 erano scese in media del 40% al 9%, spiegano i ricercatori che con una tabella mostrano "un incremento enorme (di oltre il 25% in media per anno)" dei tassi di crescita sia delle importazioni sia delle esportazioni cinesi successivamente all'ingresso nel Wto. In ambo i casi i tassi di crescita sono più che raddoppiati nei cinque anni successivi all'ingresso del Wto rispetto ai cinque anni precedenti.

Citando un'altra ricerca - intitolata “How Did China’s WTO Entry Affect U.S. Prices?” - gli esperti della Fed di New York dimostrano come abbassando i dazi sulle importazioni "la Cina abbia ridotto i costi di produzione e aumentato la produttività, permettendo alle aziende cinesi di entrare nel mercato americano e di competere con altre aziende". In un altro grafico, la ricerca mostra come "le esportazioni verso gli Usa siano cresciute molto più rapidamente nei settori che hanno vissuto i cali più sostanziali nelle tariffe doganali".

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