L'italiano che ha portato l'arte sovietica al New Museum


Massimiliano Gioni è l'italiano under 40 più potente dell'arte contemporanea. L'ultima provocazione: la mostra Ostalgia


13.09.11

01:03

Massimiliano Gioni è uno che non perde tempo. A 25 anni volava da Milano a New York per diventare caporedattore della rivista Flash Art. Oggi, trentasettenne, è direttore associato del New Museum di New York e il più giovane tra i quattro italiani nella classifica di Art Review che elenca i 100 più potenti dell'arte contemporanea (gli altri sono il curatore del Guggenheim Museum, Germano Celant, l'artista Maurizio Cattelan e il gallerista Massimo De Carlo). Nel mezzo, è stato enfant prodige in Italia, dove a 30 anni è diventato direttore artistico della Fondazione Trussardi. Anche se non gli piace l'idea di sembrare un workaholic, Gioni nel suo lavoro vive immerso. Non a caso, è sposato con una collega, la curatrice Cecilia Alemani, e di New York, dice di amare il fatto "che è quasi un grande ufficio a cielo aperto, la distinzione tra vita e lavoro qui è più fluida".

  Al lavoro, a casa, in vacanza, l'arte è il suo mondo. L'arte che più ama, ha dichiarato spesso, è quella che non ha senso e che non capisce. Ma la mostra da lui curata e aperta fino al 25 settembre nelle sale del New Museum, al 235 Browery, di sensi ne ha moltissimi. L'ultima provocazione di Gioni è stata portare in America una rassegna dell'arte degli artisti del periodo pre e post caduta del blocco Sovietico. Provocazione delle provocazioni, l'ha chiamata Ostalgia, nome ispirato al neologismo tedesco Ostalgie che vuol dire Nostalgia dell'Est. Il termine iniziò ad essere usato nella Germania degli anni '90 per definire quella sensazione verso il periodo tramontato, precedente la caduta del muro di Berlino. "Ma non è una mostra sulla nostalgia del comunismo - spiega Gioni - è una mostra che con questo titolo vuole raccontare un mondo che sta sparendo, anche fin troppo rapidamente. Da europei e in Italia abbiamo avuto un'esposizione diversa ma in America quel periodo della fine della guerra fredda è stato vissuto come una vittoria che ha reso quel mondo più simile all'occidente". Allo stesso tempo, spiega il curatore, i paesi ex URSS hanno cercato di diventare più occidentali, cercando di rimuovere in fretta un passato che resta di valore storico.

Ostalgia mette insieme i lavori di più di 50 artisti di 20 paesi dell'Est Europa e dell'ex URSS. Il centro temporale è attorno al 1991, quando si dissolsero l'Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. A 20 anni di distanza, molte delle opere in mostra offrono reportage della vita durante il comunismo e nel periodo post-sovietico. Particolare attenzione è dedicata alla figura dell'artista nei paesi comunisti, che era un fuori casta, visionario e testimone. "Molti degli artisti in mostra - spiega Gioni - avevano difficoltà a liberarsi dalla conservativa visione dell'arte imposta dal regime e dalla sua ideologia. Ma questo processo di emancipazione spesso si manifestava come la scoperta di una più complessa e stratificata realtà". Molti dei lavori erano creati di nascosto per una piccolo comunità in contrasto con il mondo e il mercato dell'arte di oggi. Il tema della mostra diventa quasi la nostalgia verso un mondo in cui l'artista era un eccentrico separato dalla società, mentre oggi il mercato è al centro e premia pochi grandi nomi che vengono macinati rapidamente. Anche l'estetica povera di Ostalgia è una risposta ad un mercato di numeri e prezzi arrivati alle stelle. "I lavori di questi artisti dimostrano che si può lavorare pressoché con nulla, questa mostra dà un'estetica adatta ad un periodo di recessione".

In questa ottica, la crisi economica che sta facendo tremare gli Stati Uniti diventa una sfida per il mondo dell'arte. "In America siamo in un periodo di transizione, il mercato si è contratto. Ma proprio per questo è un periodo che può essere molto interessante. I giovani artisti devono abituarsi a non guardare solo al valore delle opere, ai prezzi. Ci possiamo trovare un momento di interessante ricambio generazionale".

Tra le novità sulla scena newyorchese Gioni vede un diverso impegno da parte degli artisti. "E' molto interessante vedere che alcuni artisti hanno preso a realizzare opere di distribuzione, a gestire in proprio gallerie, riviste. Gli artisti sono più attivi nella gestione".

Pur tornando spesso in Italia, dove riconosce che il suo lavoro è stato apprezzato e valorizzato, Gioni resta felicissimo della sua scelta newyorkese. E la consiglierebbe ai giovani artisti. "Dire che si deve venire qui regolarmente perché è il centro dell'arte è quasi una banalità. E oggi viviamo in un mondo enorme, ci sono tanti altri centri. Ma qui si può trovare tutto quello che si vuole. Un consiglio che darei però è di venire qui, non tanto con un progetto, ma con un obiettivo, perché questa città può distrarre molto facilmente". Per quanto riguarda il suo obiettivo iniziale, "era sopravvivere con uno stipendio, e non era un obiettivi da poco", scherza, ma neanche troppo, Gioni. "E poi, non vorrei sembrare presuntuoso, mi sentivo che in Italia avevo esaurito quello che potevo imparare. Volevo imparare di più, quello era l'obiettivo".

Commenta su America 24

Se vuoi contattare Alessia Pirolo puoi lasciare un commento su questa pagina o sulla bacheca .

Per farlo devi creare un account gratuito su America24, a questo link. Se hai già un account fai il login

0