La Palestina ha vinto la guerra contro Israele, ma solo sui social media

È il primo conflitto tra le due parti completamente raccontato sui social network che hanno livellato le spropositate differenze sul piano militare, dando un vantaggio inaspettato ad Hamas
Militari israeliani si muovono verso la Striscia di Gaza ap

La guerra tra Israele e Hamas si combatte anche sui social media, attraverso un flusso costante di tweet, di post su Facebook e di video su YouTube che non si era mai visto nei precedenti conflitti. Un fuoco incrociato di propaganda, prove (tutte da verificare), immagini di corpi privi di vita. Due punti di vista lontani anni luce. Da una parte Hamas raccomanda di usare sempre il termine "cittadini innocenti" quando sui social media si parla di vittime di un attacco. Il messaggio dello Stato ebraico è diametralmente opposto, chiede ai suoi blogger di definire quegli stessi morti come "scudi umani" sacrificati dai "terroristi senza cuore" che controllano la Striscia di Gaza. All'interno di questo quadro per ora Hamas, con la sua strategia scomposta, fatta di milioni di fonti incontrollabili sembra avere la meglio sull'approccio più composto e istituzionale di Israele.

Un'infografica pubblicata sul Twitter dell'esercito israeliano


Topsy, la piattaforma che analizza il flusso di tweet - ripreso anche dal New York Times, ha calcolato che negli ultimi 30 giorni l'hashtag #GazaUnderAttack è stato usato oltre 4,5 milioni di volte, mentre #IsraelUnderFire poco più di 220.000. Come ricorda il quotidiano newyorchese, questa grande massa ha dato spazio anche a centinaia di estremisti, a notizie non confermate, a una propaganda radicale, soprattutto da parte dei miliziani di Hamas.

Una delle conseguenze? Facendo riferimento a un articolo apparso oggi sul New York Times, Israele, dopo tre settimane di guerra, pur continuando ad avere molti sostenitori all'interno dell'opinione pubblica americana, sta perdendo consensi all'esterno degli Stati Uniti. Secondo un sondaggio svolto venerdì scorso dal Pew Research Center (e che quindi non tiene conto dei 122 morti palestinesi e dei 15 israeliani di domenica scorsa) il 51% degli americani continua a stare dalla parte dello Stato ebraico, contro il 14% che sotiene i palestinesi. La stessa cosa non avviene in Europa, "un'area molto più vicina alla regione, dove c'è maggiore contatto con il mondo arabo e musulmano e più apertura verso il punto di vista dei palestinesi", ha detto al quotidiano di New York Andrew Kohut, direttore del Pew Research Center.

Un fotomontaggio che da giorni circola sul Web con Netanyahu insieme a Hitler


Da sempre la propaganda è un elemento fondamentale nelle guerre. Ma questa volta diversi analisti hanno notato come lo scontro tra Israele e Hamas abbia toccato livelli di aggressività per fomentare l'odio, come mai prima d'ora: un'esplosione di milioni voci e di informazioni non verificabili che mescolano le icone della cultura pop con l'immaginario di guerra. Si citano film (Ritorno al Futuro è usato per paragonare la strategia israeliana a quella nazista, con Netanyahu nella stanza dei bottoni insieme a Hitler), si propongono infografiche perfette che sembrano uscite da uno studio blasonato. L'l'Israeli Defense Forces, l'esercito israeliano, scrive su Twitter: "Israele usa Iron Dome [lo scudo contro i missili lanciati da Gaza] per proteggere i civili. Hamas usa i civili per proteggere i suoi razzi". A cui fanno eco centinaia di altri slogan contro lo Stato ebraico. Da qualche giorno circola sul social network un immagine in cui si legge: "Israele uccideva bambini da molto prima che Hamas fosse creata". Poco importa se Twitter e YouTube continuano a chiudere decine di account di militanti estremisti delle Brigate Ezzedin Al Qassam, il braccio armato di Hamas. Il giorno dopo ne nascono altri cento.

Il profilo dell'Israel Defense Forces su Twitter


Tutto questo mentre l'Idf ha lanciato un'enorme campagna sui social media per annunciare e raccontare l'operazione "Protective Edge", il primo conflitto tra le due parti ad essere profondamente influenzato dai social media. Durante l'ultima guerra - nel dicembre del 2008 con l'operazione "Cast Lead" - Twitter era nato da tre anni e la massa di tweet e di opinioni che circolavano sulla piattaforma era molto ridotta se confrontata con quanto avviene oggi. Facendo un passo indietro, nel 2012 sempre l'Idf aveva iniziato quella che sarà ricordata come la prima dichiarazione di un attacco su Twitter, quando iniziò l'operazione "Pillar of Defense", in risposta al lancio di oltre 100 razzi in 24 ore da parte di Hamas.

Nella guerra in corso l'esercito israeliano ha messo in campo oltre 40 esperti tra grafici, animatori e programmatori per la sua campagna social. Una strategia che secondo diversi analisti fa meno presa sul pubblico dei social media. Un esempio perfetto è dato dai termini usati dalle due parti: le operazioni dello Stato ebraico a livello semantico convogliano un senso di forza superiore, di grandiosità e di decisione che non poteva essere evitata. Un'informazione statica che appartiene al passato.

Come ha scritto Benjamin Wallace-Wells su Slate per la prima volta i cittadini americani e il resto del mondo stanno seguendo il conflitto attraverso gli occhi dei palestinesi, grazie a Twitter, a YouTube, alla strategia vincente dei guru di Hamas e all'immenso spazio che offrono queste piattaforme. I social hanno ridotto le differenze, dando una visibilità che fino a pochi anni fa Hamas e gli abitanti della Striscia di Gaza non avrebbero potuto avere. A far presa sono quelli che Netanyahu - con un espressione molto criticata - ha definito "morti telegenici palestinesi" usati da Hamas "per la propria causa".

Immagine anti-Israele molto condivisa su Internet


Ma mai come in questa guerra anche i media tradizionali hanno dovuto fare i conti con i social network. Ayman Mohyeldin, un giornalista di origine araba della Nbc, era stato spostato da Gaza a Tel Aviv dal network americano. Alcuni dicevano che lo spostamento è avvenuto perché aveva raccontato in modo fazioso la storia della morte dei quattro bambini sulla spiaggia di Gaza. Secondo altre indiscrezioni il cambio di posizione - anche se la rete non ha spiegato esattamente il perché - sarebbe arrivato semplicemente per dare spazio a Richard Engel, un giornalista molto più noto di Nbc, una mossa per vincere vincere la battaglia dello share con la concorrente Abc che aveva mandato sul posto i suoi giornalisti più conosciuti. Comunque sia, la Nbc dopo quattro giorni di una campagna su Twitter senza precedenti da parte di migliaia di persone e di altri giornalisti che chiedevano il ritorno di Mohyeldin, ha deciso di rimandarlo a Gaza.

La corrispondente Diana Magnay di Cnn, all'opposto, è stata punita da Twitter. La giornalista - che è stata sospesa dal suo incarico in Israele e spostata a Mosca - aveva definito "feccia" sul suo Twitter un gruppo di israeliani: avevano applaudito l'inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza minacciandola (sempre a detta sua) di distruggerle l'auto se avesse dato una versione parziale della guerra. Magnay si è poi scusata per la sua reazione e per il linguaggio usato.

In tutto questo rincorrersi di propaganda sulla Rete c'è anche una notizia positiva. Twitter non è usato solo per alimentare il fuoco incrociato tra le due parti, ma anche per promuovere il dialogo. Da qualche giorno arabi e israeliani di tutto il mondo si sono uniti per la campagna #JewsAndArabsRefuseToBeEnemies, condividendo milioni di immagini di pacifica coesistenza tra i due popoli con persone che si abbracciano, si baciano, mostrando il cartello "ebrei e arabi rifiutano di essere nemici". Una bella lezione, per tutti.

Foto: Militari israeliani si muovono verso la Striscia di Gaza ©Ap

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