Obama e Guantanamo: la promessa tradita

Tre anni fa Obama promise di chiudere il supercarcere cubano. Ecco perché non lo ha fatto

Ieri il clamore generato dalle primarie repubblicane in South Carolina ha fatto passare inosservata una ricorrenza sulla quale sarebbe forse valsa la pena di soffermarsi: compiva tre anni la primissima promessa che Barack Obama aveva fatto solennemente all'America e al mondo subito dopo essere entrato in carica come quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti.

Era il 22 gennaio 2009. Il Presidente della Speranza e del cambiamento aveva giurato da appena due giorni. Davanti alle telecamere, circondato da generali ed ammiragli in pensione, impugnò la penna e firmò trionfalmente un “ordine esecutivo” che imponeva la chiusura “il prima possibile, e comunque entro un anno” del carcere speciale di Guantanamo Bay. 

I media di tutto il mondo non aspettavano altro: quel gesto dimostrava che “l’America di Obama” era diversa da quella di Bush Del resto, era quello che l'allora senatore dell'Illinois aveva promesso quando si era candidato, addirittura prima delle primarie, in un discorso sull'Undici Settembre e la Guerra al Terrorismo tenuto nell'agosto del 2007 a Washington, al Woordow Wilson International Center:
“Io ho fiducia nei tribunali degli Stati Uniti, e ho fiducia nei nostri avvocati militari. Da Presidente, chiuderò Guantanamo, abrogherò l'atto che l'ha istituita, e aderirò alla Convenzione di Ginevra”.

Bush non l'aveva avuta, quella fiducia. Per lui i terroristi (o sospetti tali) dovevano poter essere tenuti prigionieri a tempo indeterminato, in attesa non solo di giudizio ma anche di imputazione; il Pentagono e la CIA dovevano poter decidere discrezionalmente se, quando e come processare ogni nemico catturato in Afghanistan e negli altri luoghi in cui si sarebbe combattuta la War on Terror.
La soluzione, congegnata dieci anni fa dal giovane costituzionalista John Woo, poggiava su due idee: la prima era quella di sottrarre le persone catturate allo status di “prigionieri di guerra”, in modo da sfuggire all'applicazione della Convenzione di Ginevra. Quindi nessuna possibilità di scegliersi un avvocato difensore, né di adire un tribunale competente a stabilire il proprio status. A questo scopo le persone catturate sarebbero state definite “nemici combattenti”, formula coniata sessant'anni prima dalla Corte Suprema nel decidere il caso di otto sabotatori nazisti catturati a Long Island e condannati a morte da una commissione militare costituita dal Presidente Franklin Delano Roosevelt.
La seconda trovata era quella di dislocare il campo di prigionia offshore, per evitare che i prigionieri, trovandosi sul territorio nazionale, avessero diritto a farsi processare dagli ordinari tribunali federali. La scelta era così caduta su “GITMO”, come la chiamano i militari: la base navale he la marina americana possiede sull'isoletta cubana in virtù di un “contratto di locazione perpetua” stipulato nel 1903, quando gli Stati Uniti di Teddy Roosevelt avevano liberato Cuba dalla dominazione coloniale spagnola.

Molti di noi magari non se ne ricordavano, ma avevano già sentito parlare di GITMO dieci anni prima al cinema, guardando il film di Codice d'Onore (“A Few Good Men”), girato da Rob Reiner su soggetto e sceneggiatura di Aaron Sorkin. Il protagonista, interpretato da Tom Cruise, è un giovane avvocato militare del JAG che difende davanti alla corte marziale due marine accusati dell'omicidio di un commilitone proprio nella base di Guantanamo. Alla fine scopre che l’ordine di aggredire il compagno era venuto dal comandante in capo della base, un cinico e burbero colonnello magistralmente interpretato da Jack Nicholson, per castigarne la insubordinazione; chiamato il superiore a testimoniare, riesce anche a provocarlo fino a fargli scappare una confessione, e quindi a farlo arrestare. Quello che il giovane avvocato non riesce a fare è controbattere allorché, avendo egli proclamato di aula di pretendere “la verità”, il colonnello lo zittisce ruggendogli addosso un concitato, indimenticabile monologo:
“Tu non puoi reggerla la verità! Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere sorvegliati da uomini col fucile. Chi lo fa questo lavoro, tu? Io ho responsabilità più grandi di quello che voi possiate mai intuire. Voi vi potete permettere il lusso di non sapere quello che so io… Voi non la volete la verità, perché nei vostri desideri più profondi che in società non si nominano, voi mi volete su quel muro: Io vi servo in cima a quel muro!”.

C’è qualcosa di terribilmente profetico nel fatto che quella storia fosse ambientata proprio a Guantanamo, dieci anni prima che quel luogo divenisse davvero in tutto il mondo il simbolo di quella verità ingestibile.
Durante la campagna elettorale del 2008, tutti gli aspiranti presidenti – non solo Barack Obama - avevano ostentato di essere pronti a gestirla, eccome. Anche il candidato repubblicano John McCain in più di un’occasione si era speso nella stessa promessa, colorita nel suo caso dal fatto che egli stesso è un ex prigioniero di guerra.
Ma è ad Obama che è toccato misurarsi con la prova dei fatti. Nella sua prima intervista dopo l'elezione, nella popolare trasmissione televisiva “60 Minutes”, si affrettò a ribadire quella promessa. Ma, come si è poi appreso, né allora né a gennaio aveva idea di come fare.

Il problema era: come e dove processare quelle persone?
Nel maggio del 2006 la Corte Suprema aveva decretato la illegittimità dei tribunali militari speciali appositamente istituiti dall'amministrazione Bush, perché incompatibili con gli accordi internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra. La Casa Bianca era corsa ai ripari facendo istituire dal Congresso un nuovo circuito di tribunali speciali, diversi da quelli inizialmente previsti ma comunque alternativi rispetto a quelli ordinari. Nel febbraio del 2007 la Corte Federale d’Appello del Distretto di Columbia aveva pure giudicato costituzionalmente legittima questa nuova soluzione; ma la Corte Suprema nel giugno del 2008 aveva bocciato anche questa seconda versione, con una sentenza che ribadiva il diritto dei prigionieri di guerra ad essere giudicati dai tribunali ordinari e non da quelli militari (il giudice Scalia, che capeggia la fazione conservatrice della Corte, nello schierarsi con la minoranza dissenziente si era spinto a profetizzare che quella decisione avrebbe causato “l’uccisione di altri americani” da parte dei terroristi islamisti).

Obama (che è stato anche avvocato e docente universitario di diritto costituzionale) aveva promesso al Paese proprio questo: di farla finita con questi espedienti. Nel novembre del 2009 il suo ministro della giustizia Eric Holder annunciò spavaldo che la mente dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, sarebbe stato presto processato a New York, in un normalissimo tribunale federale. Ma dopo un paio di mesi il progetto era già naufragato. Il quel tribunale è stato invece celebrato, come una sorta di esperimento, il processo ad Ahmed Ghailani, responsabile degli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998 (223 morti, oltre quattromila feriti). Dei ben 280 capi d’imputazione il giudice ne ha riconosciuto come fondato soltanto uno, non punito con la pena di morte. Holder ne ha tratto le debite conclusioni: lo scorso aprile, proprio nel giorno in cui Obama lanciava ufficialmente la campagna per la rielezione, ha annunciato che Khalid Sheikh Mohammed verrà sì processato, ma lo sarà laggiù a Guantanamo, e da uno speciale tribunale militare – proprio come avrebbe fatto Bush.

Alla fine, l'unica soluzione che il Presidente Premio Nobel per la Pace è riuscito a mettere in pratica è stata la stessa che veniva già praticata da Bush: trasferire i prigionieri altrove, in paesi terzi. Ma non è stato possibile trasferirli tutti: dei 241 che si trovavano nel carcere cubano quel 22 gennaio di tre anni fa, 171 sono ancora lì.
A marzo dell'anno scorso Obama ha firmato un nuovo ordine esecutivo, che autorizza la “detenzione a tempo indeterminato” per una cinquantina di loro ritenuti troppo pericolosi anche solo per spostarli. Molti l’hanno vista – e criticata – come la definitiva rinuncia a mantenere quella promessa. Pochi giorni dopo, il 1 maggio, la CIA e i Navy SEALS hanno ucciso Osama Bin Laden in Pakistan. Se lo avessero preso vivo, probabilmente lo avrebbero incarcerato proprio lì, nel carcere della vergogna del quale Obama ha scoperto di non riuscire a fare a meno.