La scuola che cambiò il destino di Michelle Obama

A 60 anni dalla storica sentenza della Corte Suprema, la First Lady ricorda la segregazione razziale ai tempi della sua infanzia
White House

Chicago, primi anni Sessanta. Le scuole pubbliche sono in larghissima maggioranza segregate, creando classi dove il colore della pelle è soltanto uno: il nero. In una di queste classi studia una bambina molto promettente, Michelle Robinson. Nel 1975 un evento cambierà per sempre la sua vita: la creazione di un liceo non ghettizzato per studenti di successo. Michelle Robinson è oggi Michelle Obama, la prima First Lady afro-americana degli Stati Uniti.

Stasera (venerdì), la signora Obama prenderà la parola nella città di Topeka (Kansas), luogo simbolo nella lotta per l’integrazione (clicca qui per lo streaming dell'evento). La giornata di domani marcherà il sessantesimo anniversario dalla decisione della Corte Suprema di dichiarare incostituzionale la segregazione nelle scuole della città e di tutto il Paese perché l'educazione "deve essere aperta a tutti in termini equi".

"Ci impegnamo nella lunga lotta per cancellare l'intolleranza e il razzismo in ogni loro forma", ha dichiarato in una nota la Casa Bianca. "E ricordiamo che i il cambiamento non avviene da un giorno all'altro: ci vollero anni e un movimento su scala nazionale per realizzare pienamente il sogno di avere diritti civili per tutti i figli di Dio. Non dimenticheremo mai gli uomini, le donne e i bambini che hanno affrontato rischi straordinari per fare del nostro paese un posto più sicuro e più libero."

L'anno in corso di importanti anniversari per l’epopea degli afroamericani. Nel 1964, l’anno in cui nacque quella che sarebbe poi diventata First Lady, venne approvato il Civil Rights Act, che dichiarò illegale la discriminazione in base all’etnia nella registrazione per le elezioni, nei concorsi per scuole, alloggi o assunzioni. Una legge che produsse effetti di vastissima portata. Ma fu la sentenza “Brown v. Board of Education” del 1954 a influenzare in modo decisivo la vita di Michelle, la quale solo di rado ha parlato apertamente del razzismo patito durante l’infanzia.

Se Barack Obama è cresciuto in parte in Indonesia e in parte in una scuola d’elite multirazziale delle Hawaii, Michelle ha trascorso la sua giovinezza a South Side, Chicago. Un’area dove nel 1980 - quando lei era sedicenne - la popolazione era composta al 96% da afroamericani. E così erano le scuole della zona. Benjamin C. Willis, il sovrintendente scolastico di Chicago, si opponeva ferocemente all’abolizione di questi getti pubblici e nel 1969, quando Michelle era al primo anno di scuola elementare, la sua classe aveva cinque volti bianchi e 24 bambini di colore.

Ma la creazione della Whitney M. Young Magnet High School (che prese il nome da un importante attivista dei diritti civili) cambiò per sempre il destino di Michelle. Il liceo, che si trovava ad un’ora e più di autobus da casa sua, offriva classi avanzate e test d’ammissione molto severi. Soprattutto era la prima scuola realmente integrata di Chicago, e diede alla promettente studentessa Robinson l’opportunità di fuggire dal ghetto dov’era cresciuta, di confrontarsi con altre eccellenze e di essere esposta ad un ambiente finalmente variegato.

Trenta e passa anni dopo, Michelle Obama non ha mancato di ricordare i sacrifici di quegli anni. “Mi svegliavo ogni mattina alle 6”, ha raccontato a un gruppo di studenti di Washington l’anno scorso, aggiungendo come il pregiudizio la perseguitasse anche al liceo. “Alcuni dei miei insegnanti mi dissero esplicitamente che le mie aspettative erano troppo elevate”. Non secondo Michelle, che sarebbe arrivata a studiare a Princeton e alla prestigiosa facoltà di Legge della Harvard University.

Eppure la First Lady, che durante la campagna presidenziale del marito veniva descritta dai media conservatori come la tipica “donna nera arrabbiata”, è sempre stata attenta a non gettare benzina sul fuoco quando si parla di razza. In pubblico, Michelle non ha mai attribuito le discriminazioni che l’hanno accompagnata per tutta la vita al razzismo istituzionale americano. “E mai lo farà”, sostiene Charles J. Ogleree, un suo professore ad Harvard. “Ma potete leggere tra le righe”.