"La Sfida" del regista Ancarani racconta le tradizioni del Qatar geneticamente modificate dal capitalismo

“The Challenge” – vincitore del Premio della Giuria 2016 al Festival di Locarno - è il primo lungometraggio dell’artista romagnolo Yuri Ancarani, che attraverso l’antica pratica della falconeria racconta il deserto del Qatar

Yuri Ancarani è un artista visivo italiano le cui opere spaziano tra il mondo della videoarte e quello del cinema. I suoi ultimi 5 lavori sono stati presentati e premiati in centinaia di festival internazionali - tra cui Locarno, Venezia e Toronto – e in prestigiosi musei, come il Centre Pompidou di Parigi, la Biennale di Venezia, il Guggenheim Museum di New York e l'Hammer Museum di Los Angeles.

 “The Challenge” - vincitore Premio della Giuria 2016 al Festival di Locarno e primo lungometraggio dell’artista - è stato presentato al quarantaseiesimo festival New Directors/New Films a New York, in calendario dal 15 al 26 Marzo. Per l’occasione abbiamo incontrato Yuri Ancarani, che con il suo film esplora il mondo d’orato e surreale degli sceicchi del Qatar, fatto di deserto, Lamborghini, moto cromate, jet privati e ghepardi al guinzaglio. In particolare la sfida di Ancanari è stata quella di seguire il viaggio di un giovane e ricco falconiere, diretto a una competizione di caccia: un espediente per raccontare tanto altro.

 

Da dove arriva questa storia e perché l’hai voluta raccontare?

Sono sempre alla ricerca di soggetti e situazioni attuali. In particolare “The Challenge” nasce da una curiosità: fino a cinque, sei anni fa il Qatar era completamente sconosciuto, poi improvvisamente si è aperto al mercato mondiale ed è diventato un Paese molto importante dal punto di vista economico. Ha cominciato a investire moltissimo nelle acquisizioni artistiche e a giocare un ruolo importante nella produzione cinematografica, nell’edilizia, nelle costruzioni museali. Vista la mia formazione legata al mondo delle arti visive, questa è stata una riflessione significativa. Mi sono domandato: “Ma lo conosciamo davvero il Qatar?”. E da qui è nato il film…

 

Quanto tempo ci è voluto e quando ti è costato produrre il film?

È stato un lavoro faticoso che mi ha impegnato mentalmente tre anni. Le riprese di per sé sono durate un mese perché i tempi concessi erano molto brevi. Anche il budget era basso, abbiamo fatto questo film con i finanziamenti dei cortometraggi. Ma poi ho sentito la volontà di andare avanti… e infatti il film è uscito con i debiti. In Italia non si fanno le cose per soldi ma per amore. Fortunatamente il film è stato presentato tantissimo e probabilmente riusciremo a pagarci le spese. Agli americani è piaciuto in maniera particolare, probabilmente si saranno chiesti: “Ma chi sono quei folli che hanno fatto un film del genere!”.

 

Al centro del film c’è la pratica della falconeria e il tema delle tradizioni. Ma è più forte la tradizione o la globalizzazione?

È un film sulle tradizioni beduine geneticamente modificate dal capitalismo. La falconeria è stata un pretesto per entrare in questo mondo. Quando si entra in un mondo all’inizio si vede solo la facciata che è stata costruita per il turista, ma quando si comincia a indagare si arriva ad una verità. Per loro la falconeria è importantissima, prima serviva per mangiare, i falchi venivano catturati mentre migravano sopra il Qatar e poi addomesticati per cacciare. Adesso il falco è un animale domestico e c’è una sorta di venerazione nei confronti di questo uccello.

 

I personaggi che vediamo nel film sono reali? Certe scene sono incredibili. Come la scena del ghepardo dentro la Lamborghini.

Sono tutti personaggi reali. Sono rappresentati come se fossero attori perché “The Challenge” per me non è un documentario ma è un film, e quindi l’approccio alla ripresa e alla costruzione è cinematografica. La maggior parte delle scene è stata ripresa nel momento in cui accadevano, come il tentativo di usare la macchina elaborata per salire senza rincorsa sulla duna, o quella dei bikers che si fermano per la preghiera: sono tutte scene inaspettate successe improvvisamente. Quella del ghepardo nella Lamborghini è una delle poche scene costruite: Nasser, il proprietario del ghepardo, ci raccontava che spesso passeggia con il ghepardo nel deserto e che si muoveva con diverse macchine tra cui la Lamborghini, così gli ho chiesto se potevo montare la camera dentro la macchina. Nonostante ciò la scena è naturale: è evidente come l’animale sia perfettamente a suo agio in quello spazio. Le fusa cha fa (anche dentro casa) sono una parte centrale del film… non servono parole.

 

A proposito di parole, nel film ci sono pochi dialoghi. È stata una scelta precisa per far emergere altro, come rumori poco naturali?

Si, è un film silenzioso ma è un film anche molto rumoroso perché si sente il deserto che è il silenzio, riempito dal rumore delle macchine, continuamente. In questo senso è un film molto rumoroso. In generale mi piace fare film poco raccontati, non spiegati, non con uno storytelling classico, mi piace che lo spettatore faccia un’esperienza come se in quell’istante fosse al fianco al protagonista e vivesse intensamente quella scena e provasse la stessa cosa che sta provando il personaggio in quel momento, provando anche la stessa fatica. Magari non capendo immediatamente cosa stia succedendo, ma arrivandoci piano piano… guardando…

 

Dove erano le donne durante tutto il film?

Nel Golfo la vita di uomini e donne è separata ancora oggi. È un mondo maschile e sono andato lì proprio per rappresentarlo in senso estremo. Le uniche donne che si intravedono sono delle turiste sul cammello. Gli uomini hanno tra loro un rapporto di fratellanza molto intenso e infatti tra amici, da tradizione, si sta mano nella mano, da lontano si vede anche nel film.

 

Considerando anche altri tuoi lavori, come “Da Vinci”, un film del 2012 sulla chirurgia robotica ambientato all’interno di una sala operatoria, viene da chiedersi: perché questi temi? Cosa muove le tue creazioni?

In “Da vinci” grazie alle camere endoscopiche, il corpo umano viene rappresentato come fosse un paesaggio, si vede il lavoro del chirurgo dall’interno. Lo spettatore vede sul grande schermo tutto quello che pensava fosse molto piccolo. Diciamo che sono tutti film sul tema del lavoro, che è una mia ricerca costante. Lavori estremi e raccontati poco. Anche “The Challenge” può essere considerato un film sul lavoro perché c’è un falconiere, ma soprattutto è un film sul non lavoro perché queste persone sono ricche e vivono la loro vita dedicandosi solo alle loro passioni. E la cosa incredibile (che è evidente nel film) è che è una vita molto noiosa! Questa è una prima lettura, poi ce ne sono altre: sono film dove c’è una ricerca sull’universo maschile. Sono tutti film faticosi che partono dall’esigenza di voler rappresentare un mondo. Io credo che un artista si curi attraverso la propria arte, ma paradossalmente penso che attinga proprio dalla malattia le idee e le energie per curarsi. E quindi non si curerà mai, perché quando sarà guarito non rappresenterà più niente. Io parto sempre da una ricerca personale interiore e questo mi porta a rappresentare l’invisibile delle cose, che a volte nelle persone crea dell’inquietudine, perché vedono delle cose ma ne percepiscono delle altre. Ad esempio nel film “San Siro” (2014) ho semplicemente seguito il backstage di una partita di calcio: inizia con gli operai al mattino e finisce con Balotelli che entra allo stadio. Semplicissimo, però quando si vede il film si percepisce un’energia trasmessa dall’edificio, che diventa quasi un tempio pagano. Stessa cosa in “Da Vinci”, il robot che opera è controllato da un medico, ma lo spettatore ha la percezione che questa macchina viva di vita propria. La cosa interessante è che il film ha inquietato soprattutto i chirurghi, alla fine di una proiezione uno di loro mi ha detto: “Hai fatto un film violentissimo, io sono sconvolto”.

 

E cosa ha suscitato “The Challenge” invece? È piaciuto agli sceicchi?

Gli uomini che vedono questo film si divertono moltissimo. Ci ho messo un po' di tempo ad interpretare le reazioni, quando lo montavo non capivo, a volte sulla stessa scena c’era qualcuno che rideva e altri che rimanevano angosciati. E non riuscivo a capire perché era così difficile controllare cosa stavo facendo. Di solito cerco di farlo: cerco di suscitare certe emozioni lavorando con le immagini e con il suono. Ma per “The Challenge” ho scoperto che è proprio il soggetto a mandare in tilt lo spettatore e soprattutto la reazione è diversa per uomo e donna. Come lì, nella loro cultura, la vita tra uomo e donna è separata, nella visione del film, il pensiero separa uomo e donna. Per esempio in Missouri, quando ho presentato il film, un signore mi ha detto che si era divertito e identificato nella vita che fanno gli sceicchi. Invece, in Svizzera, una signora si è lamentata del fatto che non c’erano donne nel film, mi fa: “Io non ci credo che non ci sono donne… chi è che cucinava?”. Riguardo agli sceicchi, invece, il film l’ha visto il protagonista che è anche venuto a Locarno invitato dal festival. Avevo chiesto espressamente di fargli solo una domanda. Il direttore artistico Carlo Chatrian chiede: 'Cosa pensi di questo film?' e lui risponde: 'Questo non è un film, è la vita normale'". “It’s normal!”, ha detto.

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