Da lavapiatti a medico, ecco come lavorare negli Usa


Le leggi, i visti e la burocrazia da affrontare


16.08.11

18:19

“Mollo tutto e vado a fare il lavapiatti a New York”. Alzi la mano chi non l'ha mai pensato almeno una volta. Ma New York ha 8.175.133 abitanti e trovare lavoro non è così facile e le regole da rispettare sono ferree. Per lavorare legalmente occorre avere un visto lavorativo rilasciato dal Consolato o dall'Ambasciata americana, che varia in base alla tipologia di mestiere e in genere consente di lavorare solo in una specifica azienda e per un periodo di tempo preciso. Ma come si fa ad avere un visto lavorativo?

Prima di tutto occorre sfatare il mito del lavapiatti. Non è possibile venire in America per fare legalmente lavori generici per cui non sia richiesta nessuna specializzazione come, per esempio, il lavapiatti o il cameriere. Del resto, perché mai dovrebbero accettare camerieri o impiegati stranieri quando al luglio 2011, il 9,1 per cento degli americani era senza lavoro? Questo non significa che nessuno straniero faccia il cameriere in America. Esiste, infatti, un'alternativa illegale: soprattutto nei ristoranti, ma non solo, gli stranieri in cerca di lavoro si iscrivono a una scuola e chiedono un visto da studente. Dopodiché, senza avere un visto adeguato, lavorano in nero dividendosi le mance in contanti a fine giornata. Ma, se si viene scoperti, la pena è severa: espulsione e divieto di rientrare negli Stati Uniti per un periodo che va da cinque a 10 anni, multa e, per i più recidivi, anche il carcere.

Una via legale per trascorrere un periodo di lavoro negli Stati Uniti senza avere particolari abilità professionali è l'internship, ovvero lo stage. Non sempre è pagato, ma è riconosciuto dalle aziende americane e non mancano le società disponibili a offrire questi periodi di prova. Per i tirocinanti è previsto un visto “J”, la cui durata varia in base alla categoria in cui rientra la persona. Questo visto permette anche di svolgere periodi di ricerca in campo scientifico, tirocini presso università, corsi di addestramento in aziende oppure di specializzazione per insegnanti. Ci sono poi i visti per lavori temporanei nell'ambito di professioni specifiche. Come, per esempio, il visto “I” per i rappresentanti dei media, “E” per chi vuole avviare un'attività, “P-1” per gli atleti riconosciuti in campo internazionale e “P-3” per gli artisti o intrattenitori che si esibiscono nell’ambito di un programma culturalmente unico.

Essere assunti a tutti gli effetti, ovviamente, è più complicato. Bisogna ottenere un visto H1B attraverso la “sponsorizzazione” da parte del datore di lavoro: un procedimento che richiede mesi di tempo e una spesa, che deve sostenere l'azienda, di diverse migliaia di dollari. Di conseguenza, per essere regolarizzati da un'impresa americana, bisogna avere delle capacità o conoscenze che giustificano la scelta del datore di lavoro. Questi “sponsor” non cercano lavoratori che svolgono mansioni comuni, come potrebbe essere un normale impiegato, ma sono alla ricerca di lavoratori altamente specializzati, magari in ambito tecnologico, informatico, medico oppure scientifico.

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