Le difficoltà di Trump a diventare il presidente che avrebbe voluto essere

L’ultima settimana ha dato dimostrazione agli americani di quanto stia diventando complicato per il tycoon mettere in pratica le promesse fatte in campagna elettorale

Una campagna elettorale trionfante nonostante le mille difficoltà, una vittoria inaspettata contro la candidata più accreditata, un vento nuovo che avrebbe cambiato la politica di Washington. Erano questi i presupposti con cui Donald Trump si è presentato all’Inauguration Day il 20 gennaio scorso quando ha giurato davanti ai suoi concittadini e al mondo intero diventando cos" il 45esimo presidente americano.

Prima di quel giorno il tycoon newyorchese aveva conquistato l’elettorato americano con slogan che lasciavano presagire un cambiamento senza precedenti negli Stati Uniti. Tra quelli più incisivi si ricordano sicuramente le promesse di essere il presidente che si sarebbe preso cura "degli ultimi", l’uomo che avrebbe "asciugato la palude" di Washington, "riunito il paese" e "cancellato e sostituito immediatamente l’Obamacare". Ma non solo, perché per fare tutto ciò si sarebbe circondato solo "delle persone migliori e più capaci" che ovviamente lo avrebbero portato ad ottenere "tante vittorie".

Ecco, dopo quanto successo quest’ultima settimana è chiaro che Trump sta avendo non poche difficoltà a diventare il presidente che avrebbe voluto essere e che soprattutto aveva promesso sarebbe stato. Secondo il Washington Post però gran parte della colpa è sua.

Analizzando i fatti di questi ultimi sette giorni, il presidente americano ha prima dato vita ad una polemica contro gli atleti americani che si sono rifiutati di cantare l’inno in segno di protesta contro le discriminazioni razziali che ancora dividono il Paese. Poi si è scagliato contro le autorità del Porto Rico che hanno accusato la sua amministrazione di scarsa efficienza nell’affrontare l’emergenza post uragano. In aggiunta, dopo l’ennesimo fallimento sulla riforma sanitaria, ha dato vita ad una riforma fiscale che secondo gli economisti favorirebbe soprattutto i ricchi, gli eredi di grandi patrimoni, gli imprenditori e le grandi aziende (Trump compreso).

Di per sé questa serie di episodi sembrerebbero già abbastanza per evidenziare quanto il presidente americano sia lontano dal candidato che ha sbaragliato la concorrenza repubblicana prima e quella della Clinton dopo. In realtà bisogna aggiungere anche che nell’ultima settimana ha anche ottenuto una sconfitta in Alabama dove il suo candidato, Luther Strange, ha perso le primarie per il senato contro un un candidato molto estremista, Roy Moore che molti hanno definito il vero "trumpista" dei due ma che in ogni caso non era la sua scelta né quella dell’establishment.

In ultimo, ma non meno importante, l’amministrazione Trump ha dovuto affrontare anche le dimissioni del segretario alla Sanità, Tom Price, finito in mezzo ad uno scandalo per via delle sue spese folli a danno dei contribuenti e che si è unito alla lunga lista di defenestrati, direttamente o indirettamente, dal tycoon.

Secondo William A. Galston, consulente politico di primo piano del presidente Bill Clinton e oggi membro del Brookings Institution interpellato dal giornale di Washington, "Trump ha fatto campagna sulla base di grandi promesse che sono state in molti casi sconnesse da un programma concreto per metterle in atto". La vera colpa del tycoon è quella di aver preso possesso dello Studio Ovale "dopo aver lanciato un sacco di slogan senza pensare realmente a come attuarli". Un modo, secondo Galston, "molto difficile per avviare un’amministrazione”.

Allo stesso modo però l’ex consigliere di Clinton, dall’alto della sua trentennale esperienza a Washington, crede che ci voglia almeno un anno se non di più perché una nuova amministrazione si assesti e capisca come lavorare. Anche perché Trump può continuare a puntare sulla forte ripresa dell’economia, può passare la riforma fiscale, può contare su una maggioranza repubblicana in Congresso e prepararsi al meglio per le elezioni di metà mandato.

L’atteggiamento dei suoi sostenitori continua invece ad essere lo stesso ritenendo che nonostante tutto l’inquilino della Casa Bianca "stia facendo molto bene". Secondo Christopher Ruddy, presidente di Newsmax Media e amico del tycoon, l’ultima settimana è stata "molto positiva" per il presidente e "i numeri parlano chiaro visto che la sua popolarità è cresciuta".

Un recente sondaggio di CNN ha visto crescere la sua popolarità al 40 per cento dal 38 per cento (dato di agosto), mentre quello congiunto di NBC-WSJ è andato anche meglio vedendolo salire al 43 per cento dal 39 (dato sempre di agosto). Il Washington Post e gli stessi sondaggi ci danno le riposte necessarie a capire questi numeri: l’accordo con i Democratici che ha velocizzato lo stanziamento dei fondi dopo l'uragano Harvey e il costante miglioramento delle condizioni dell'economia la cui crescita dell'ultimo trimestre è stata rivista al rialzo.

In attesa dei prossimi sondaggi, gli umori restano contrastanti e le analisi variano a seconda dei punti di vista. Ciò che appare evidente e inconfutabile è che il Trump presidente sia molto diverso dal Trump candidato ma a valutare se questo sia un bene o un male, a prescindere dai numeri e dagli schieramenti, ci penserà solo il tempo.

 

 

 

 

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