Le "macerie della morale" secondo Edoardo De Angelis

Dal "fenomeno da baraccone" di Donald Trump al circo Usa che ha ispirato il suo "Indivisibili". Colloquio con il regista sulla "potenza universale" di certe storie, come la sua a Castel Volturno

Una strana serie di coincidenze ha caratterizzato la prima volta a New York di Edoardo De Angelis: il regista italiano è venuto in città per la premiere newyorkese del suo “Indivisibili” e lo ha fatto in un anno in cui dopo 146 anni di attività, il circo a cui si è ispirato per il film ha chiuso i battenti e un altro circo, quello della politica americana, ha aperto con un grande fenomeno da baraccone: Donald Trump. De Angelis non ha usato mezze parole quando ci ha incontrato per sviscerare i dettagli del suo ultimo lavoro cinematografico ma anche per riflettere sulle "macerie della morale" di questi tempi.

Dopo il premio della critica alle Giornate degli Autori del Festival del cinema di Venezia, i plausi ai film festival internazionali di Toronto e Londra, la candidatura agli Oscar mancata per un soffio - appena un solo voto di scarto da “Fuocoammare” - e le lodi di Paolo Sorrentino, secondo cui il film “avrebbe avuto molte chance” di vincere, anche a New York c’è stata grande curiosità per la sua ultima pellicola.

“Questa per me era una scommessa completamente al buio perchè non sono mai stato a New York prima d’ora, e mai a questo festival”, ci ha spiegato De Angelis facendo riferimento a “Open Roads: New Italian Cinema”, retrospettiva dedicata al cinema italiano contemporaneo giunta alla 17esima edizione e organizzata al Lincoln Center di New York dalla Film Society of Lincoln Center in associazione con l’Istituto Luce Cinecittà di Roma.

“E’ un salto nel buio, però si basa sull’idea che certe storie hanno una potenza universale. Anzi, addirittura, più sono radicate nella terra che le ha generate, più altrove nel mondo, anche in luoghi molto lontani da quella terra, possono essere comprese nella loro essenza. Perchè chi guarda storie del genere libero dal pregiudizio estetico, sociale, morale, le guarda per quello che sono”.

E’ una storia forte e allo stesso tempo delicata quella di “Indivisibili”, uscito in Italia lo scorso settembre. Una storia di dolore e desolazione umani che affondano le radici in quelli del luogo che fa loro da sfondo: la provincia di Caserta, con Castel Volturno e la tristemente nota “Terra dei fuochi”. Un luogo al collasso dal punto di vista sociale, prodotto di un’integrazione difficile tra campani ed immigrati africani e delle contraddizioni a essa legate - dalla prostituzione radicata alla proliferazione incontrollata delle chiese pentecostali, che tra queste “vite rotte che tentano di aggiustarsi”, come le definisce De Angelis, fanno sempre più proseliti.

Il regista napoletano torna a raccontare quella stessa terra che era già stata al centro del finale di “Perez”, sua pellicola del 2014. “Il modo in cui a me piace fare cinema è un modo profondamente politico, nel senso della testimonianza”, ha detto. “E quello è un mondo dove è tutto talmente desolato e da ricostruire daccapo che è andata via persino la criminalità organizzata, e anche la violenza si manifesta in una sua forma primordiale, come sopraffazione dell’uomo sull’altro uomo, come sfruttamento” di vizi e credenze popolari.

Un luogo in bilico, di luci e ombre, di contraddizioni. Ne da prova già la scena iniziale: tre prostitute che dal litorale tornano a casa alle prime luci dell’alba, facendosi largo tra falò di fortuna ormai pressoché spenti, rifiuti e cianfrusaglie abbandonati alla bell’e meglio, da una parte; e, dall’altra, poco distanti, le “indivisibili” Desy e Viola, gemelle siamesi attaccate per il bacino, nella loro camera da letto d’infanzia.

Quella scelta da De Angelis è una terra non nuova al pubblico internazionale: ne ha già parlato “Gomorra” di Matteo Garrone; ed è poco lontana dai bassifondi della Napoli di violenze, soprusi e corruzione resi celebri fuori dal nostro Paese da Elena Ferrante e dalle vicende delle sue “amiche geniali”, Lila e Lenù. Quasi che l’immagine che si ha adesso, di Napoli e della Campania, all’estero, sia soltanto negativa, di criminalità organizzata, di degrado. “Vent’anni fa lo stereotipo su Napoli era il sole, la pizza, il mandolino. Allora bisognava lavorare per demolire questo stereotipo e mostrare la faccia anche nera della città”, ha raccontato il regista. “Oggi lo stereotipo invece sembra essere la faccia nera della città, e ogni tanto qualcuno si sveglia per raccontare l’altra Napoli…però poi non si capisce mai qual è la Napoli e qual è l’altra Napoli. Napoli racchiude in sé tutte le verità e tutte le bugie sui luoghi comuni, e quindi è un universo, estremamente sfaccettato, che è impossibile raccontare nella sua totalità. E d’altronde farlo non è neanche interessante - non è la città che importa, ma sono le donne e gli uomini che quella terra genera, e le loro vite”.

Quelle che racconta De Angelis sono vite in bilico, che la società sembra allontanare, mettere all’angolo, scarti di una realtà che tiene prigionieri, a cui chi prova a sottrarsi è irrimediabilmente, alla fine, riconsegnato; come dal mare sono respinte, esanimi, le due protagoniste del film, nella scena che segna la tragica fine del loro tentativo di fuga. In questo, ha spiegato il regista, la terra del napoletano ritratta da “Indivisibili” “non è tanto diversa da qualche zona depressa dell’America, o del Messico, o del Medio Oriente”. Ed in questo sta anche la forza del film: perché la storia di Desy e Viola, la loro lotta per affermarsi come singoli mentre la vita le tiene indissolubilmente legate, è una sofferenza universale, che “parla con una voce che è comprensibile a chiunque”.

Quella di Desy e Viola si ispira anche a una storia vera, ha precisato il regista. “C’è stata una suggestione sia biografica sia estetica che parte da Daisy e Violet Hilton, due gemelle siamesi fenomeni da baraccone ai primi del Novecento, attaccate un po’ come le mie Desy e Viola che prendono poi il loro nome. Perché, soprattutto, [le gemelle Hilton] erano [fisicamente] carine: loro mi hanno dato l’idea che si potesse fare una storia in bilico tra l’attrazione e la repulsione, una storia in cui ci si chiedesse sempre chi è il vero mostro”.

Come Daisy e Violet Hilton, che si esibivano nell’allora popolarissimo circo Barnum come “freaks”, fenomeni da baraccone, anche le gemelle del film sono sfruttate per la loro diversità, la loro stranezza, da adulti senza scrupoli che ne fanno un simbolo di venerazione, e ancor più importante, una fonte di guadagno. “Il circo Barnum di allora è il reality show di oggi, è la lente di ingrandimento sul difetto che diventa fenomeno, o sul talento che diventa fenomeno”, ha raccontato il regista. “Ed è paradossale come nell’anno in cui chiude definitivamente i battenti il circo Barnum in America, il Paese si trasforma in un enorme circo Barnum e mette sotto i riflettori il suo più grande fenomeno da baraccone, Donald Trump”.

Ne è vittima l’America, di questa tendenza alla spettacolarizzazione in cui “tutto ciò che si trasforma in fenomeno si deforma sotto i grandangoli che lo riprendono, e sotto le luci”; ma anche noi italiani non ne siamo rimasti immuni. “In Italia ci siamo già passati, abbiamo trascorso vent’anni con un presidente del consiglio che era una specie di piccolo Trump”, ha detto De Angelis. “Oggi facciamo fatica a orientarci nelle macerie della morale da cui ci ritroviamo sommersi. Per questo auspico un atteggiamento dell’Europa più deciso, meno succube nei confronti dell’America. Auspico una forma di indipendenza dei singoli Stati, ma una reale forma di indipendenza, prima di tutto morale, e solo poi sociale, e poi politica, passa da lì”.

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