Le "parole di carne" di Don Ciotti per raccontare in un film la lotta alla mafia

Presentato a New York "Sono cosa nostra" in vista del ventennale della legge 109 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali
Don Ciotti e Paolo Del Brocco, a.d. di Rai Cinema Rai Cinema

Parole "di carne". Per svegliare le coscienze. Per raccontare con la concretezza dei fatti che un cambiamento è possibile. Per portare avanti la lotta alle mafie in cui è "il noi che vince". Per dire che non basta essere "cittadini a intermittenza". A Don Ciotti le parole vuote non piacciono. Lui preferisce "segni concreti", quelli che danno speranza. Quei segni emergono da "Sono cosa nostra", un documentario voluto da Rai Cinema (nella foto, alla sinistra di Don Ciotti, l'amministratore delegato Paolo Del Brocco), co-prodotto con Clipper Media e di cui Don Ciotti è protagonista insieme ai giovani volti di un'Italia che si è impossessata dei beni sottratti ai boss criminali per restituire dignità attraverso il lavoro.

Presentato in anteprima mondiale a Brooklyn, New York, il 7 dicembre 2015, il documentario ha due obiettivi: da un lato, celebrare il ventennale della legge 109 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, entrata in vigore il 7 marzo del 1996 grazie alla raccolta di un milione di firme in tutto il territorio nazionale da parte dell'associazione Libera (di cui Don Ciotti è il deus ex machina); dall'altro, mostrare con esempi tangibili il circolo virtuoso che un tale provvedimento sta avendo in tutto il nostro Paese, dalla Sicilia alla Puglia per arrivare fino alla Lombardia e al Piemonte. Perché le mafie esistono anche al Nord, "hanno conquistato nuovi percorsi, nuove modalità, vivono e crescono in mezzo a noi, tocca anche a noi riconoscerlo".

In quanto rappresentante di oltre 1.600 associazioni impegnate nel contrasto alle mafie, Don Ciotti si racconta ad America24. Lo fa con una determinazione spiazzante ma coinvolgente. Lo fa enfatizzando la portata di una legge che permette a "beni esclusivi di diventare beni condivisi", che sono cosa nostra appunto e che si trasformano in "uno strumento di riscatto economico e sociale".

La pellicola - completata poco prima dalla premiere e realizzata in soli 40 giorni - "è un segno di speranza ma la speranza ha bisogno di ciascuno di noi", spiega Don Ciotti. "Tutto ciò è un problema di democrazia perché essa si fonda su due grandi doni: sulla dignità umana e sulla giustizia. Ma la democrazia non starà mai in piedi se non c'è una terza gamba che la sorregge: la responsabilità. E' quella che chiediamo alle istituzioni e alla politica: si assumano la loro quota di responsabilità. Ma c'è una quota di responsabilità che riguarda noi come cittadini". Per questo Don Ciotti invita a "tirare fuori le nostre unghie, a metterci in gioco, a imparare il coraggio di avere più coraggio tutti insieme. [C'è] troppa prudenza. Bisogna osare di più. Bisogna mettersi di più in gioco".

Ad averlo fatto sono le circa 500 le associazioni che fanno utilizzo sociale di beni confiscati a boss mafiosi, un orgoglio italiano visto che una direttiva Ue suggerisce di non vendere i beni confiscati ma di impiegarli a fini appunto sociali. Per Don Ciotti, "la lotta alla mafia ha bisogno di lavoro e scuola. Dopo tanti anni posso dirlo. E' la cultura che dà la sveglia alle coscienze". Ma in Italia ci si può svegliare? Lui non ha dubbi: "Deve. Dobbiamo. Dobbiamo. Dobbiamo". Secondo il prete nato a Pieve di Cadore nel 1945 e poi emigrato in Piemonte, "non basta commuoversi solo quando succedono le grandi tragedie, bisogna muoversi di più tutti". Il suo motto è chiaro: "No alla rassegnazione. No alla delega. No all'indifferenza". Quella serie di no rappresentano "la malattia mortale, non solo in Italia: pensare che tocca sempre agli altri fare. C'è una parte di responsabilità e di impegno che tocca a ciascuno di noi e che poi comincia dalle piccole cose". Come quelle che vanno in scena nel documentario, "un viaggio itinerante", spiega il regista Simone Aleandri, "che dà un volto e una voce a chi combatte [le mafie] quotidianamente sul territorio; che è il segno di un'Italia che ce la fa". Si va dalla Cooperativa Pietra di scarto di Cerignola (Foggia), dove si coltivano olive e pomodori, al maglificio “100Quindici Passi” (provincia di Avellino, Campania) passando per la Calcestruzzi Ericina di Trapani (Sicilia) e - tra gli altri - il Bar Italia Libera di Torino (Piemonte) e il circolo Il Balzo di Milano (Lombardia) dove ragazzi con disabilità cognitiva organizzano settimanalmente un aperitivo durante il quale sono loro a fare qualcosa per gli altri e non il contrario.

Questi sono "piccoli esempi di centinaia di esempi" di come lo Stato abbia vinto. Ma per Don Ciotti - che ricorda come non ci sia stato un bene confiscato che non sia stato distrutto, bruciato, vandalizzato - si può fare ancora di più. "Solo" 17.000 beni immobili sono stati confiscati alla mafia. E ci sono migliaia di aziende appartenenti alla criminalità organizzata oggetto di processo e che potrebbero diventare "cosa nostra". Con orgoglio, il parroco dice che è passata alla Camera dei deputati una proposta ora al vaglio del Senato che per esempio prevede la confisca dei beni non solo ai mafiosi ma anche ai corrotti.

Don Ciotti parla anche della crisi dei rifugiati che sta toccando l'Europa per dire che "i migranti sono vittime della mafia perché i grandi boss non arrivano con i barconi e non arrivano nascosti sui tir ai confini dell'Europa. Questo è chiaro a tutti. Sono i poveri cristi. Sono quelli usati, sfruttati, anche dalle organizzazioni criminali mafiosi". Secondo lui "uno non può essere condannato a vita dal luogo di nascita". E non ci si può dimenticare di due cose. La prima: "la maggior parte di loro fugge dalla violenza, dalle dittature, dai conflitti e un'altra parte fugge anche dalle tragedie ambientali che avvengono sulla faccia di questa Terra". La seconda: quella vissuta ora da milioni di migranti "è stata anche la nostra storia, la storia di milioni di italiani" emigrati "per la stessa ragione: il lavoro. Perché senza lavoro è morte civile. Perché il lavoro dà l'identità sociale, la dignità, la libertà".

Gli chiediamo se Papa Francesco sta aiutando a risvegliare la coscienza collettiva, la vera riforma per Don Ciotti. "Certo", risponde. "Quando ho visto per la prima volta il papa gli ho chiesto se se la sentiva di incontrare 1.200 famigliari delle vittime innocenti di mafia. Non mi ha fatto finire che mi ha detto 'vengo'. Gli spiegato che non tutti erano cattolici. E lui mi ha risposto 'che bello'. E' poi venuto ad incontrarli, ad abbracciarli, a dare parole di coraggio e vicinanza, di condivisione. Erano collegate 55 tv di tutto il mondo". Per Don Ciotti quello è stato "un momento importante, una Chiesa che invita ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche ma anche quelle dell'anima, le periferie dove c'è la disperazione, la ricerca di senso, di speranza. E lui ha dato speranza a questi famigliari". E' così che Don Ciotti ricorda il dono dato al pontefice, "un figlio di italiani" (emigranti piemontesi), al loro primo faccia a faccia: un pacco di caffè. "Quattro giorni dopo sono passato al bar (Beccuti, ndr) che me lo aveva dato a Torino e il barista mi fa 'il papa mi ha scritto'", racconta Don Ciotti. Usando l'indirizzo sulla confezione del caffè ben tostato, il Papa ha inviato un messaggio che suonava più o meno così: "Il caro don luigi mi ha portato in dono un pacco del vosto caffè. Io me lo sono fatto. Molto buono. Grazie. Papa Francesco". E così Don Ciotti al secondo incontro gli ha portato due pacchi di caffè.

Di Papa Francesco, Don Ciotti ama l'umiltà. "La cosa che mi ha colpito la prima volta che ci siamo incontrati è che mi ha detto: 'Io non conosco bene questo problema della mafia. Conosco di più quello della corruzione. Mi mandi degli appunti?'. L'umiltà. Diffidare di quelli che hanno capito tutto, che sanno tutto. Ogni giorno siamo qui che ci interroghiamo, cerchiamo di capire. C'è una velocità nei cambiamenti, nelle trasformazioni, abbiamo bisogno veramente di vivere questa consapevolezza del noi. Perché quello che non faccio io lo fai tu, quello che non fai tu lo fa un altro. Lo facciamo insieme. E' il noi che vince. E' il noi che vince. Non è opera di navigatori solitari".

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