Le principali sentenze della Corte Suprema

Il massimo organo giudiziario americano si esprime su questioni di rivelanza costituzionale
Marbury v. Madison, 1803
La Corte Suprema per la prima volta dichiara l'incostituzionalità di una legge federale, ovvero introduce il concetto di annullamento di un atto legislativo presentato dal governo. Rappresenta un caposaldo della legislazione americana in quanto contribuisce a definire gli equilibri della struttura governativa del paese. La Corte decise di disapplicare una legge federale poichè costituzionalmente illegittima dopo aver esaminato il caso della nomina a giudice di pace di William Marbury, che aveva accusato l’allora segretario di Stato americano, James Madison, di non aver notificato tramite decreto il suo incarico. I giudici decisero che la legge era incostituzionale in quanto ampliava l'autorità giudiziaria della Corte Suprema oltre quanto previsto dalla Costituzione.

James McCulloch v. The State of Maryland, John James, 1819
È la pronuncia con la quale i giudici supremi hanno stabilito che Congresso degli Stati Uniti può approvare norme non espressamente previste tra i poteri federali ma che tuttavia attuano i principi costituzionali. Con la sentenza si stabilisce inoltre che uno Stato non può emanare regole che impediscano l’attuazione di quelle stabilite a Washington. Al centro del caso era lo Stato del Maryland che aveva tentato di tassare le transazioni della Second Bank of the United States avvenute al di fuori dei suoi confini. La Corte Suprema respinse la sentenza della Corte di Appello con la seguente motivazione: poichè le leggi federali hanno la supremazia nei confronti delle leggi statali, lo stato del Maryland non ha il potere di interferire nelle operazioni bancarie.

Dredd Scott v. Sanford, 1857
È una delle sentenza più “discusse” della storia americana in quanto fu considerata un’ulteriore sostegno alla schiavitù. Con questa decisione si stabiliva che tutte le persone di origini africane (e i loro discendenti), importate negli Stati Uniti e trattate come schiavi non potevano essere considerate "legali" e non avrebbero mai potuto divenire cittadini degli Stati Uniti. Il Congresso statale inoltre non aveva l'autorità di proibire la schiavitù nei territori federali. I giudici stabilirono inoltre che gli schiavi non avrebbero potuto appellarsi alla Corte Suprema. Il caso iniziò con la richiesta della cittadinanza di uno schiavo, Dredd Scott, il quale sosteneva che lui e sua moglie avevano vissuto alle dipendenze del loro proprietario in vari territori degli Usa, tra cui il Minnesota e l'Illinois, dove la schiavitù era illegale. La sentenza della Corte Suprema sostanzialmente parteggiava per coloro che erano a favore della schiavitù e intendeva porre un freno alla fuga incessante di schiavi dal Missuori verso il cosidetto "Bleeding Kansas", un territorio che doveva ancora decidere se entrare a far parte dell'Unione come Stato soggetto alla pratica della schiavitù o tra le fila degli abolizionisti. Tra il 1854 e il 1858 nel territorio del Kansas e nelle città di frontiera del Missouri vi furono una serie di scontri tra coloro che si proclamavano contro la schiavitù (i "Free-Staters") e quelli che invece erano a favore (i "Border Ruffian"). Venne infine stabilito che l'intenzione del Missouri di creare dei territori liberi era incostituzionale in quanto il Congresso di un singolo Stato non aveva l'autorità di abolire la schiavitù nei territori federali. La schiavitù è stata successivamente abolita nel 1865 con l’introduzione del tredicesimo emendamento alla Costituzione americana.

Ableman v. Booth, 1859
La sentenza stabiliva che le corti di ogni singolo stato non potevano emanare norme in contraddizione con le decisioni della corte federale. Con questo provvedimento veniva sottolineata sia la supremazia della corte federale, sia la reciproca indipendenza delle corti federali e di quelle statali.

Plessy v. Ferguson, 1896
Con questa decisione viene confermata la costituzionalità della segregazione razziale anche nei luoghi pubblici, secondo il principio della "separazione ma uguaglianza", che verrà poi abrogato con la sentenza Brown v. Board of Education del 1954.

Brown v. Mississippi, 1936
La sentenza stabiliva che le confessioni di un imputato ottenute attraverso l’uso di violenze non possono essere considerate prove ai fini del processo e violano la "Due Process Clause" del quarto emendamento costituzionale, secondo cui lo stato non può privare una persona della sua vita, libertà e proprietà senza un procedimento di legge. Il caso era quello del proprietario di una piantagione, Raymond Stewart, che venne assassinato nel 1934. Per l'omicidio vennero arrestati tre contadini afroamericani. Nel corso del processo l'unica prova contro di loro furono le confessioni estrapolate sotto tortura dagli agenti di polizia.

Brown v. Board of Education of Topeka, 1954
È uno dei pilastri giuridici che ha condotto all’integrazione razziale negli anni ’50 e ’60 stabilendo l’incostituzionalità della separazione tra scuole pubbliche per bianchi e per neri. I giudici sancirono che le leggi statali che prevedevano la distinzione tra le classi non garantivano agli studenti di colore lo stesso livello di educazione degli altri cittadini e quindi non rispettavano il principio delle uguali opportunità (Equal Protection Clause) previsto dal quarto emendamento della Costituzione. La sentenza capovolge quanto stabilito dalla sentenza

Plessy v. Ferguson del 1896.
I principi riconosciuti nella decisione aprirono la strada alla lotta per i diritti civili negli anni ’60.

Dusky v. United States, 1960
La sentenza stabilisce il diritto dell'imputato ad essere sottoposto ad un esame medico che confermi la sua capacità fisica e psicologica a partecipare al processo. La decisione arrivò a seguito del caso di Milton Dusky, un uomo accusato di aver assistito allo stupro e al sequestro di una minorenne. L'uomo che soffriva di schizofrenia fu comunque dichiarato in grado di affrontare il processo e venne condannato a 45 anni di carcere.

Mapp v. Ohio, 1961
Sentenza riguardante i processi penali, in base alla quale la Corte Suprema stabiliva che le prove ottenute violando il quarto emmendamento, quello che tutela il soggetto da perquisizioni e confische senza giustificazione, non possono essere utilizzate nell'azione giudiziaria penale, sia nelle corti statali sia in quelle federali.

Engel v. Vitale, 1962
È una delle sentenze che ha sancito l’eguaglianza davanti alla legge dei diversi culti religiosi stabilendo che la preghiera cristiana recitata nelle scuole viola il cosidetto "Establishment Clause of the First Amendment" in cui si dichiara che "il Congresso non promulgherà nessuna legge volta a promuovere e consolidare una forma di religione". E' quindi incostituzionale, secondo i giudici, che le autorità scolastiche invitino gli alunni a pronunciare la preghiera. Il caso fu sollevato dai genitori di alcuni studenti di una scuola pubblica di New Hyde Park, nello Stato di New York, che si erano lamentati sostenendo che la preghiera era in contrasto con le loro credenze religiose. La sentenza intende riconfermare lo spirito di laicità espresso dalla Costituzione.

Wisconsin v. Yoder, 1972
Con questa sentenza la Corte Suprema stabilì che i bambini appartenenti alla comunità Amish non erano tenuti a rispettare l'obbligo scolastico una volta superato l'ottavo grado (che nel sistema italiano corrisponde alla terza media), poichè questo avrebbe impedito ai loro genitori di educarli secondo i propri principi religiosi violando uno dei diritti più importanti della Costituzione americana: la libertà di culto.

Roe v. Wade, 1973
E' una delle sentenze più dibattute della storia legislativa americana, quella che introdusse il diritto all’aborto nell’ordinamento statunitense. I giudici stabilirono che la maggior parte delle leggi sull'interruzione di gravidanza fino ad allora promulgate non rispettavano il diritto alla privacy, garantito dal quattordicesimo emendamento della Costituzione. Questa decisione ribaltò tutte le leggi statali e federali che proibivano o restringevano la possibilità non portare a termine la gravidanza. Si stabiliva cioè che l'aborto era possibile a prescindere dalle motivazioni portate dalla madre e fino al punto in cui il feto è in grado di sopravvivere fuori dall'utero della donna, anche se con l'ausilio di un supporto artificiale. Una soglia che si verifica intorno ai sette mesi. La Corte aggiunse che in caso di pericolo per la salute della donna l'aborto è legale in qualunque momento della gravidanza. Questa sentenza ha condizionato le leggi di ben 46 stati, sollevando un lunghissimo dibattito a livello nazionale. La sentenza ha influenzato la politica nazionale dividendo l’opinione pubblica tra coloro che si dichiarano a favore della libertà di scelta in materia, i cosidetti "pro-choice" e coloro che sono impriscindibilmente a favore della tutela della vita del feto, i "pro-life".

United States v. Nixon, 1974
È la sentenza del caso Watergate, divenuta celebre in quanto impose un limite ai poteri del presidente a seguito dello scandalo che coinvolse Richard Nixon. Il presidente repubblicano fu accusato di aver autorizzato il sabotaggio e lo spionaggio di parte dei documenti della campagna elettorale democratica poco prima delle elezioni del 1972. Gli uffici dell’allora candidato democratico, George McGovern, furono “svaligiati” da sette uomini, con l’assenso di Nixon, per ottenere informazioni che avrebbero potuto influenzare l’andamento della campagna elettorale. La Casa Bianca rispose alle accuse nominando un giudice straordinario, Leon Jaworski, incaricato di condurre le indagini sul caso. Quando però venne chiesto a Nixon di consegnare le registrazioni che lo riguardavano il presidente si rifiutò sostenendo che il materiale era estremamente riservato e protetto dall’immunità presidenziale. I giudici sancirono che il presidente degli Stati Uniti non può usare i “privilegi” legati alla sua carica per nascondere fatti o documenti rilevanti in un processo penale. La sentenza stabilì inoltre che solo la Corte Suprema è “al di sopra delle parti” e che spetta ai giudici porre l'ultima parola sulle questioni costituzionali.

Sony Corp. of America v. Universal City, 1984
Conosciuto anche come il caso "Betamax", dal nome del sistema di registrazione delle immagini introdotto dalla Sony a metà degli anni ’70. La Corte Suprema stabilì che non costituisce violazione del diritto d’autore registrare a scopi privati le trasmissioni televisive. Il caso era stato sollevato a seguito della diffusione di massa di apparecchi per la registrazione di video destinati all'uso privato ed è a tutt’oggi considerato come uno dei pilastri della legislazione sul copyright.

Hustler Magazine, Inc. v. Falwell, 1988
È una delle decisioni più celebri a tutela della libertà di espressione e di satira. La sentenza stabilì che i creatori di parodie sui a personaggi pubblici sono protetti dal primo emendamento della Costituzione americana e che l’unica eccezione deve essere la diffusione di informazioni che possano modificare la realtà dei fatti. Nel 1983 la rivista a luci rosse "Hustler", edita da Larry Flynt, pubblicò una pubblicità della Campari che rappresentava il noto pastore protestante, Jerry Falwell. La pubblicità giocava sul doppio senso della frase "la sua prima volta", riferendosi sia all'assaggio di Falwell del noto aperitivo italiano sia al racconto di alcune star della loro prima esperienza sessuale. Il sacerdote chiese di essere risarcito per il danno subito. La Corte stabilì però con voto unanime che la libertà di espressione garantita dal primo emendamento non prevede nessuna forma di risarcimento a personaggi pubblici per lo scompenso emotivo causato dalla satira.

Texas v. Johnson, 1989
La decisione della Corte Suprema abrogò il principio, allora in vigore in 48 Stati su 50, secondo cui profanare la bandiera americana viola il primo emendamento. La decisione arrivò a seguito di un episodio del 1984 quando Gregory Lee Johnson partecipò a una dimostrazione politica durante il congresso repubblicano a Dallas. I manifestanti protestarono contro la politica dell'amministrazione di Reagan e ad un certo punto Johnson diede fuoco alla bandiera americana mentre i dimostranti urlavano insulti contro Reagan e l'America. Johnson venne incriminato dalla corte statale del Texas e condannato ad un anno di carcere. La corte d'appello penale riprese in mano il caso e stabilì che il gesto non costituiva reato in quanto tutelato dal primo emendamento, che tutela la libertà di espressione di ciascun cittadino.

Romer v. Evans, 1996
È uno dei pilastri della battaglia per i diritti civili negli Stati Uniti e ancora considareta una delle grandi vittorie in difesa dei diritti degli omosessuali. La Corte Suprema dichiarò l’incostituzionalità di un emendamento alla Costituzione del Colorado che escludeva qualsiasi forma di tutela contro discriminazioni nei confronti dei gay. Respingendo l'argomentazione della corte statale, secondo cui il secondo emendamento impedisce che nessuno possa usufruire di diritti speciali nell’ordinamento, il giudice Anthony Kennedy ribadì che il secondo emendamento prevede la cosiddetta "special disability" e che agli omosessuali non sono effettivamente riconosciute tutte le tutele previste dalla Costituzione per tutti i cittadini.

Clinton v. Jones, 1997
La Corte Suprema stabilì che il presidente americano non può avvalersi dell'immunità sui processi che lo riguardino per atti compiuti prima dell'insediamento e per quelli non riguardanti il suo incarico. Nel 1994, l'ex impiegato statale dell'Arkansas Paula Jones avviò una azione legale nei confronti dell’allora presidente Bill Clinton e dell'ex agente di polizia Danny Ferguson accusandoli di molestie sessuali nei suoi confronti. Il giudice Susan Webber Wright, stabilì che un Presidente insediato non è perseguibile finchè non sia concluso il suo mandato. In fase di appello i giudici costituzionali diedero ragione a Jones sostenendo che il presidente come tutte le altre autorità di governo è soggetto alle stesse leggi che riguardano tutti i cittadini.

Boy Scouts of America v. Dale, 2000
Il caso riguardava James Dale che era stato espulso dall'associazione degli Scouts of America perchè omosessuale. La Corte respinse in ricorso dell’uomo stabilendo che il primo emendemanto riconosce a qualsiasi organizzazione privata il diritto di espellere chiunque non sia gradito.

District of Columbia v. Heller, 2008
Primo caso nella storia degli Stati Uniti in cui la Corte Suprema riconosce che il secondo emendamento della Costituzione garantisce il diritto individuale al possesso di armi per uso privato e come mezzo di autodifesa. Facendo riferimento al Firearms Control Regulations Act del 1975, la Corte Suprema stabilisce che le pistole sono "armi" e che non possono essere proibite. Viene inoltre eliminato il vincolo previsto dalla legge del 1975 per cui tutti i fucili devono essere tenuti scarichi o con il grilletto fermato da sicura.
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