Le tasse in America, tra mito e realtà

Negli USA si evade molto meno che in italia. Ma è vero che là gli evasori finiscono in galera?

Ieri negli Stati Uniti era il “Tax Day”, il giorno dell'anno entro il quale si deve pegare l'imposta federale sui redditi, che dagli anni Cinquanta cade il 15 aprile o il primo giorno non festivo successivo a questa data. Le tasse non si pagano mai di buon grado: nonostante la pressione fiscale negli Stati Uniti sia quasi la metà di quella italiana, il contribuente americano la vive con la stessa rabbiosa insofferenza con la quale il peso delle tasse viene sopportato dal contribuente italiano. Del resto gli USA sono un paese nato da una rivolta fiscale, e dall'originario Tea Party bostoniano del 1773 sino ai recenti revival anti-Obama quella tradizione resta molto forte oltreoceano.

Ciò su cui varrebbe forse la pena di riflettere è che in America le tasse si evadono molto meno che in Italia, dove pure quello della rivolta fiscale non è mai stato più che un fenomeno di nicchia: è come se la rivolta e l'evasione fossero in rapporto di proporzionalità inversa. La ONG britannica Tax Justice Network ha recentemente stimato l'ammontare complessivo dell'evasione fiscale USA nell'8,6% del PIL: meno di un terzo di quella Italiana, che è invece stimata nel 27% (un dato molto più prossimo a quello di Paesi “in via di sviluppo”, come il 39% del Brasile ad esempio).

Ora, il luogo comune è che in America si evade di meno perché gli evasori fiscali finiscono dritti in galera. Ma è proprio così?
In teoria sì, ma in pratica i processi per frode fiscale sono inutilmente costosi e complicati (anche perché i federali hanno l'onere di dimostrare che la trasgressione della legge è stata del tutto intenzionale, non dovuta a semplice negligenza). Ogni anno qualche centinaio di casi di evasione particolarmente gravi vengono fatti oggetto di processi penali; ma nella gran parte dei casi accade qualcosa di molto più simile a ciò che accade in Italia, con un ente di nome IRS (Internal Revenue Service) che, più o meno come l'italiano Equitalia (infatti gode della medesima popolarità...), opera per garantire la riscossione di quelle tasse che dovrebbero essere “il prezzo che paghiamo per vivere in una società civile" secondo la romantica definizione contenuta in una celebre sentenza della Corte Suprema scritta nel 1927 dal Giudice Oliver Wendell Holmes, frase spesso citata da Franklin Delano Roosevelt e scolpita sulla facciata del palazzo di Washington ove l'IRS ha sede.

Proprio come il nostrano Equitalia, l'IRS deve la propria impopolarità non solo al fatto stesso di essere l'esattore, ma anche per i metodi adottati: ad esempio l'incentivo ai delatori (i cosiddetti “whistle blowers”), i quali, protetti dall'anonimato, possono passare all'ente informazioni utili a beccare sul fatto un evasore in cambio di un “premio” che varia tra il 15 e il 30% di quanto poi verrà effettivamente recuperato.

Quindi, chi ieri non avesse provveduto a pagare le tasse, entro un mese riceverà dall'IRS una lettera di contestazione. Per circa un mese riceverà solleciti bonari per email o per telefono; dopodiché scatterà un interesse di mora del 5% al mese, più una sanzione pari al 100% dell'imposta dovuta. In altre parole, l'IRS si metterà a braccarlo per più del doppio di quanto avrebbe dovuto versare ieri. Questo in caso di evasione totale; se un'imposta è stata versata ma non è ritenuta congrua dall'IRS, si riceve la contestazione con una richiesta dell'integrazione caricata di una mora molto più modesta.
Poi, se la richiesta di pagamento viene ignorata, l'IRS impone un vincolo legale su tutto il patrimonio presente e futuro dell'evasore, che non se ne libererà finhé non avrà pagato lo Zio Sam sino all'ultimo centesimo.

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