Lilesa, il maratoneta in esilio che ha scelto l'Arizona

Alle Olimpiadi, ha vinto la medaglia d'argento, attraversando il traguardo con i polsi incrociati, sopra la testa. Un gesto politico, che non gli ha permesso di tornare in Etiopia
Ap

La sua protesta politica lo ha portato negli Stati Uniti, sui sentieri polverosi di Sedona, in Arizona, dove si allena, a 14.000 chilometri da casa. Una lontananza decisa dai 42,195 chilometri più importanti, finora, della sua vita, non solo agonistica.

Feyisa Lilesa è nato in Etiopia, 27 anni fa. La scorsa estate, attraversò il traguardo della maratona alle Olimpiadi di Rio de Janeiro con le braccia sopra la testa, a incrociare i polsi; un gesto ancor più importante della medaglia d'argento vinta, per il suo valore politico: è infatti un segno di protesta compiuto dai membri della comunità etnica degli oromo, a cui appartiene, che da tempo protesta contro il governo federale di Addis Abeba, perché si sente discriminata ed emarginata.

Lilesa sapeva di compiere un gesto che gli avrebbe potuto provocare grossi problemi in patria e, per questo, decise di restare in Brasile, nonostante il tentativo del governo di rassicurarlo, affermando che non avrebbe avuto problemi e che sarebbe stato trattato da eroe. Poi, a settembre, l'arrivo negli Stato Uniti, con un visto permanente ottenuto perché rientrante nella categoria delle persone con straordinarie capacità nelle scienze, nelle arti, nel business o nello sport. Il giorno di San Valentino, è stato finalmente raggiunto dalla moglie e dai due figli, arrivati con un visto provvisorio che dovrebbe poi trasformarsi, anche per loro, in una green card.

Lilesa si sta preparando per la maratona di Londra, che correrà ad aprile. "Ho scelto di essere in esilio. Da quando sono andato via - ha raccontato al New York Times - la situazione è molto peggiorata. La mia gente vive all'inferno, muore ogni giorno. Non mi do pace". Lo scorso mese, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto in cui denuncia che, nel 2016, le forze di sicurezza etiopi "hanno ucciso centinaia di persone e arrestato decine di migliaia di persone" nell'Oromia e nella regione degli Amara, hanno progressivamente privato le persone dei loro diritti durante uno stato d'emergenza e hanno portato avanti una "sanguinosa repressione contro manifestanti pacifici".

Lilesa, quando fu scelto per rappresentare l'Etiopia alle Olimpiadi, sentì subito la necessità di compiere un gesto di protesta a Rio, ma non disse niente a nessuno. Portò avanti il suo impegno sociale, visitando oromo incarcerati e dando soldi agli studenti cacciati dalle scuole e lasciati senza casa. Aveva paura di essere controllato dal governo e di poter essere ferito o ucciso in un finto incidente stradale. Finalmente, arrivò il giorno della maratona olimpica.

Dopo il suo gesto, l'organizzazione GoFundMe ha raccolto per lui e la sua famiglia 160.000 dollari. E ora, la sua voce è forte come le sue gambe: Lilesa ha incontrato i senatori statunitensi, ha parlato ai membri del Parlamento europeo a Bruxelles, ha scritto un op-ed sul Washington Post e parlato con numerosi giornalisti, cercando di diffondere la storia degli oromo.

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