Luna di miele finita tra i Ceo della Corporate America e Trump

C'è delusione per le decisioni del presidente sugli accordi di Parigi, ma il problema è più ampio. I Ceo sono delusi dai ritardi dei progressi dell'agenda economica, a partire dalla riforma fiscale. La Casa Bianca getta acqua sul fuoco.

La luna di miele tra il presidente Donald Trump e la Corporate America è finita. Le passerelle dei vertici dei colossi aziendali americani alla Casa Bianca, una costante nei primi mesi del magnate repubblicano a Washington, sono ora molto meno frequenti (tanto per fare un esempio, l'incontro tra Trump e il numero uno di Blackstone Stephen Schwarzman, previsto per la prossima settimana, è stato cancellato, ufficialmente per problemi nel coordinare le agende).

E la decisione di Trump di fare uscire gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima non ha di certo aiutato i rapporti tra Trump e la Coporate America: gli amministratori delegati di Tesla e Walt Disney, Elon Musk e Bob Iger, hanno lasciato il comitato di consulenza della Casa Bianca in aperta contestazione contro Trump e decide di altri top manager, compreso il Ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, hanno pubblicamente criticato la scelta del presidente, definendola "una battuta d'arresto per l'ambiente e per la leadership degli Stati Uniti nel mondo".

Ma non è solo questione di attriti su una singola scelta: secondo gli osservatori si tratta invece di una frattura più profonda. Tra amministratori delegati e lobbisti sta crescendo il malcontento per i ritardi di Capitol Hill e dell'amministrazione Trump nel portare avanti l'ambiziosa agenda di riforme che era stata promessa durante la campagna elettorale, in particolare per quanto riguarda la revisione e parziale abrogazione dell'Obamacare e l'introduzione di una riforma fiscale, che dovrebbe includere ampi tagli fiscali anche per le aziende.

A frenare la Casa Bianca sono da un lato le divisioni interne al partito repubblicano, cosa che finisce per agevolare i democratici, che pure sono in minoranza sia alla Camera sia al Senato, e dall'altro dai problemi del presidente, coinvolto nel Russiagate e in difficoltà su vari fronti più pressanti, come l'aumento del tetto del debito, senza il quale gli Stati Uniti rischiano il default. A questo si aggiungono i continui rimpasti all'interno dell'amministrazione (le ultime notizie danno in uscita il capo di Gabinetto Reince Priebus, mentre Mike Dubke, direttore della comunicazione, ha lasciato l'incarico nei giorni scorsi).

Il riultato è un raggelamento dei rapporti tra Trump e i vertici della Corporate America, una cosa non da poco per una persona che ama parlare di sé come del "presidente più vicino alle aziende che abbia mai occupato lo Studio Ovale". A voltare le spalle all'inquilino della Casa Bianca sono soprattutto i top manager delle grandi aziende, che non possono prescidere dal mondo in cui i lavoratori e, soprattutto, gli azionisti valutano i rapporti della società con un presidente contoverso e impopolare.

"E' ovviamente più difficile per le aziende grandi, quotate e con un'immagine pubblica, che devono tenere in conto l'opinione di clienti e investitori nella gestione dei rapporti con il pesidente", ha detto Kathryn Wylde, presidente della Partnership for New York City, associazione che raccoglie molti amministratori delegati americani.

La Casa Bianca, in realtà, cerca di gettare acqua sul fuoco e nega che i rapporti si siano raffreddati: "I frequenti meeting iniziali erano pensati per gettare le fondamenta del lavoro dei primi cento giorni, ci saranno altri incontri in futuro. Sapevamo ci sarebbero state reazioni alle decisioni sull'accordo di Parigi, ma non sono state cos" negative", hanno fatto sapere dal Governo.

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