Lyft accusata di avere fuorviato gli investitori nel prospetto Ipo

Lyft è stato accusato di avere fuorviato gli investitori con il suo prospetto informativo legato all'Ipo, avvenuta lo scorso 29 marzo. Rispetto al prezzo di collocamento pari a 72 dollari, il titolo ha perso quasi il 26% a 53,45 dollari vedendo la sua capitalizzazione scendere a 15,4 da 20 miliardi.

La rivale più piccola di Uber è oggetto di una class action lanciata dallo studio legale Block & Leviton, con sede a Boston, e depositata nel distretto settentrionale della California. Ad essere accusati di frode sono Lyft così come i suoi underwriter e il top management, incluso il Ceo Logan Green, il presidente John Zimmer e il direttore finanziario Brian Roberts.

La tesi è che l'azienda abbia fornito informazioni inaccurate e fuorvianti sul suo business che hanno gonfiato artificialmente il valore del titolo. Una delle accuse è che l'azienda non ha comunicato nei documenti dell'Ipo le questioni di sicurezza di cui era a conoscenza. Citando un articolo recente del New York Times, la denuncia parla di "oltre mille biciclette parte dei programma di rideshare di Lyft che hanno sofferto problemi di sicurezza che porteranno a richiami". Inoltre, nella causa legale si parla anche della quota di mercato che Lyft si è vantata di avere in Usa alla fine del 2018 (39% contro il 65% rivendicato da Uber in Usa e Canada). Nella class action si fa anche riferimento a problemi legati alla forza lavoro che hanno portato a uno sciopero di 25 ore a Los Angeles qualche giorno prima dell'Ipo.

Il gruppo per ora non ha commentato ma nel prospetto alcune delle questioni toccate dalla class action sono state affrontate. L'azienda citava tra i rischi l'incapacità di "attrarre e tenere autisti qualificati" e "problemi di qualità, di tanto in tanto" ai suoi scooter e alle sue biciclette, "che potrebbero risultare in richiami, feriti, procedimenti regolatori".

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