Ma importa chi sia Elena Ferrante? Parla Michael Reynolds, l'uomo che l'ha portata in America

Intervista al direttore editoriale di Europa Editions, la divisione statunitense di Edizioni E/O

Che cosa ci fa “il guardiano del più grande labirinto dell’emisfero australe” in una casa editrice italiana a New York? Semplice: là come qui, custodisce segreti. Michael Reynolds è il direttore editoriale di Europa Editions, la sorella americana dell'italiana Edizioni E/O. La storia, in breve, è questa: Sandro Ferri e Sandra Ozzola, marito e moglie e fondatori di E/O, nel 2005 decisero di investire in un progetto pazzo. Aprire una casa editrice che pubblicasse letteratura europea in America. Reynolds, dopo anni passati a fare i mestieri più affascinanti e più diversi, a cambiare tre continenti e a trasformarsi in un contenitore umano di storie, in quel momento era un australiano innamorato a Roma. Il sodalizio scattò immediato, e lui andò a lavorare per la neonata Europa Editions, la cui sede all’epoca era ancora all’interno degli uffici romani di E/O. Pubblicare autori europei in un Paese come gli Stati Uniti, dove si leggono solo (o quasi) libri di lingua inglese, era un progetto ambizioso: “Siete pazzi, non funzionerà mai”, si sentirono dire da molti.

Undici anni, due bambine, molti libri e un fenomenale caso editoriale dopo, andiamo a incontrare Reynolds negli uffici di Europa Editions a New York. Ci accoglie nel suo studio: una stanza piena di luce, piena di libri, il contrario di un labirinto. Mentre lui ci offre un tè, ci prepariamo a raccogliere le storie che ci vorrà raccontare: dal suo rapporto con l’Italia, al milione di copie vendute finora da Elena Ferrante negli Stati Uniti, a tutte le sfide di questa professione bellissima da pirati della letteratura. Scegliere con amore e furia libri che possano solcare l’oceano, e portarli in America.

Domanda: Lei nella vita ha fatto di tutto: è stato minatore in una miniera d’oro, guardiano di un labirinto, barman, istruttore di windsurf, cavia per esperimenti sul sonno, insegnante di poesia, insegnante d’inglese, giardiniere, muratore, traduttore. Ha diretto per un po’ un magazine letterario e poi un festival di scrittura, e scritto tre libri. Quando si è divertito di più?

Risposta: Questo è il lavoro più divertente che abbia mai fatto!

D: Se dovesse raccontare la missione di Europa Editions?

R: Il nostro obiettivo è dimostrare che anche i libri che sono stati scritti in una lingua diversa dall’inglese devono poter circolare in America. Se un libro è un buon libro, deve poter essere letto da chiunque.

D: Perché gli americani leggono così pochi libri scritti da autori che non siano di lingua inglese?

R: Perché quei libri di solito non sono disponibili nel loro Paese: le case editrici di qui non pubblicano - o quasi - libri stranieri. Editor e redattori americani molto spesso non conoscono una seconda lingua oltre all’inglese, e c’è pochissima sensibilità verso le opere prodotte fuori dagli Usa. Il problema non è dei lettori, ma dell’editoria: sono convinto che i lettori americani sarebbero ben felici di leggere libri di qualità di autori stranieri, e il successo di Elena Ferrante ne è la dimostrazione. Ma non ne hanno modo.

D: A proposito: "I giorni dell'abbandono" fu il primissimo libro pubblicato da Europa Editions qui in America. Che cosa pensò la prima volta che lesse la Ferrante?

R: Rimasi molto impressionato. Ero arrivato in Italia da poco, mi stavo separando dalla mia ex moglie, e pensavo: “Come fa Elena Ferrante a sapere tutte queste cose di me? Sta scrivendo di me?”. Il suo ritratto della sofferenza è profondo e universale. Rivedevo me stesso nel marito e anche in Olga, la moglie. La Ferrante ha una straordinaria capacità di rigirare il coltello nella piaga. E continua a spingere, spingere, spingere. Ha una sicurezza e una fede estrema nella parola scritta, e questo suo dono è una cosa molto potente.

D: E la prima volta che ha letto la tetralogia? Ha capito di avere di fronte una cosa grossa?

R: Sì. Ne avevo sentito parlare da Sandro Ferri l’estate prima dell’uscita in Italia di “L’amica geniale”. Sandro è un editore molto appassionato, un lettore molto appassionato, ma non si sbilancia mai su un libro. Non è prodigo di aggettivi o lodi. Quella volta disse: “Questo è un capolavoro”. Capii quindi che stava per succedere qualcosa d’importante, perché non gli avevo mai sentito dire niente del genere, se non forse in un'unica occasione: con "Rondò" di Kazimierz Brandys. Quando poi lessi "L'amica geniale" gli diedi ragione.

D: Ma vi aspettavate tutto questo successo negli Usa?

R: Nessuno avrebbe potuto prevedere una cosa così. “I giorni dell’abbandono” era stato un discreto successo. I due libri successivi, “L’amore molesto” e “La figlia oscura”, no. Quindi in realtà non sapevamo che cosa aspettarci. Avevo la sensazione che con “L’amica geniale” le cose sarebbero state diverse, questo sì, ma ammetto che la mia idea non si avvicinava in alcun modo a quello che poi è successo.

D: Qual è il rapporto tra E/O ed Europa Editions?

R: Siamo strettamente collegate, lavoriamo insieme ogni giorno. E questa è, penso, una delle chiavi del nostro successo: il fatto di avere un piede in Europa. Capiamo perché un libro europeo sia importante, perché dovrebbe essere tradotto: la nostra casa madre è in Europa. Ma con l’altro piede siamo in America, e possiamo avere una prospettiva realistica di come qualcosa funzionerà qui. A New York abbiamo il marketing, l’ufficio stampa, e diversi editor. La strategia generale si decide a Roma, e da lì viene buona parte delle acquisizioni. Siamo una sola famiglia.

D: Ormai però non pubblicate più solamente titoli E/O come nei primissimi anni, giusto?

R: Esatto, adesso siamo a un 50 per cento di titoli E/O e un 50 per cento di titoli unicamente Europa. In tutto pubblichiamo circa 35 libri all’anno.

D: Ci racconta qualcosa del suo rapporto con l'Italia? Come ha imparato l’italiano?

R: Ho vissuto in Italia per 10 anni, le mie due bambine sono nate a Roma, la mia compagna è italiana.

D: Di dove?

R: Roma! Quindi sì, il mio rapporto con l’Italia è molto stretto. Ho iniziato a lavorare per Europa Editions proprio lì, quando eravamo ancora negli uffici di E/O. Più o meno nello stesso periodo in cui è nata la mia seconda figlia, come Europa abbiamo pubblicato negli Usa “L’eleganza del riccio” (della scrittrice francese Muriel Barbery, ndr), e io venivo molto spesso a New York per lavoro. Qui le cose stavano iniziando ad andare bene...

D: Quel libro andò molto bene, vero?

R: Ha venduto 1 milione e 200.000 copie solo negli Stati Uniti. E/O pensava che fosse ormai necessario avere qualcuno qui stabilmente, e così è arrivato questo trasferimento. All’inizio doveva essere una cosa temporanea, ma poi abbiamo continuato a crescere, e a crescere, e perciò si è deciso di rimanere. E sono ancora qui, 6 anni dopo!

D: Quindi le sue figlie sono bilingui: che fortuna.

R: Sì! La mia figlia più grande ha iniziato a parlare in italiano, e poi ha imparato l’inglese. La mia figlia più piccola invece è cresciuta completamente bilingue, perché quando siamo venuti a New York aveva meno di un anno, quindi ha cominciato a parlare in inglese. La madre le parla in italiano, e tutte le estati andiamo in Italia, dove hanno modo di parlare con tutti. È stata una cosa molto interessante da osservare.

D: Quale fu il primo libro che lesse in italiano?

R: "Le città invisibili" di Italo Calvino.

D: Quali sono le qualità che, a prescindere dalla nazionalità, dalla lingua, dai mezzi economici, fanno di un editore un buon editore?

R: Credo che una casa editrice debba avere una forte identità. Proprio come la voce di un autore, anche una casa editrice deve avere una sua voce. In America si pubblicano all’incirca un milione di libri all'anno: un milione! È importante, quindi, che un lettore abbia fonti affidabili.

D: Lei ha detto che il ruolo di un buon editore non è tanto quello di soddisfare una domanda, ma di saperla creare, o di incontrare una domanda dormiente che i lettori neanche sapevano di aver formulato. La miglior domanda che avete saputo creare con Europa Editions?

R: La casa editrice stessa: quando abbiamo aperto tutti ci dicevano “Siete pazzi, non funzionerà mai”. Direi che ormai li abbiamo smentiti. Siamo andati incontro a un’idea ancora dormiente: portare in America libri di qualità che venissero da fuori. Pensando che se li avessimo tradotti bene, confezionati bene, e pubblicati bene, avremmo creato una domanda. Ed è andata proprio così.

D: Ci racconta le cose che più l'hanno colpita, o emozionata, o divertita, da quando negli Usa è scoppiata la Ferrante Fever?

R: Un’amica afroamericana lo scorso anno mi disse: “Mia nonna e tutte le sue amiche in Alabama sono state contagiate dalla Ferrante Fever!” È stato molto divertente e molto bello. E tra l'altro penso che in generale le minoranze e quei gruppi di persone che in qualche modo sono state vittime della storia americana siano il pubblico naturale di Elena Ferrante. Un'altra volta avevamo organizzato un evento alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University con la sua traduttrice: Ann Goldstein. Ovviamente era un evento senza autore, e le persone lo sapevano. Eppure la sala era stracolma, c’era gente nell’atrio, in strada, sul marciapiede. Una cosa straordinaria. Gli eventi in generale mi emozionano sempre molto, perché appunto non c’è l’autrice ma la sensazione è quella che le persone vogliano solo stare insieme, unite da questi libri: sentire l’energia di quell’amore che hanno in comune. È una cosa quasi mistica.

D: Elena Ferrante ha detto molte volte perché non vuole mostrarsi: perché pensa che un libro, una volta finito, non appartenga più al suo autore, che debba andare nel mondo. E non vuole apparire per poter essere libera di scrivere. Lei che cosa ne pensa? Davvero non ha alcun desiderio di godersi i frutti del suo lavoro? Nemmeno un po’ di sana vanità, o se non altro la voglia di essere celebrata?

R: Io penso che lei si senta assolutamente celebrata. E anche che le ragioni del suo rifiuto siano cambiate nel corso degli anni: all’inizio credo che fosse un po’ per timidezza e un po’ per la convinzione che questi libri dovessero avere una vita propria.

D: Magari non voleva causare fastidi alla famiglia per via di ciò che scriveva?

R: È una possibilità. Penso però che il non voler apparire, alla fine, le abbia permesso di scoprire uno spazio più ampio di libertà. E che questo spazio si sia trasformato in un’idea su ciò che la scrittura dovrebbe essere. Senza il coinvolgimento di quella che credo lei veda come una versione minore di se stessa, o una differente versione di se stessa. Ecco, immaginiamo che abbia una famiglia: di sicuro come madre, amica, sorella, non sarà una versione minore di se stessa. Solo una versione diversa. Se si cerca l’autore nella persona, però, si vedrà che l’autore non è veramente lì. Credo che lei voglia dire questo: io sono nei miei libri. Sono molto più presente lì dentro di quanto potrei mai esserlo a un evento, su un palco.

D: Pensa che non abbia mai avuto la tentazione di uscire allo scoperto, negli anni?

R: Ah, credo di sì. In questi anni ci sono arrivate offerte incredibili perché si mostrasse. Ma lei ha sempre fatto una considerazione ammirevole: “Ho detto di no a tutti per 30 anni. Se dico di sì a questa persona adesso, tradisco tutti gli altri. E perché lo dovrei fare? Perché dovrei dire a quelle persone: voi eravate meno importanti di quest’altra? E perché dovrei dire a questa o quella persona: tu sei più importante di tutti quelli che l’avevano chiesto prima?”

D: Quanto può influire sulla capacità di comprendere una storia il fatto di essere stranieri? Nella sua recensione sul New York Times, Michiko Kakutani dice che Elena Greco fu "lucky enough to win a place at a decent school" (abbastanza fortunata da vincere un posto in un’università decente). Ma quell’università, in realtà, è la Normale di Pisa. Se persino la Kakutani è riuscita a perdersi un dettaglio così fondamentale solo perché non è italiana, quanto può perdersi un lettore “normale”?

R: Diciamo che c'è una sorta di imperialismo culturale americano comune a tutti i lettori americani quando si avvicinano a una storia straniera. Ma la questione è più ampia: in Italia la Ferrante ha molto successo nella classe medio-alta, per esempio. Ma quante di quelle persone possono capire com’è crescere in un rione povero e violento di Napoli? Penso semplicemente che a un certo punto, con una scrittura come la sua, il lettore inizi a sentire che c’è qualcosa di più grande che pulsa sotto la superficie. E quella cosa cattura anche le vite più diverse. Del resto è a questo che serve la letteratura.

D: Che cosa pensa del fatto che la Fandango stia per realizzare una serie tv sulla tetralogia?

R: Sono entusiasta. So che la Ferrante è molto coinvolta nel progetto, che non succede nulla senza che lei venga consultata, e questo mi basta per sapere che sarà un prodotto di ottima qualità.

D: Qui a Europa Editions come selezionate i manoscritti? Quanto conta la lettera di presentazione, quanto la sinossi, e quanto leggete prima di dire: questa cosa è interessante?

R: Io leggo tutto ciò che riceviamo. Inizio però subito dal manoscritto: non dalla lettera di presentazione, né dalla sinossi. Guardo il testo dell’e-mail solo per assicurarmi che non si tratti di qualcosa che proprio non pubblichiamo, ma vado dritto alla storia. Leggo le prime 30 pagine e poi decido se andare avanti. Ci sono volte in cui capisco dalla seconda riga che quella cosa non funziona, ma do sempre, sempre il beneficio del dubbio, e continuo fino a pagina 30. Mi sembra il minimo che posso fare: è una questione di rispetto per chi dall’altra parte si è impegnato a scrivere una storia. In genere però non cambio mai idea.

D: Consigli a chi voglia fare lo scrittore?

R: Solo uno: leggete molto. Se già leggete molto, leggete di più.

D: Il fatto di scrivere lei stesso, e di essere anche traduttore, la aiuta nel suo lavoro qui?

R: Lo scrivere non penso. Con la traduzione invece è diverso: lavoro con molti traduttori, e avere quell’esperienza nel mio percorso mi aiuta a comprendere e gestire meglio le difficoltà a cui ognuno di loro può andare incontro durante una traduzione.

D: Il libro che non pubblicherebbe mai?

R: Ah, la maggior parte! Si potrebbe fare a meno del 60 per cento dei libri in circolazione. Noi come Europa Editions siamo fortunati: possiamo pubblicare solo quelli che ci piacciono. Purtroppo la linea tra realismo e cinismo in editoria è sottile: un editore ovviamente deve chiedersi “questo libro venderà?”, perché per continuare a fare il suo lavoro ha l’obbligo di essere realistico. Ma se legge un libro che detesta, e decide di pubblicarlo lo stesso solo perché pensa che venderà, ecco: quello è cinismo. Noi per fortuna possiamo permetterci di non essere cinici.

D: Qual è l'autore che l'ha più emozionata incontrare?

R: Ottima domanda. Penso Massimo Carlotto. Fu molto emozionante leggerlo, molto emozionante immaginare di poterlo incontrare, e ancora più emozionante incontrarlo sul serio. È una persona speciale, con una storia incredibile.

D: Lei è australiano: un paio di autori australiani che ci suggerisce?

R: Due in uscita per noi quest’anno: Charlotte Wood e Joan London. Due scrittrici molto diverse, entrambe eccezionali. E uno che mi piacerebbe molto pubblicare che è Richard Flanagan, uno dei più grandi autori australiani contemporanei.

D: Una curiosità: dove vive a New York?

R: A Brooklyn, a Boerum Hill. Amo molto Brooklyn e quella zona.

D: E a Roma dove viveva?

R: In un posto bellissimo: il rione Monti.

D: Vuole vivere a New York per tutta la vita?

R: Chi può dirlo. Pensavo che sarei rimasto a Roma per sempre e adesso sono qui. Magari un giorno potrei tornare a Roma, oppure andare a Londra dove c’è l’altro ufficio di Europa Editions, oppure da qualche altra parte. Per me è importante solo che sia un posto stimolante sia per me, sia per la mia famiglia, e dove io possa continuare a fare quello che sto facendo: bei libri.

Altri Servizi

liveblog4testing

subtitle

Usa: -701.000 posti di lavoro a marzo, la disoccupazione sale al 4,4%

Primi effetti del coronavirus, ma i dati si riferiscono solo fino al 12 marzo, all'inizio dell'applicazione delle misure restrittive per contenere la diffusione della pandemia

Wall Street, attesa per il rapporto sull'occupazione

Petrolio in rialzo dopo il diffuso ottimismo sul taglio della produzione
AP

Usa, effetto coronavirus: 10 milioni di disoccupati in due settimane

La scorsa settimana, 6,6 milioni di nuove richieste di sussidi di disoccupazione, il doppio della settimana precedente
Ap

Wall Street, attenzione alle richieste di disoccupazione

In programma anche il deficit della bilancia commerciale
AP

Coronavirus, Pence: "Situazione Usa comparabile a quella dell'Italia"

Il vicepresidente Usa: "Il futuro è nelle nostre mani". I casi negli Stati Uniti sono 189.633, i morti 4.081

Wall Street riparte dopo il primo trimestre peggiore della sua storia

Oggi atteso il dato sull'occupazione nel settore privato
AP

Trump allenta gli standard ambientali per le auto

Le nuove norme, che cancellano le misure volute da Obama, saranno subito portate in tribunale da Stati e gruppi ambientalisti

Cuomo: "Coronavirus sottovalutato". Nello Stato di New York, 75.795 casi e 1.550 morti

I positivi aumentati del 14% in un giorno, i morti del 27,2%
iStock

Wall Street, resta l'agitazione per coronavirus e petrolio

Dati in programma: indice dei prezzi e fiducia dei consumatori
AP