Manafort si offrì di negoziare per l'Ecuador un accordo per consegnare Assange agli Usa

Nyt: l'ex capo della campagna presidenziale di Trump avrebbe più volte incontrato il presidente Moreno, desideroso di sbarazzarsi del fondatore di WikiLeaks. Le indagini di Mueller sul Russiagate fermarono il lobbista
Ap

Paul Manafort, ex presidente della campagna elettorale di Donald Trump, si sarebbe offerto al presidente dell'Ecuador come intermediario per un accordo con gli Stati Uniti, che prevedesse la consegna di Julian Assange in cambio della cancellazione di una parte del debito di Quito. Dal 2012, Assange vive nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, nel Regno Unito, dove si era rifugiato per sfuggire alla richiesta di estradizione della Svezia, dove era indagato per stupro (l'inchiesta è stata poi archiviata, ma se lasciasse l'ambasciata rischierebbe di essere consegnato agli Stati Uniti).

Durante un incontro con il presidente eletto Lenin Moreno nel maggio 2017, scrive il New York Times, Manafort avrebbe detto di poter negoziare un accordo con l'amministrazione statunitense. Manafort avrebbe incontrato Moreno, intenzionato a 'sbarazzarsi' di Assange - aiutato invece dal presidente Rafael Correa, all'epoca ancora in carica - in almeno due occasioni. Manafort, potente lobbista internazionale, si era inizialmente rivolto all'Ecuador per cercare di 'vendere' un accordo con la Cina nel settore elettrico, nel tentativo di guadagnare qualche ricca commissione in un momento di difficoltà economica, dovuto anche alle fatture legali da pagare.

Un paio di giorni dopo l'ultimo incontro a Quito, Robert Mueller fu nominato procuratore speciale per indagare sulle ingerenze russe nelle ultime elezioni presidenziali statunitensi e Manafort divenne subito un suo obiettivo primario. Così, i negoziati tra Manafort e l'Ecuador terminarono, senza naturalmente un accordo.

Non ci sono prove, sottolinea il New York Times, che Manafort stesse lavorando per l'amministrazione Trump o che l'avesse anche solo informata della sua iniziativa. Non ci sono nemmeno prove che la volontà di Manafort fosse motivata dalle preoccupazioni sulle indagini di Mueller e sull'eventuale ruolo di Assange e WikiLeaks nel facilitare gli sforzi russi per aiutare Trump a vincere. Un portavoce di Manafort ha detto che fu Moreno a parlare di Assange e del suo desiderio di sbarazzarsene e che il lobbista "ascoltò senza fare promesse, visto che lo scopo di quell'incontro era un altro". Già la scorsa settimana, la Cnn aveva sostenuto che Mueller avrebbe indagato su un incontro tra Manafort e Moreno, avvenuto nel 2017; Mueller sarebbe stato interessato a capire se WikiLeaks e Assange fossero stati al centro dei colloqui.

Washington ha segretamente incriminato Assange, ma l'incriminazione è stata svelata per errore in un atto giudiziario relativo a un'inchiesta che non aveva nulla a che vedere con il fondatore di WikiLeaks. Fin dal 2010, le autorità statunitensi hanno cercato di incriminare Assange e la sua organizzazione per la pubblicazione di documenti segreti che hanno svelato gli abusi commessi dai soldati statunitensi in Iraq e Afghanistan e i programmi di sorveglianza di massa della Nsa, un'agenzia d'intelligence statunitense.

Manafort è stato accusato, lo scorso anno, di una serie di reati dall'ufficio di Mueller, in relazione al suo lavoro di consulente filorusso in Ucraina, e arrestato; si è poi dichiarato colpevole di alcuni reati nell'ambito di un patteggiamento con le autorità; i termini dell'accordo, secondo l'ufficio di Mueller, sarebbero però stati violati. Manafort resta in isolamento in carcere, in attesa della sentenza; per reati che includono l'evasione fiscale e il riciclaggio di denaro, rischia di subire una condanna di oltre dieci anni di carcere.

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