Matrimoni gay, Obama sempre più sotto pressione

Il Presidente "equilibrista"; Romney invece insolitamente lineare sul tema. Domani referendum in North Carolina

L'uscita di ieri del vicepresidente Joe Biden, che durante la trasmissione televisiva Meet the Press ha dichiarato di sentirsi “completamente a proprio agio” con la prospettiva dei matrimoni gay, era chiaramente fatta apposta per puntellare il difficile equilibrismo del presidente Obama, il quale preferirebbe accaparrarsi i voti dell'elettorato gay-friendly senza comprometersi troppo, ma è alle prese con il pressing dell'ala liberal del Partito Democratico che vorrebbe invece che il matrimonio tra omosessuali venisse inserito esplicitamente nel programma elettorale. Sintomatico il fatto che non appena l'intervistatore ha segnalato la cosa su Twitter scrivendo che il vice è in questo senso “più avanti” del presidente, immediatamente David Axelrod, il guru elettorale di Obama, è intervenuto twittando che in realtà la posizione del Presidente è esattamente la stessa, ossia che le coppie gay devono "avere gli stessi diritti" di quelle etero: 

Siamo quindi ancora una volta alle volte alle prese con una calcolata ambiguità tra il sostegno alle unioni civili e quello al vero e proprio matrimonio omosessuale (Obama si è sempre detto favorevole alle prime e contrario al secondo, ma ha anche precisato che la sua posizione è "in evoluzione", senza però mai aver annunciato con quale esito).
Ieri The Politico ha rilanciato la questione raccontando di pressioni "da sinistra" sempre più diffuse ed ostinate da parte delle associazioni gay militanti, che vorrebbero dal presidente un “passo avanti” più netto.

Molto più lineare è, una volta tanto, la posizione di Mitt Romney, il quale nell'agosto del 2011 firmò (come del resto la quasi totalità dei candidati alle primarie presidenziali repubblicane) un impegno solenne, promosso da un gruppo di pressione conservatore, con il quale promise di attivarsi, se eletto presidente, per sbarrare la strada al matrimonio omosessuale, anche sostenendo un apposito emendamento alla costituzione degli Stati Uniti (era stata anche una promessa elettorale di Bush nel 2004, caduta nelo dimenticatoio complice il fatto che aveva contro la maggioranza al Congresso).
In questo ambito il candidato repubblicano non può permettersi la minima trasgressione: se ne è avuta conferma la settimana scorsa, quando Richard Grenell, nominato suo portavoce sulla politica estera, è stato costretto a dimettersi dopo appena un gionro perché dichiaratamente gay.
Il Los Angeles Times negli scorsi giorni ha ricostriuito anche la storia – ripresa ed approfondita ieri dal sito BuzzFeed  – della sua opposizione alle nozze gay nove anni fa, quando era governatore del Massachusetts. Ne emerge un caso di posizione costante e coerente, piuttosto raro per un politico come lui tristemente noto per i suoi frequenti riposizionamenti e per le sue opportunistiche oscillazioni.
Nel 2002 in campagna elettorale aveva dichiarato di essere contrario sia ai matrimoni gay che al riconoscimento delle unioni civili. Appena dieci mesi dopo la sua elezione, la Corte Suprema dello Stato decretò che gli omosessuali dovevano poter accedere all'istituto del matrimonio in Massachusetts, perché vietarglielo era una discriminazione costituzionalmente illegittima. Romney si attivò allora per “impedire che Boston divenisse la Las Vegas dei matrimoni gay”, e lo fece riesumando una legge del 1913, nata per impedire i matrimoni interraziali, la quale vietava a coppie non residenti nello Stato di trasferirvisi solo per contrarre matrimonio.
Se nei prossimi mesi la questione sarà argomento di campagna elettorale, sarà interessante osservare come sia Romney che Obama sapranno maneggiarla.

Domani il matrimonio gay sarà messo ai voti con un referendum popolare in North Carolina (proprio lo Stato in cui ai primi di settembre avrà luogo la convention nazionale democratica). Gli elettori sono chiamati ad esprimersi per decidere se confermare o abrogare l'emendamento che ha inserito nella costituzione di quello Stato la definizione di matrimonio come “unione fra un uomo e una donna” (sbarrando la strada a qualunque legge ordinaria o pronuncia di Tribunale che miri a dare accesso al matrimonio alle coppie omosessuali). Consultazioni referendarie di questo genere si sono tenute in 32 Stati tra il 1998 e il 2006, e il no ha vinto in tutti i 32 casi: sempre, senza eccezioni. Se domani l'esperimento numero 33 andasse diversamente, sarebbe la prima volta nella storia degli USA.
Oggi il matrimonio omosessuale è consentito in dieci Stati (New York e Maryland si sono aggiunti l'anno scorso); in tre di essi la questione è però ancora aperta in sede giudiziale (il caso più noto è quello della California, che presto potrebbe approdare davanti alla Corte Suprema di Washington). Negli altri quaranta Stati sono vietati. Tutti i dettagli in una nuova accurata infografica di Pew Stateline, a questo link