Appese al muro come l’albero della cuccagna, o forse, “come i salami dal macellaio”, come ha detto lo stesso artista. Questo è l’allestimento che Maurizio Cattelan ha scelto per le sue 130 opere in mostra al Guggenheim di New York per la sua prima retrospettiva “Maurizio Cattelan: All”. Tutto Maurizio Cattelan. Come se fosse facile afferrare con un’unica immagine gigante –un’istallazione di sculture che si sovrappongono senza soluzione di continuità – quel guizzo così vivace, furbo, dispettoso, ironico, anarchico, ma anche meditativo e pesante che caratterizza il corpus dei lavori del più quotato tra gli artisti italiani contemporanei (per fare un esempio l’anno scorso da Sothebys’ la scultura che rappresenta l’artista che sbuca dal pavimento di un museo è stata battuta all’asta per quasi 8 milioni di dollari).

Camminando per il corridoio a spirale che caratterizzata l’interno del Guggenheim, con gli occhi al soffitto, lo spettatore cerca di districarsi nel mondo di Cattelan fitto d’immagini da una potenza semantica e simbolica senza uguali. Le opere non sono appese né in ordine cronologico né di alcun altro tipo. Sta al visitatore riconoscerle mentre si nascondono una dietro l’altra. Tra le altre, andando dal basso verso l’alto, si intravede “Novecento”, il cavallo imbalsamato che l’artista appese per la prima volta al soffitto della Tate di Londra nel 1999. Aveva preso un cavallo, una delle figure più tradizionali della scultura fin dall’epoca romana. Ma semplicemente appendendolo al soffitto ha rivoluzionato l’approccio a quel tipo di scultura offendo un nuovo punto di vista e, assieme, una riflessione sull’immobilismo del secolo scorso. Poco più in là c’è l’ulivo che l’artista aveva esposto, con tanto di zolla di terra con tutte le radici, per la prima volta nel 1998 in un museo in Lussemburgo, un posto totalmente fuori luogo per una pianta, ma anche simbolo dello spaesamento dell’artista nel mondo dell’arte contemporanea. Ecco poi la “Nona Ora”, la scultura iperrealista del papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite, una delle immagini più famose dell’artista che spesso riprende simboli dell’iconografia cattolica, così presenti nella sua educazione da bambino, per metterli in dubbio o dare loro tutta un’altra valenza. Così in “Charlie Don’t Surf” un manichino di bambino è inchiodato al banco di scuola con delle matite. I palmi delle mani perforati ricordano quelli di Gesù in croce, ma il contesto qui è completamente diverso. La critica è alla scuola che a volte annoia a morte i bambini e li priva della loro fantasia. Del resto Cattelan ha sempre mal sopportato l’autorità e il potere imposto dall’alto. Anche nell’arte. Tanto è vero che nel 1999 all’inaugurazione della sua mostra alla galleria Massimo de Carlo di Milano ha letteralmente "scotchato" il gallerista alla parete, lo ha appeso al muro, manco fosse un quadro. Tutt’ora a Milano a Piazza Affari davati alla Borsa troneggia sprezzante il suo “dito medio” ovvero, la scultura in marmo di Carrara “L.O.V.E.” composta da una mano a cui sono state mozzate tutte le dita tranne il medio. È una mano gigante, ma inerme, ferita, che comunque resta indomita e manda a quel paese l’impero della finanza alla base della crisi economica mondiale del 2008. In qualche modo Cattelan ha preceduto “Occupy Wall Street”. Il suo dito medio occuperà Piazza Affari almeno fino a maggio e all’assessorato alla cultura di Milano si lavora perché ci resti per sempre. Una copia più piccola di “L.O.V.E” è appesa anche qui a New York come parte della megaistallazione.
Ma le opere sono appese o impiccate? Il dubbio viene visto che, a detta dello stesso artista, questa opera segna il suo addio all’arte contemporanea. “Vado in pensione”, ha detto Cattelan. Difficile pensare che scomparirà nell’ombra. Molto probabilmente indossando il cappello di curatore, di collezionista, di editore e di organizzatore continuerà a scardinare il pensiero conformista e a fare incursioni nel mondo dell’arte. Di certo porterà avanti la rivista “Toilet Paper” assieme al fotografo Pierpaolo Ferrari. Non una parola di testo scritta, in ogni numero ci sono poco più di una ventina di foto in sequenza: surreali, familiari e stranianti, scattate da chi non può fare a meno di divorare immagini o di rubarle dagli altri per poi rielaborarle in uno studio composivo dalla precisione quasi maniacale.
Insomma Cattelan volta pagina, ammesso che non ci stia prendendo in giro. “C’è un momento nella vita in cui si rischia di diventare la parodia di se stessi”, ha detto l’artista ad ArtInfo. “Quindi prima che questo accada, andare in pensione è un modo per salvarsi”. Sembra proprio che faccia sul serio. E questa mostra segna la fine, “the end”. Ma, in perfetto stile Cattelan, con una piccola rivoluzione. Tradizionalmente nelle retrospettive le opere vengono dislocate distanti l’una dall’altra, con spiegazioni e didascalie. Cattelan invece sovverte lo spazio, uno spazio cosi fortemente connotato come quello del Guggenheim di New York la cui architettura a elica ha sempre condizionato l’allestimento. Appese al soffitto ad altezze diverse, i lavori di Cattelan cannibalizzano lo spazio e si offuscano a vicenda lasciando il resto dello spazio espositivo immacolato. Anche sul finale Cattelan non fa che continuare a stupirci.














