Qui viene voglia di sperimentare, provare tecniche e materiali diversi

Una pittrice milanese a New York, la storia di Cristiana
Ps. Serie Invisible cities/Le mie

“Come vedo New York? New York è un mostro”. Ride Cristiana Depedrini, perché quel mostro è il posto dove ha realizzato il suo sogno, un sogno americano lo chiamerebbe qualcuno. Milanese, classe 1976, pittrice, a un certo punto ha cominciato a guardare anche altrove. Per una questione di stimoli, di crescita e di voglia di sperimentare. “In Italia anche una piazza come Milano risulta abbastanza limitata”, racconta, spiegando come è nata la voglia di staccare quel biglietto che, almeno per ora, è di sola andata: anche se il futuro è tutto da definire, la Grande Mela è ancora il posto dove stare, “una bella scuola, un posto meraviglioso, la fonte di una miriade di stimoli diversi”.

Ma la strada che porta da Milano a New York non è così lineare. “Ci vuole determinazione, non è facile, bisogna dirlo”, dice Cristiana, ma se si vuole si può, è il bello degli Stati Uniti. Il primo passo è esplorativo e di ricerca, perché “è già un lavoro capire dove indirizzarsi”: serve un periodo di almeno sei mesi per comprendere che aria tira, per scegliere su quale piazza muoversi - New York, ma anche Los Angeles e, da qualche tempo a questa parte anche Miami, complice l’impatto positivo della fiera Art Basel – e per farsi un’idea del tipo di offerta. “Ci sono talmente tante gallerie, bisogna indirizzarsi verso il proprio settore”, racconta.

Per questa prima fase l’ideale è un visto “B1” – per chi viaggia per motivi lavorativi o turistici per un periodo di tempo determinato (vai alla pagina sui visti), - ma poi, se si decide di tentare l’avventura americana la questione si complica un po’: bisogna passare a un visto “O-1”, quello per gli artisti, e per ottenerlo bisogna avere uno sponsor, un magnate come si sarebbe detto in altri tempi. “Deve essere un gallerista, un collezionista o qualcuno che lavora nel mondo dell’arte, insomma qualcuno che si faccia rappresentante del tuo lavoro. Non ha una responsabilità economica, ma si presume che se decide di sponsorizzarti abbia interesse per il tuo lavoro e a metterlo in mostra, a farlo vedere e girare, possibilmente a venderlo”, dice Depedrini. Per ottenere un visto “O-1” si deve presentare una vasta documentazione, compresi lavori fatti in precedenza fuori dagli Stati Uniti e la procedura è articolata, quindi è bene affidarsi a un avvocato, cosa non obbligatoria ma fortemente consigliata: “ci sono vari percorsi, si può fare anche senza, ma è molto più complesso”. E non immediato. Quanto bisogna aspettare? Con la procedura standard ci vogliono circa tre-quattro mesi (per dare un ordine di grandezza, servono più o meno 4.000 dollari, compreso l’avvocato), mentre con quella accelerata bastano due o tre settimane, ma si spendono circa 1.000 dollari in più.

Una volta ottenuto il visto, che dura tre anni ed è rinnovabile con la stessa procedura, si è autorizzati a lavorare come artista negli Stati Uniti, vendendo le proprie opere, con contratti per progetti singoli o accordi di durata più lunga con gallerie o fondazioni. Proprio queste ultime sono spesso la strada da battere: per farsi conoscere una buona via è approfittare di concorsi, organizzazioni e fondazioni che promuovono gli artisti emergenti e cercare di farsi notare da associazioni che promuovono i vari settori culturali a livello locale. Nel borough di Brooklyn, per esempio, il Brooklyn Arts Council, organizzazione fondata nel 1966, dà riconoscimenti nei vari settori artistici, mettendo a disposizione dei vincitori finanziamenti per vari progetti.

La cosa migliore è cercare di avere una galleria alle spalle: “se una persona è venuta qui per fare l’artista, di base preferisce avere una galleria, è possibile vendere privatamente, cercare percorsi alternativi, ma non è affatto facile”. Le delusioni dunque possono essere tante, vanno messe in conto su un mercato complesso come quello newyorkese, che fa spazio a tutti, ma dove farsi un nome non è immediato né semplice. Le parole d’ordine sono dunque pazienza, determinazione, coraggio. “Il mercato newyorkese è supercompetitivo, non è affatto facile se non si hanno contatti”, ma l’importante è non demordere e “non scoraggiarsi”, cercando di comprendere rapidamente “un sistema molto diverso da quello italiano”. Il punto di forza del mercato americano, rispetto a quello italiano, sta soprattutto “nella possibilità di scelta, nella varietà e nella quantità di stimoli e in un livello di partenza del contesto artistico molto alto”. E i lati negativi? Il pregio più grande di New York diventa anche il suo difetto: “è un mercato dell’arte molto ambito, spietato, le persone arrivano da ogni parte del mondo” ed è quindi difficile tenere il passo di una competizione che sposta il limite sempre più in alto.

Insomma bisogna crederci. Cristiana, dopo quel corso alla University of California nel 2005, ci ha creduto, lo ha voluto, si è impegnata per trasformare un’idea in una realtà. Una realtà in continua evoluzione, come la sua stessa arte: “il mio lavoro è cambiato e cresciuto. C’è talmente tanta offerta che viene voglia di sperimentare, provare tecniche e materiali diversi”. Lei per esempio, pittrice per vocazione, si è cimentata con il disegno e le installazioni, perché “volente o nolente si assorbe e viene voglia di mettersi alla prova”. Nei primi anni di carriera “più volubile”, come lei stessa si racconta, cambiava spesso soggetto, influenzata anche dagli studi in scenografia teatrale.

Poi nella Grande Mela qualcosa è cambiato, la città stessa è entrata nella sua arte, mescolando la vita reale a quella sulla tela, con un occhio alla letteratura: l’ispirazione dell’ultima serie viene da “Le città invisibili”, il romanzo di Italo Calvino, “io ci ho visto dentro New York, una città che influenza e modella la vita delle persone che ci vivono”. E proprio parlando di New York, della sua New York, del “mostro”, Depedrini si entusiasma: “non si ferma mai, è una giostra, un parco giochi gigante, una centrifuga, come ho raccontato anche nella mia serie Laundry Day”, che è stata esposta alla galleria 255 Canal di Manhattan. “E’ bella, divertente e varia, una scoperta continua, se me ne andassi probabilmente mi mancherebbe il ritmo di questa città. Il rovescio della medaglia è che rischia di centrifugarti, la amo ma non sono un’amante spassionata”. Ma la domanda, in fin dei conti, resta quella che aspiranti artisti dall’altra parte dell’Atlantico vorrebbero fare: vale la pena provarci? Cristiana non ha dubbi e risponde con una sola parola: “sì”.

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