Nell'America di Trump, shutdown da record, emergenza nazionale non ora

Il più lungo finì nel 1996 dopo 21 giorni con Clinton alla presidenza. Casa Bianca non esclude duri per altre settimane. S&P: paralisi governo costerebbe più di quanto chiesto al Congresso dal leader Usa per il muro

Donald Trump può 'vantarsi' di un record: da sabato 12 gennaio lo shutdown iniziato il 22 dicembre è il più lungo della storia americana. Il precedente record fu messo a segno tra il dicembre 1995 e il 6 gennaio 1996; allora alla Casa Bianca c'era il democratico Bill Clinton.

Per un presidente che all'inizio di dicembre si era detto "orgoglioso" di provocare una paralisi parziale del governo federale pur di riuscire a costruire un muro tra Stati Uniti e Messico, il primato sarà forse da incorniciare. Se non altro, perché dà al Commander in chief repubblicano una buona scusa per ricorrere a una via di uscita ripetutamente ventilata ma a cui non intende ricorrere "così presto": invocare una "emergenza nazionale" al confine meridionale del Paese, dove secondo Trump "la situazione è decisamente peggiore di quanto quasi chiunque possa immaginare, una invasione". Per questo ha promesso di costruire una "barriera di acciaio" o muro che dir si voglia, anche a costo di bypassare il Congresso.  Per lui sarebbe una "soluzione facile" a cui per ora non intende ricorrere (forse perché una emergenza non esiste?).

Forse non a caso la Casa Bianca non esclude che lo shutdown duri per altre settimane. Stanto al Wall Street Journal, l'amministrazione sta discutendo come usare il secondo discorso sullo stato dell'unione che il presidente terrà probabilmente il 29 gennaio se la paralisi del governo federale sarà ancora in corso. In quella data sarebbe al 39esimo giorno. Allo stesso tempo, continua il giornale, l'Office of Management and Budget della Casa Bianca si sta preparando a uno scenario in cui lo shutdown continui fino alla fine di febbraio. 

La Casa Bianca ha iniziato a studiare quali fondi possono essere destinati alla costruzione del muro nel caso in cui si ricorra all'emergenza nazionale. L'idea assai controversa è quella di attingere ai 13,9 miliardi di dollari destinati a progetti in aree colpite da uragani come Texas e Porto Rico. Una mossa inaccettabile per chi è ancora alle prese con i danni provocati dai disastri naturali.

Con alle spalle il terzo shutdown della presidenza Trump, il partito repubblicano è diviso per quanto lui parli di una unità senza precedenti. Per il senatore Lindsey Graham "è giunta l'ora che il presidente usi i suoi poteri per finanziare la costruzione del muro", giudicato immorale, inutile e costosto dai democratici da inizio mese di nuovo in controllo della Camera.

Per il senatore Chuck Grassley invece, dichiarare una emergenza nazionale "creerebbe un brutto precedente".

Anche Marco Rubio, il senatore della Florida che inutilmente cercò di ottenere la nomination repubblicana nella corsa per la Casa Bianca del 2016, una tale mossa sarebbe rischiosa: "Se oggi c'è una emergenza nazionale in termini di sicurezza al confine, domani potrebbe esserci per via del cambiamento climatico", un tema caro all'opposizione democratica ma irrilevante per il Gop.

Trump è convinto di avere "il diritto assoluto" di invocare quell'emergenza, una mossa dalla legalità incerta che finirebbe quasi certamente in tribunale. Di sicuro, le trattative sono in stallo. Lui esige che in una qualsiasi legge di spesa utile per riaprire il governo siano inseriti 5,7 miliardi di dollari per il muro. I democratici sono stati disposti ad arrivare solo a 1,3 miliardi per potenziare la sicurezza ai confini. Trump potrebbe addolcire la pillola amara per i Dem offrendo in cambio dei fondi per il muro una protezione legale ai cosiddetti Dreamers, le persone che vivono negli Stati Uniti ma che furono portati nel Paese da bambini senza un permesso di soggiorno. Quelle persone sono state salvate dalle espulsioni grazie al programma Daca voluto da Barack Obama ma abrogato da Trump. Peccato che anche questa soluzione sia da escludere. Lo ha chiarito giovedì 10 gennaio il vicepresidente Mike Pence, fiducioso che il Daca (la cui abrogazione è stata bloccata da un giudice) sarà giudicato incostituzionale dallaa Corte Superma, che però non ha ancora indicato se si occuperà del caso.

Nel frattempo sia Moody's sia Fitch hanno espresso preoccupazioni per le conseguenze negative sulla tenuta creditizia degli Usa. Due giorni fa Fitch non ha escluso un taglio del rating AAA della nazione. S&P ha avvertito: se lo shutdown durerà altre due settimane, il suo costo per l'economia americana sarà superiore a fondi chiesti da Trump per la costruzione del muro. Stando ai calcoli di S&P Global Ratings, lo shutdown sarà arrivato a costare oltre 6 miliardi di dollari tra 14 giorni. La cifra supererebbe i 5,7 miliardi che Trump ha chiesto per finanziare la costruzione della barriera e che esige siano inseriti in una qualsiasi legge di spesa pensata per riaprire il governo. Sempre secondo l'agenzia di rating, entro oggi gli Usa avranno mandato in fumo 3,6 miliardi. In una nota odiera il capo economista di S&P, Beth Ann Bovino, ha scritto: "Stimiamo che lo shutdown sottragga al Pil reale del trimestre 1,2 miliardi di dollari circa per ogni settimana in cui il governo è parzialmente chiuso. Potrebbero sembrare spiccioli per la più grande economia al mondo ma significano tanto per quei lavoratori senza stipendio che cercano di coprire le loro spese".

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