Le riserve indiane hanno per anni fronteggiato tassi di criminalità di quasi due volte e mezzo superiori alla media nazionale degli Stati Uniti. Ma stando al New York Times, il ministero della Giustizia, responsabile della persecuzione dei crimini più violenti nelle 310 riserve presenti sul territorio statunitense, avvia indagini in appena metà dei casi di omicidio e in solo un terzo dei casi di violenza sessuale.
Mentre i procuratori federali giustificano il loro assenteismo sottolineando la mancanza di prove in molti dei casi in cui sono chiamati a pronunciarsi, gli indiani d’America sostengono che il basso tasso di imputazioni da parte del governo federale incoraggia il crimine nelle riserve.
Secondo la legge, i tribunali delle tribù hanno l’autorità di imputare gli indiani per i crimini commessi nelle riserve ma non possono elargire pene superiori ai tre anni. Pertanto gli indiani si rivolgono al governo federale per perseguire i crimini più violenti.
“Oltre a rifiutarsi di avanzare imputazioni alcuni casi, uno dei problemi principali è che non riceviamo alcuna giustificazione per la rinuncia”, ha detto al quotidiano newyorkese Jerry Gardner che lavora per lo sviluppo di programmi di giustizia con gli indiani presso il Tribal Law and Policy Institute. Gli indiani sono talmente frustrati da aver più volte intentato cause contro il governo federale per essersi rifiutato di avanzare accuse in alcuni casi e per un lavoro di polizia definito approssimativo.
Il procuratore federale del South Dakota Brendan Johnson spiega che il governo federale, oltre a voler rendere il processo decisionale più trasparente, ha recentemente ampliato i propri sforzi per collaborare a più stretto contatto con i tribunali delle tribù, ma che l’impazienza degli indiani è comprensibile: “avessi tassi di criminalità simili nella mia comunità, anch’io sarei arrabbiato”.














