Niccolò Ronchi: il pianista 'rock and roll' che vuole la musica classica per tutti

Intervista al concertista bresciano incontrato al Parrish Art Museum, negli Hamptons

Niccolò Ronchi è un perfezionista. Andando alla ricerca della perfezione, da 25 anni le sue mani dialogano silenziosamente con i tasti del pianoforte con una meticolosità tale che gli ha permesso di vincere 51 concorsi sugli oltre 70 a cui ha partecipato in tutto il mondo. E anche quando non è arrivato primo, si è posizionato al secondo o al massimo al terzo posto. Il tutto in soli 32 anni di vita.

Originario di Brescia, Ronchi va alla ricerca di quella che lui chiama "l'essenza della musica" usando le mani per 'cantare'. Attraverso un pianoforte. Perché, a sua detta, la "musica è tra le cose più belle dell'umanità" e il suo intento è cercare di "centrare la bellezza in senso lato": "Se attraverso quello che faccio riesco a ispirare anche solo due o tre persone per creare qualcosa di altrettanto bello, è un modo per contagiarsi a vicenda".

Abbiamo incontrato Ronchi a Water Mill, due ore di treno da New York City nel cuore degli Hamptons, la località di mare amata dai newyorchesi più ricchi per le loro vacanze ma da sempre un luogo che attrae artisti: Willem e Elaine de Kooning, Jackson Pollock, Lee Krasner e l'italiano Costantino Nivola - per citare alcuni esempi illustri - scelsero di lavorare in quella zona per la luce e la bellezza del paesaggio e del mare. Il pianista ha suonato al Parrish Art Museum, un museo fondato nel 1898 dall'avvocato newyorchese Samuel Longstreth Parrish per ospitare la sua collezione di dipinti del rinascimento italiano e che ora celebra il suo quinto anniversario dal trasferimento dalla vecchia sede nel villaggio di Southampton a quella immersa in quasi sei ettari di natura realizzata dallo studio svizzero d'architettura Herzog & de Meuron. In quella che la sua direttrice, Terrie Sultan, ha chiamato "la Svizzera degli Hamptons", sorge questo museo il cui edificio è stato costruito per imitare i fienili usati come studi dagli artisti. Con una collezione di oltre 3.000 tra dipinti, sculture e opere su carta, il Parrish vanta programmi variegati tra cui "Salon Series", una serie di concerti intimi con una nuova generazione di professionisti della musica classica organizzata annualmente a maggio e ottobre. Ronchi ha chiuso l'edizione autunnale 2017. Emozionando indubbiamente i presenti.

"A vederlo, suonare così sembra facile ma non lo è affatto", ha ironizzato Louis K. Meisel, l'uomo che seleziona personalmente ogni musicista e che poi invita nella sua casa piena di opere d'arte (è un gallerista) parte del pubblico locale per una cena preparata dalla moglie Susan, un'artista. Il riferimento era ai brani suonati da Ronchi, tra cui "Totentanz" di Franz Liszt e "Toccata Op.11" di Sergei Prokofiev. Con fare simpatico, Ronchi ha anche proposto due sue composizioni, una ninna nanna per il fratellino più piccolo e "una lettera" scritta per un'ex fidanzata. "Per fortuna la mia fidanzata attuale non è qui ma in Italia, quindi ve la posso suonare", ha scherzato facendo sorridere il pubblico.

Anche a non essere esperti, di Ronchi piace la lentezza con cui approccia la tastiera prima di suonare, le espressioni facciali che si incupiscono se per esempio la danza si fa macabra, l'approccio fisico con il pianoforte, la lacrima - invisibile ai più - versata nel pieno di un'esecuzione e l'energia apparentemente inesauribile e necessaria per chi si autodefinisce un perfezionista: "Lo ero anche quando correvo i 400 metri. Non avevo fatto nessun training professionistico ma andavo comunque veloce, al punto da arrivare a vomitare".

Qualsiasi cosa faccia, Ronchi la vuole fare bene. Questo spiega perché, quando aveva sei anni accettò la proposta dei genitori di iniziare a suonare il pianoforte e a 11 partecipò al primo concorso nazionale. "A casa mia vige il motto 'patti chiari, amicizia lunga'. Se si vuole fare una cosa, ci si impegna", ci ha detto ripercorrendo le principali tappe della sua vita da pianista concertista, inclusa quella adolescenziale: "In quel periodo ero innamorato follemente della musica", diventata "la mia unica ragione di vita nel vero senso della parola". Ronchi ha ricordato che allora era "ossessionato dalla morte. Non volevo mai dormire. Facevo il liceo scientifico informatico ma suonavo otto-nove ore al giorno". In quello che ha definito un rapporto "romantico" con la musica, per lui era come "avere le farfalle nello stomaco senza sapere se la persona di cui ti sei innamorato è davvero quella giusta". A 19 anni mise in discussione tutto, a partire dall'approccio fisico verso la tastiera. Da allora fino ai 23 anni studiò con il maestro ucraino Leonid Margarius, allievo di Regina Horowitz ossia la sorella del famoso pianista e compositore russo Vladimir. "All'epoca", ci ha spiegato Ronchi in riferimento a Margarius, "lo consideravo un Dio. Mi diceva 'Tu non chiederti perché, fai quello che ti dico'. I russi sono un po' duri. D'altra parte lui fu trattato malissimo da Regina Horowitz. Lei buttava gli spartiti dalla finestra se lui sbagliava". E del suo maestro, Ronchi racconta che "era sempre insoddisfatto ma mi ha fatto alzare di molto l'asticella". Sotto la guida del maestro ucraino, Ronchi studiava 11 ore al giorno esclusivamente pianoforte ma, diversamente dal periodo adolescenziale, lo studio "non era totalmente irrazionale. L'amore [per la musica] era più consapevole". Poi è arrivato il diploma all'Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma, al fianco dell' "altrettanto validissimo" Benedetto Lupo, concertista famoso in tutto il mondo dall'approccio "completamente diverso".

L'avventura americana di Ronchi è iniziata nel 2016 quando, tra 800-900 pianisti da tutto il mondo, fu tra i 12 selezionati a partecipare al “Pianofest in the Hamptons”, un festival musicale fondato e diretto dal pianista Paul Schenly, a capo del dipartimento di pianoforte del Cleveland Institute of Music. Ronchi ci è ritornato anche per l'edizione 2017. "Sono passati un anno e due mesi dalla prima volta e in totale ho trascorso sei mesi in Usa. Ho fatto qui in Usa più concerti che in ogni altro Paese, sia in pubblico sia in privato per famiglie super benestanti. Mi invitano spesso", ha raccontato Ronchi, appena arrivato da Las Vegas (Nevada) dove ha suonato a porte chiuse.

E' anche così che Ronchi si mantiene. "I miei genitori non mi danno un euro da quando ho 16 anni", ha detto con un pizzico di orgoglio e ricordando gli investimenti economici fatti, dagli studi privati con i maestri di pianoforte alle spese necessarie per partecipare a concorsi internazionali, in media una volta al mese: "L'unica certezza è che sai che stai spendendo soldi. E che statisticamente è più probabile perdere e tornare a casa con un calcio nel sedere". Ma lui di calci non ne ha presi mai, vista la quantità di vittorie conseguite. Precisando di non essere il "classico pianista nerd che pensa solo alla musica", Ronchi ha ammesso di essere in un momento particolare della sua vita. "Ho tanti pensieri sul mondo musicale. Amo la musica classica ma da qualche tempo mi rendo conto che per certi aspetti quello che faccio è anacronistico". Lui non intende dire che la musica classica è vecchia. Anzi. Secondo Ronchi "è eterna coma la cultura greca o latina". Il punto è che "anche se fai qualcosa di memorabile, vieni sempre paragonato ai grandi; è difficile essere ricordati come i pianisti del '900". Per questo a lui viene da chiedersi che senso abbia suonare una ballata di Frédéric Chopin quando pianisti eccellenti hanno già lasciato registrazioni storiche da cui non si può prescindere.

Secondo Ronchi urge trovare una soluzione, anche "perché le sale da concerto sono spesso piene di persone con un'età di 75". E perché lui non condivide la figura del pianista che tende a non volersi abbassare a ciò che viene percepito come la cultura popolare. Il pianista russo Sergei "Rachmaninov era la Lady Gaga" dei suoi tempi. Il compositore ungherese "Franz Liszt era il Mick Jagger di allora. Erano personaggi idolatrati come le pop star di oggi", ha spiegato Ronchi ricordando anche la popolarità del pianista americano Van Cliburn, diventato una superstar nel 1958 quando, all'età di 23 anni, dal Texas andò a Mosca - in piena Guerra Fredda - e là vinse la prima International Tchaikovsky Competition, creata per mostrare la superiorità culturale sovietica. Cliburn fu il primo e ultimo pianista per cui fu organizzata a Manhattan una "ticker-tape parade", una parata trionfale in uno spazio pubblico all'aperto che consente il lancio in cielo di migliaia di pezzettini di carta con effetto neve.

"Forse sono un pianista fuori dagli schemi", ha detto Ronchi dicendo che il tennista "Roger Federer mi ispira tanto quanto un pianista". Il punto è che "ad altissimo livello, anche professioni che sembrano totalmente diverse le une dalle altre hanno qualcosa di simile". Sarà per questo che - divagando su libri la cui lettura non si riesce a interrompere - Ronchi ha citato "Open. La mia storia", di un altro tennista, Andre Agassi. Se quest'ultimo ha sconvolto il mondo del tennis con i suoi capelli ossigenati, l'orecchino e la fascia fucsia in testa, Ronchi "vuole creare qualcosa che parla della musica classica ma che possa avere contaminazioni per avvicinarsi a un pubblico diverso". Dicendo di sentirsi "un po' Rock and roll", il pianista ha detto: "Penso ci sia bisogno anche di questo". Il motivo? "La musica classica ha solo 200 anni e tra 100 anni si suonerà ancora Chopin, Mozart e Beethoven...bisognerà vedere se ci sarà ancora il pubblico".

Mentre Ronchi vuole reinventare la musica classica, Corinne Erni vuole dare un respiro internazionale al Parrish Art Museum. Di origini svizzere, Erni è stata reclutata nel 2016 dal museo di cui è curatore per progetti speciali. Chissà che grazie a lei - parla sei lingue - sempre più italiani (e non solo) scoprano questo museo. Secondo lei "Niccolò Ronchi alla Salon Series è un esempio perfetto di quello che amiamo al Parrish: esibire artisti fantastici e allo stesso tempo illuminare i loro processi creativi". Anche con la luce speciale degli Hamptons.

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