Nike, vendite in aumento del 31% dopo lo scontro Trump-Kaepernick

Il presidente americano ha criticato il colosso dell’abbigliamento per aver scelto il quarterback che ha iniziato la protesta negli stadi contro il razzismo

Dopo essere diventata virale in poco meno di una settimana, la nuova campagna pubblicitaria della Nike che ha tra i protagonisti Colin Kaepernick, il giocatore di football "ribelle" che per primo ha dato il via alla protesta negli stati americani contro il razzismo, ha fatto incrementare le vendite online del 31%.

A dirlo è la società di consulenza americana Edison Trends secondo cui l’aumento è stato registrato fra lunedì 3 settembre – festa dei lavoratori negli Stati Uniti e giorno di lancio della campagna – e martedì 4 settembre. Un dato notevole se paragonato a quello dello scorso anno quando l’aumento di vendite era stato solo del 17 per cento.

Ad opporsi alla campagna, criticando fortemente la scelta del colosso dell’abbigliamento sportivo di avere tra i testimonial Kaepernick, è stato Donald Trump che l’ha definita un "messaggio terribile" e "una scelta inappropriata". Il motivo di tale attacco è semplice visto che il giocatore di football è diventato famoso per essere stato colui che nel 2016 ha dato il via alla protesta negli stadi contro il razzismo mandando su tutte le furie il tycoon.

Il quarterback, che si inginocchiava durante l’inno nazionale prima delle partite per protesta contro l’oppressione delle minoranze negli Stati Uniti, è ad oggi un free agent, ovvero non ha più una squadra ma rimane ancora sponsorizzato dal marchio americano. Nello specifico, la campagna di Nike celebra i 30 anni del famoso motto "Just do it", "fallo e basta". Il manifesto con la foto in bianco e nero di Kaepernick, con la scritta "Credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto quanto", è in breve tempo diventato quello più condiviso.

Tra i sostenitori dell’iniziativa figurano diversi atleti di fama mondiale come la campionessa di tennis Serena Williams, il "prescelto" del basket LeBron James e il quarterback più vincente della storia Tom Brady, ma anche l’ex capo della Cia John Brennan e il regista Spike Lee. Non tutti però hanno apprezzato la scelta del brand. Per questo motivo, subito dopo il lancio della campagna, l’hashtag #NikeBoycott è diventato popolare negli Stati Uniti, soprattutto su Twitter. Gli utenti, evidentemente sostenitori di Trump, hanno iniziato a postare video in cui danno fuoco alle loro scarpe Nike, come segno di protesta.

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