Obama ignora Trump, quattro detenuti lasciano Guantanamo

Il presidente eletto aveva chiesto il congelamento dei trasferimenti; la Casa Bianca ringrazia l'Arabia Saudita, che li ha accolti

Barack Obama ha ignorato Donald Trump. Il presidente uscente ha dato il via libera al trasferimento di quattro detenuti yemeniti da Guantanamo, il carcere di massima sicurezza a Cuba che lo stesso Obama aveva promesso di chiudure all'inizio del suo primo mandato nel 2009.

Il 44esimo Commander in chief ha dunque snobbato il suo successore, che il 3 gennaio scorso aveva chiesto un congelamento dei trasferimenti; in un tweet aveva scritto: "Non ci dovrebbe essere un ulteriore rilascio da Gitmo. Queste sono persone estremamente pericolose e non dovrebbe essere permesso loro di tornare sul campo di battaglia". Trump aveva anche promesso di riempire Guantanamo di "cattivi ragazzi".

I quattro sono arrivati in Arabia Saudita il 5 gennaio 2016. Si tratta di Salem Ahmad Hadi Bin Kanad, Muhammed Rajab Sadiq Abu Ghanim, Abdallah Yahya Yusif Al-Shibli e Muhammad Ali Abdallah Muhammad Bwazir. La popolazione dei detenuti a Guantanamo scende così a 55; era pari a 240 quando Obama arrivò alla Casa Bianca dopo essere diventato il primo Commander in chief afroamericano della storia Usa. Il trasferimento di altri 20 prigionieri non è escluso prima del 20 gennaio, quando Trump giurerà sulla Costituzione Usa diventando formalmente il 45esimo inquilino della Casa Bianca.

Con pochi giorni rimasti al comando degli Stati Uniti, e impossibilitato dall'ostruzionismo del Congresso a realizzare la sua promessa su Guantanamo, Obama ha espresso gratitudine nei confronti di Riad. Come recita una nota del dipartimento della Difesa, Washington apprezza "il gesto umanitario e la disponibilità a sostenere gli sforzi in corso degli Usa per chiudere il centro di detenzione di Guantanamo". Gli Usa, "si sono coordinati con il governo saudita per garantire che il trasferimento avvenisse nel rispetto di misure di sicurezza appropriate e di un trattamento umano". Si tratta delle frasi di rito usate in queste circostanze: le stesse parole furono pronunciate lo scorso sette luglio, quando Fayiz Ahmad Yahia Suleiman fu trasferito da Guantanamo in Italia.

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