Obama ha un problema con la guerra

Voleva essere il presidente che poneva fine ai conflitti e invece è quello che ha passato più tempo in guerra. La sua strategia? Renderla un problema di sicurezza cronico ma gestibile
AP

Sono passati quasi otto anni da quando Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti. E già da tempo sta cercando di concentrarsi su quello che accadrà dopo e sulla sua eredità. Di certo, una delle questioni per cui rischia di essere ricordato è la guerra. Un brutto scherzo, visto che sin dall'inizio della sua carriera politica ne aveva promesso la fine e si era presentato come il candidato che avrebbe chiuso l'epoca di George W. Bush.

E invece rischia di essere il presidente che nella storia americana ha passato più tempo in guerra. Ne parla il New York Times che cerca di raccontare la nuova strategia della Casa Bianca: trasformare i conflitti da sfide devastanti per la nazione a un problema di sicurezza cronico ma gestibile. Se gli Stati Uniti rimarranno in Afghanistan, Siria e Iraq entro la fine dell'anno, sarà l'unico presidente ad avere passato entrambi i suoi mandati in guerra. Più di Franklin D. Roosevelt, Lyndon B. Johnson e Richard M. Nixon, che affrontarono conflitti molto più grandi.

Certo, Obama ha diminuito i soldati a 4.087 in Iraq e 9.800 in Afghanistan, molto meno dei 200.000 inviati sul campo da Bush. Ma ha anche approvato i bombardamenti con i droni in Libia, Pakistan, Somali e Yemen, per un totale di sette Paesi in cui il suo goveno ha svolto azioni militari. 

L'immagine che Obama ha voluto dare di sé è a volte lontana dalla relatà. Quando nel 2009 accettò il premio Nobel per la pace, disse che l'umanità deve unire due verità che sembrano distanti: "che la guerra è qualcosa di necessatio e che la guerra ad alcunilivelli è espressione della follia umana".

Per fare questo ha cambiato il significato della guerra in sé. Inviando forze speciali per la formazione degli eserciti locali, facendo solo azioni aeree ed evitando di mandare militari sul campo di battaglia.

Non è chiaro se il suo successore avrà lo stetto approccio. Il candidato più forte del partito democratico, Hillary Clinton, ha da sempre una strategia più convenzionale di quella di Obama. Donald Trump ha promesso di bombardare lo Stato islamico, ma non è chiaro se invierà militari nei territori controllati dall'organizzazione terroristica. Gli storici sostengono che i prossimi presidenti continueranno a cercare di mitigare il significato del termine guerra, usando le stesse strategie impiegate per la prima volta da Obama.

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Il tiramisù di Tolmezzo sarà l’ospite d’onore all’Eataly di Chicago domani 9 ottobre. Il celebre dolce sarà utilizzato per promuovere l’enogastronomia regionale del Friuli Venezia Giulia. A raccontare la ricetta del celebre dolce e la sua storia sarà Daniele Macuglia, tolmezzino e Visiting Research Fellow presso il Neubauer Collegium for Culture and Society presso l'Università di Chicago. All’evento saranno presenti anche Sergio Emidio Bini, Consigliere per gli Affari Economici della Regione Friuli Venezia Giulia, e Giovanni Da Pozzo, Presidente della Camera di Commercio di Pordenone – Udine e Promos Italia (Agenzia italiana per l'internazionalizzazione). 

Un accordo ‘sostanziale’, ma che in realtà e’ soltanto parziale. E’ quanto annunciato dal presidente Donald Trump al termine di due giorni di negoziati con la delegazione cinese capeggiata dal vicepremier Liu He. L’intesa e’ stata comunque ben accolta dai mercati in quanto e’ riuscita ad evitare lo scattare di un incremento dei dazi in programma in prossimo 15 ottobre. Ma e’ lontana dal poter essere considerata una soluzione permanente alla guerra commerciale in corso da oltre 15 mesi tra le due economie piu’ importanti del mondo.