Obama o Romney, il prossimo presidente cambierà la Corte Suprema

Se ne parla pochissimo, ma è una delle principali poste in gioco in questa elezione presidenziale. Gli equilibri attuali e i possibili scenari dietro l'angolo

Sia che Barack Obama riesca a strappare la rielezione ad un secondo quadriennio, sia che Mitt Romney riesca nella non facile impresa di spodestarlo alla Casa Bianca, una cosa è certa: chi dei due avrà la meglio avrà modo di ridefinire i delicati equilibri all'interno della Corte Suprema degli Stati Uniti, lasciando il segno per decenni nella storia del Paese.

In questa campagna elettorale la questione non sta trovando nessuno spazio: nei rari momenti in cui non si parla di economia ci si dedica semmai un po' alla politica estera. E i due candidati ringraziano: meno sono spinti ad uscire allo scoperto su questa questione strategica ma scivolosissima, meglio è per loro. Circolano liste di ipotetici papabili in caso di rielezione di Obama e di possibili candidati in caso di vittoria di Romney; ma è roba di nicchia, destinata poco più che agli addetti ai lavori.

Non è facile formulare previsioni. I nove giudici della Corte Suprema, per garantirne l'indipendenza, sono nominati a vita; per questo rimangono sulla scena molto più a lungo del presidente che li sceglie. Il carattere vitalizio della loro carica impedisce di sapere con certezza quanti avrà occasione di nominarne un presidente nel corso di un mandato; gli addetti ai lavori tengono però d'occhio anzianità ed acciacchi di ciascuno nel tentativo pronosticare quanti e quali giudici potrebbero prossimamente lasciare un posto vacanti.

Non sempre questi pronostici sono azzeccati. Nel febbraio del 2009, a pochi giorni dall'insediamento di Barack Obama alla casa Bianca, la notizia dell'improvviso ricovero in ospedale per un cancro al pancreas di Ruth Bader Ginsburg, uno dei membri più smaccatamente “progressisti” della Corte (nonché all'epoca l’unica donna a farne parte) indusse a ritenere che a breve il nuovo presidente sarebbe stato chiamato a nominarne un sostituto. E invece la Ginsburg è ancora lì, alla faccia di chi le vuole male; e Obama ha invece potuto nominarle due colleghe donne, entrambe di inclinazione liberal: Sonya Sotomayor, primo giudice latinoamericano nella storia della Corte Suprema, chiamata da Obama a rimpiazzare il giudice “centrista” David Souter ritiratosi nel maggio del 2009, ed Elena Kagan, nominata nel 2010.

Obama in fin dei conti sostituito due giudici di sinistra con altri due del medesimo colore politico. Dopo queste due nomine, quindi, gli equilibri politici all'interno della Corte non sono mutati rispetto a quelli determinati dalle due nomine di Bush, il quale si era a sua volta limitato a sostituire un centrista con un conservatore, oltre a rimpiazzare un conservatore con un altro conservatore. Lo schema di gioco rimane quindi 4 + 4 + 1: quattro conservatori (Scalia, Thomas, Alito e il presidente Roberts), quattro progressisti (anzi tre progressiste più uno: Ginsburg, Sotomayor, Kagan e Breyer) ed un residuo solitario centrista (Kennedy).

Ma le probabilità che di qui al 2016 molti di quei nove nomi saranno cambiati sono estremamente elevate, e stavolta cambieranno molto probabilmente anche gli assetti politici. La Ginsburg oltre che per via dei suoi problemi di salute (nelle foto di gruppo appare sempre più minuscola, nemmeno le falde della toga nera riescono a riempire la sedia) è osservata speciale anche perché 79enne: se il prossimo Presidente dovesse essere Mitt Romney, è quasi scontato che venga sostituita da un conservatore. Inoltre, accanto a lei siedono due arzilli 76enni, entrambi nominati da Ronald Reagan una trentina d'anni fa – il centrista imprevedibile Anthony Kennedy e il conservatore di ferro Anthony Scalia. Se Obama venisse rieletto e Scalia andasse in pensione, ad esempio, l'ala conservatrice perderebbe la parità numerica con quella progressista, oltre a quello che è ora di fatto il suo leader intellettuale. Inoltre, in caso di abbandono da parte di Kennedy il prossimo presidente, chiunque egli sia, sarebbe chiamato a prendere la cruciale decisione di rimpiazzarlo con un altro centrista (più facile a dirsi che a farsi: in principio non è mai chiarissimo fino a che punto un giudice si possa etichettare in questo modo) oppure con un giudice ideologicamente più schierato, nel qual caso la Corte si ritroverebbe piantata, in un senso o nell'altro, in un “quattro contro cinque”. E non mancano speculazioni nemmeno sul futuro prossimo dello stesso Stephen Breyer , che ad agosto ha compiuto 74 anni.