Obama patriota: questo resta il nostro secolo


Nella guerra in Iraq che è finita "c'e' un messaggio per il resto del mondo... gli Stati Uniti intendono sostenere e rafforzare la nostra leadership in questo giovane secolo..."


01.09.10

00:14

Mario Platero


La missione di guerra in Iraq è finita. Occupiamoci dei nostri problemi interni. L'America restera' grande. Barack Obama ha spiegato agli americani il senso di questa guerra e il passaggio delle consegne; del futuro in Afghanistan dove, ha detto il Presidente dall'ufficio Ovale arredato di fresco, "I talebani e al Qaeda saranno sconfitti". Ma dove l'anno prossimo - ha detto ancora - "in agosto, ci sarà un altro passaggio di consegne...l'Afghanistan dovrà contare su se stesso". Il surge" in Iraq, come il "surge" in Afghanistan.

Molto di quel che ha detto Obama lo sapevamo già. Non sapevamo della telefonata, nel pomeriggio, prima del discorso, con l'ex Presidente Bush, che questa guerra l'ha cominciata: "potevamo essere patrioti a favore o patrioti contro la guerra, ma oggi siamo uniti dietro le nostre truppe". Molta retorica. Obama diventa patriota. Il movimento dei Tea Parties affila i coltelli davanti a una simile rivendicazione.

Un discorso con alcuni messaggi: Obama ha alzato il capo quando ha detto che in questa guerra "c'e' un messaggio per il resto del mondo....gli Stati Uniti intendono sostenere e rafforzare la nostra leadership in questo giovane secolo...". Un altro secolo americano? Forse. E la Cina? E l'India? E il Brasile? Colpisce per una volta che Obama non parli solo di mano tesa e di dialogo, ma di sviluppi positivi raggiunti grazie a una guerra americana. Obama il patriota cerca nuove strade di contatto con un'opinione pubblica che lo ama molto meno di un anno fa. Quel che conta alla fine e' l'economia, che va male.

Per questo, quasi bruscamente, Obama vira verso l'economia, parla dell'importanza della classe media, delle iniziative per rilanciare l'occupazione. Promette che la guerra, la chiusura della missione portera' piu' attenzione per la crescita e per un futuro americano di prosperita'. La diversione ha brevemente confuso. Come hanno distratto le sue grandi dita affusolate incrociate sul "resolute desk" , il tavolo Presidenziale. Ha accennato al dialogo per la pace in Medio Oriente che comincerà oggi a Washington. Poi ha ripetuto una sua vecchia ricetta: "l'influenza americana non si misura con la forza militare, ma con la diplomazia, con l'esempio, con la forza dell'economia". La diplomazia per ora ha dato poco. L'esempio americano è vago. L'economia va male. Resta la forza militare. Su quel punto il primato americano non si discute. Anche per Barack Obama convertito alla retorica del patriottismo.
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