Obama sempre più avanti in Ohio. Romney può farne a meno?

Secondo gli ultimi sondaggi pare che il presidente non si farà battere in quello Stato. Per Romney potrebbe non essere indispensabile, ma...

Ieri erano lì, tutti e due. Romney in mattinata arringava una folla di duemila persone nella palestra di un liceo di Columbus, spiegando che “il suo cuore soffre” per le famiglie dei disoccupati. Poi, nel pomeriggio, ha tenuto un comizio nei pressi di Cleveland, la città più importante dello Stato, secondo alcuni la più povera di tutti gli Stati Uniti. Poco distante, praticamente spalla a spalla nella scala di grandezza di una campagna presidenziale, Barack Obama incontrava i suoi sostenitori in due città universitarie, Bowling Green e Kent. E spiegava loro che Romney è uno che “per anni ha fatto i soldi con società che trasferivano in Cina i nostri posti di lavoro”, e che quindi quando chiede la linea dura contro la concorrenza cinese “pare una volpe che chiede di rendere più sicuro il pollaio”.

Disoccupazione, concorrenza cinese: benvenuti in Ohio, la quintessenza del Midwest con le sue frustrazioni ed i suoi incubi. Il cuore, non solo geograficamente, di quella striscia di America un tempo massicciamente industrializzata ed oggi vittima della deindustrializzazione, che passando sotto i Grandi Laghi va dalla Pennsylvania al Nord dell'Illinois, e che già negli anni Ottanta divenne tristemente nota come “Rust Belt”, la cintura della ruggine, perché disseminata di innumerevoli fabbriche abbandonate. Negli anni Novanta della delocalizzazione i posti di lavoro se ne sono andati in Asia.
Da un posto simile i politici e i giornalisti si terrebbero alla larga, se non si trattasse di uno dei più grandi “swing state”.
Alle ultime presidenziali, nel 2008, l'Ohio è andato ad Obama, di cinque punti percentuali; due anni dopo, alle elezioni di mezzo termine, è tornato in mano ai repubblicani, eleggendo fra l'altro un governatore vicino ai Tea Party, l’ex conduttore Fox News John Kasich.

In questi giorni, l'Ohio è lo swing-state in cui Romney appare in maggiore difficoltà. Sarà perché qui l'occupazione comincia a dare qualche timido segno di ripresa, sarà perché dove la disoccupazione è il problema numero uno è difficile che gli elettori si appassionino ad un candidato che da manager di licenziamenti ne ha decisi tanti; fatto sta che i sondaggi più recenti parlano di un vantaggio molto consistente di Obama in questo Stato, di ben dieci punti percentuali secondo l'ultimo della Quinnipac, di oltre cinque secondo la media calcolata da RealClearPolitics.
Ci si comincia quindi a chiedere se sia possibile per lui conquistare la Casa Bianca senza vincere in Ohio, impresa che sino ad oggi non è mai riuscita a nessun candidato repubblicano.
Conti alla mano, la risposta è sì: l'Ohio è importantissimo ma non matematicamente indispensabile, Romney “in teoria” ce la potrebbe fare anche senza i suoi 18 voti elettorali. Ma solo se vincesse in quasi tutti gli altri swing-states: sia in Virginia e in North Carolina, sia in Nevada e in Colorado, sia in Iowa e Wisconsin. Potrebbe tutt'al più permettersi di perdere in un paio di Stati piccoli, tipo il New Hampshire e il New Mexico; ma tutti gli altri sarebbero per lui degli assoluti must-win. Soprattutto lo sarebbe quello più grande, la Florida.

Lo conferma, ad esempio, Nate Silver, il sondaggiologo del New York Times. E anche Michael Crowley di Time sottolinea come in Florida, di gran lunga il più determinante di tutti gli Stati in bilico (da sola vale ben 29 voti elettorali), Romney in questi giorni viene dato sì in svantaggio, ma non uno svantaggio drammatico come quello che i sondaggi gli attribuiscono in Ohio. La Florida è ancora in gioco, e con lei lo è la Casa Bianca.