L'occupazione americana vola, Fed destinata ad alzare i tassi

L'inflazione fa meno paura: i salari orari sono cresciuti meno del previsto. Posti creati ai massimi di metà 2016. Tasso di disoccupazione fermo ai minimi di fine 2000

Il mercato del lavoro americano è in ottima salute ma ha ancora spazio per crescere. E' sostanzialmente questa la chiave di lettura del rapporto sull'occupazione Usa di febbraio, che dà a Donald Trump una scusa in più per vantarsi della ripresa dell'economia (iniziata ben prima del suo arrivo alla Casa Bianca) e che giustifica la normalizzazione della politica monetaria della Federal Reserve (già dal mese in corso).

A febbraio negli Stati Uniti sono stati creati ben 313mila posti di lavoro, oltre le stime pari a 'solo' 205.000 unità; il dato corrisponde a massimi che non si vedevano dalla metà 2016. Non a caso il segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin, ha parlato di un rapporto "impressionante" e Charles Evans, presidente della Fed di Chicago, di un numero "molto alto". Dal canto suo la Casa Bianca rimasta ormai senza il suo consigliere economico Gary Cohn, dimissionario da martedì 6 marzo, ha detto che il rapporto "è un altro segno di un'economia in ripresa" che "va ad aggiungersi a dati recenti di salari in aumento, ottimismo in volata e un'economia americana risuscitata". Il presidente americano fresco di firma di due proclamazioni che il 23 marzo faranno scattare i dazi su acciaio e alluminio stranieri in arrivo in Usa (ma non quelli canadesi e messicani) si è limitato a twittare dicendo "Lavoro, lavoro, lavoro!".

Motivi per festeggiare ce ne sono. Il tasso di disoccupazione è rimasto per il quinto mese di fila al 4,1%, minimi del dicembre 2000, anche se le previsioni erano per un ulteriore calo al 4% (non si vede un tale valore da quando, oltre 17 anni fa, Amazon era semplicemente un rivenditore di libri). Nonostante i pensionamenti dei baby boomer, la partecipazione alla forza lavoro è arrivata al 63% grazie a una salita (la prima dopo quattro mesi) dello 0,3%, la più rapida da quasi 8 anni. Il dato però resta sotto il 66% di prima della recessione, cosa che indica che c'è spazio per portare più americani al lavoro.

E' soprattutto un dato ad avere soddisfatto gli investitori che un mese fa erano andati nel panico nell'analizzare il precedente rapporto sull'occupazione Usa, quello di gennaio: il rialzo mensile dei salari orari è stato inferiore alle stime e su base annua è cresciuto del 2,6% dopo il +2,9% del mese precedente (quando raggiunse il top del 2009). Questo significa che i datori di lavoro stanno s" dando più incentivi per reclutare le figure professionali che in alcune aree scarseggiano ma non al punto da indicare un aumento delle tanto temute pressioni inflative che potrebbero spingere la Fed a essere meno accomodante del previsto. E' esattemente quanto Jerome Powell, da inizio febbraio al comando della Fed, disse nel corso del suo secondo giorno di testimonianza al Congresso il primo marzo scorso (quando suonò più "colomba" rispetto al debutto a Capitol Hill da "falco" di due giorni prima).

Insomma, per una volta a Wall Street le buone notizie vengono interpretate come tali. E non a caso gli indici hanno messo il turbo, cosa che ha permesso al Nasdaq Composite di raggiungere un nuovo record intraday. Nel frattempo, i Treasury sono stati venduti a piene mani visto il ritorno dell'appetito per asset più rischiosi. Nonostante ciò sono cresciute vicino al 30% le probabilità che la Fed alzi i tassi quattro volte e non solo tre come fino ad ora indicato dall'istituto e sperato dagli investitori. Bisognerà aspettare la fine della riunione del 20 e 21 marzo prossimi per conoscere le nuove previsioni della banca centrale (le ultime risalgono al dicembre 2017). Una stretta in quell'occasione è data per sconta ma quante ne seguiranno nel 2018? Lo spiegherà Powell quando per la prima volta affronterà la stampa in quel giorno. Nel frattempo i mercati avranno tempo di abituarsi all'idea che se l'economia continua a crescere, un altro ritocco all'insù del costo del denaro ne è una semplice conseguenza.

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