Oggi si vota in Florida. Che fine ha fatto Jeb Bush?

Nel giorno del voto decisivo delle primarie repubblicane, il silenzio del politico più importante dello Stato

A quanto pare la vittoria che Mitt Romney si avvia a mettere a segno oggi nella primaria della Florida non porterà il marchio di nessuna delle due superstar della politica del Sunshine State. Ho scritto qualche giorno fa di quanto Marco Rubio si sia fatto notare per non aver concesso a nessuno il suo ambito endorsement; altrettanto assordante è stato in questi giorni il silenzio mantenuto dall'altro "pezzo grosso" dello Stato, Jeb Bush.

Che il "fratello furbo" dell'ex presidente, nonché "figlio furbo" dell'altro ex presidente, sia in un modo o nell'altro destinato a diventare in futuro il terzo presidente Bush (mettendo a segno la tripletta dinastica nella quale non sono riusciti nemmeno i Kennedy) è un luogo comune che ci ripetiamo in tutte le salse da almeno sette anni. Magari invece non accadrà mai, e Jeb resterà solo uno stimato ex governatore della Florida. Di certo però in questi tempi in cui il campo repubblicano soffre per il vuoto di leadership e il livello infimo dei candidati, gli occhi restano puntati su di lui come su pochi altri.

Quando un paio di mesi fa, in prossimità dell'inizio delle primarie, Jeb è uscito sul Wall Street Journal con un appassionato corsivo in favore del libero mercato e contro l'invadenza dello Stato, è parso a tutti che si stesse preparando quanto meno a fare il kingmaker.

E invece no. Oggi si vota nel suo feudo, e lui niente. Zitto. Assente. Come mai Romney, che pure mesi fa aveva ricevuto pubbliche manifestazioni di stima da parte di Jeb, e che ha già incassato il sostengo ufficiale di papà Goerge H. W., non è riuscito ad ottenere l'appoggio di Jeb?

Ieri il New York Times, con un articolo che ha attirato molta attenzione (qui da noi ne parla oggi Guido Moltedo su Europa), ha rivelato che quell'endorsement è stato insistentemente chiesto, ma non è arrivato; ed ha azzardato la spiegazione che se lui si è negato, lo si deve essenzialmente al suo dissenso nei confronti della linea dura sbandierata da Romney in tema di immigrazione (tema che sta molto a cuore all'ex governatore, che ai suoi eccellenti rapporti anche personali con la comunità ispanica deve parte del proprio successo).

Il Times nota come Jeb abbia persino trovato il modo di non presenziare all'importante evento elettorale che l'Hispanic Leadership Network, l'associazione repubblicana pro-latinos della quale egli stesso è a capo, ha tenuto venerdì scorso a Miami. Aveva un'ottima giustificazione: doveva accompagnare papà in visita alla Casa Bianca. Ma a molti la sua presenza su quel divano accanto ad Obama, a migliaia di kilometri da dove si decidevano le sorti del duello tra Mitt e Newt, è parsa molto strana, quasi polemica.

Sul sito del Weekly Standard, Fred Barnes, direttore esecutivo del settimanale neoconservatore, avanza un paio di ipotesi più sofisticate: Jeb potrebbe aver preferito riservarsi di intervenire come kingmaker più avanti, casomai il voto in Florida non chiudesse la partita e si rendesse necessario l'intervento di un "pacificatore"; oppure avrebbe voluto tenersi disponibile come possibile vicepresidente (mah). O come possibile candidato presidente per la eventualità che si arrivasse alla cosiddetta brokered convention, cioé che si dovesse scegliere un candidato in sede congressuale a causa di un esito troppo risicato delle primarie. Fantapolitica, ma nel silenzio dell'interessato la fantasia galoppa.