Pace in Medio Oriente, Trump spera nei sauditi

Jared Kushner sta cercando di coinvolgere il principe Mohamed bin Salman; le tensioni con l'Iran potrebbero far saltare tutto, o spingere i sauditi a chiudere il fronte palestinese per concentrarsi su Teheran

Il presidente Donald Trump lo ha definito "l'accordo definitivo" ed è quello a cui sta lavorando da mesi, insieme al piccolo gruppo di consiglieri creato per raggiungere l'obiettivo fallito da tutti: la pace tra israeliani e palestinesi.

Il piano - Washington sta lavorando a una bozza da presentare alle parti in causa, ma la possibilità di raggiungere l'obiettivo o fallire dipende da una serie intricata di altre questioni nella regione, a partire dallo scontro tra Arabia Saudita e Iran, che potrebbe sfociare in una guerra in Libano; i Paesi arabi, però, per concentrarsi sull'Iran, che considerano la minaccia maggiore, potrebbero decidere di aiutare Washington a trovare una soluzione per chiudere la questione palestinese. Anche se Trump non si è impegnato per la creazione di uno Stato palestinese, il suo piano dovrebbe ruotare intorno alla cosiddetta 'soluzione a due Stati', che è stata al centro delle trattative per anni. "Abbiamo trascorso un sacco di tempo ad ascoltare israeliani, palestinesi e leader regionali negli ultimi mesi per aiutarli a raggiungere un accordo di pace duraturo" ha commentato Jason Greenblatt, il capo negoziatore statunitense, al New York Times. "Non creeremo una tempistica artificiale sullo sviluppo o sulla presentazione di idee e non imporremo un accordo. Il nostro obiettivo è facilitare, non imporre, un accordo di pace duraturo per migliorare la vita di israeliani e palestinesi e la sicurezza nella regione".

Trump, che si considera un 'dealmaker', uno capace di trovare sempre un accordo, ha deciso di accettare la sfida appena entrato alla Casa Bianca, a gennaio, intrigato dall'idea di riuscire dove gli altri hanno fallito, e ha assegnato il compito di lavorare all'intesa al genero, Jared Kushner.

I negoziatori - Il 'peace team' statunitense è relativamente piccolo e discreto. Comprende Kushner, Greenblatt e altre tre persone: la viceconsigliera per la Sicurezza nazionale, Dina Powell, l'ambasciatore statunitense in Israele, David Friedman, e il console generale di Gerusalemme, Don Blome. Trump è personalmente coinvolto nel lavoro e fa pressioni per avere al più presto un piano, secondo il giornalista israeliano Barak Ravid, che ha scritto un articolo sul tema per il sito Axios.

Negli ultimi nove mesi, Trump ha incontrato separatamente il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente palestinese, Abu Mazen, in tre occasioni ciascuno, per discutere del piano di pace. Il suo inviato, Greenblatt, gira costantemente tra Gerusalemme, Ramallah e le capitali arabe e il suo ultimo viaggio nella regione è durato tre settimane; Kushner, che ufficialmente guida il peace team, è andato in Medio Oriente in tre occasioni, trascorrendo ogni volta ore e ore al telefono con i leader arabi per ottenere il loro appoggio, ha scritto Ravid. Il piccolo e compatto team evita fughe di notizie e scandali, errori e imbarazzi.

Netanyahu ha recentemente detto alla prima ministra del Regno Unito, Theresa May, di essere in modalità "aspettiamo e vediamo" e di aspettarsi una proposta tra la fine dell'anno e l'inizio del prossimo, secondo fonti israeliane e britanniche di Ravid. "Non so che piano stia per presentare Trump e non sono sicuro che qualcuno lo sappia, ma sono felice - avrebbe detto - che lo staff di Trump stia portando idee nuove e fuori dagli schemi sulla questione".

Abu Mazen avrebbe detto a un gruppo di ex membri della Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, di aspettarsi un piano entro la fine dell'anno e che Trump gli ha assicurato di sostenere la soluzione a due Stati; inoltre, il presidente statunitense gli avrebbe detto che presto sosterrà pubblicamente questa posizione.

Il ruolo di Riad - Trump conta sull'Arabia Saudita per ottenere l'approvazione di israeliani e palestinesi alla sua iniziativa. Kushner punta sui suoi stretti rapporti con il principe Mohamed bin Salman per convincerlo ad avere un ruolo maggiore, e mai avuto prima, nel processo di pace. L'incontro tra i due, avvenuto un paio di settimane fa, era incentrato soprattutto su questa questione. Giorni fa, Abu Mazen è stato a Riad per parlare del processo di pace con alcuni leader sauditi.

Il vicepresidente statunitense, Mike Pence, sarà in Medio Oriente a metà dicembre e incontrerà Netanyahu e Abu Mazen, chiedendo probabilmente a entrambi di tornare al tavolo delle trattative. La situazione politica di Netanyahu potrebbe essere destabilizzata da un piano di pace che includa concessioni israeliane su temi molto sentiti, come i confini, gli insediamenti in Cisgiordania e il futuro di Gerusalemme. Le indagini in corso su Netanyahu, accusato di corruzione, rende la situazione più complicata.

Abu Mazen, invece, sta mettendo in pratica il piano di riconciliazione con Hamas: uno sforzo condotto dall'Egitto, con il sostegno tacito della Casa Bianca, che prevede il graduale trasferimento del controllo della Striscia di Gaza all'autorità palestinese. Il collasso di questo accordo potrebbe avere serie conseguenze su qualsiasi spinta per un processo di pace con Israele, secondo Ravid.

"Non c'è nulla di nuovo sotto il sole quando si parla di pace in Medio Oriente" ha detto Philip Gordon, coordinatore della Casa Bianca per il Medio Oriente sotto il presidente Barack Obama, al New York Times. Per Tamara Cofman Wittes, funzionaria del dipartimento di Stato nella precedente amministrazione statunitense, la debolezza politica attuale di Netanyahu e Abu Mazen rende "difficile la possibilità che facciano delle grandi concessioni".

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