Parte il processo per il divorzio di Londra dall'Ue, timori per ricadute su aziende Usa

Il Regno Unito ha ufficialmente avviato il processo per lasciare l'Unione europea consegnando a Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, la lettera con cui il Governo britannico attiva l'articolo 50 del trattato di Lisbona
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Ora che il Regno Unito ha ufficialmente avviato il processo per lasciare l'Unione europea consegnando a Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, la lettera con cui il Governo britannico attiva l'articolo 50 del trattato di Lisbona, gli azionisti e le autorità di regolamentazione si chiedono cosa succederà alle aziende che fanno affari con la Gran Bretagna e quale sarà l'impatto sulle loro attività. Innanzi tutto le aziende dovranno cominciare a mettere in atto i piani di emergenza che hanno studiato o, se non l'hanno fatto, preferendo un approccio attendista, dovranno delineare una strategia in tempi brevi.

Le condizioni commerciali non cambieranno immediatamente: il processo di uscita del Regno Unito dall'Ue durerà per almeno due anni, con una serie di tappe e negoziati tra il Governo di Londra e le controparti europee. Quello che invece si potrà vedere è una volatilità dei mercati finanziari e un'incertezza che potrebbe provocare un rallentamento economico, che andrebbe a incidere sulla domanda di beni e servizi. Alla luce di tutto questo, dovrà partire subito un'intensa attvità di lobby, a Londra e a Bruxelles, in modo da rendere il "divorzio" dall'Europa meno drammatico per le aziende, quelle britanniche e quelle straniere che fanno affari con la Gran Bretagna. Per fare un esempio, secondo i dati di FactSet, le aziende quotate sullo S&P 500 generano quasi il 2,9% del proprio fatturato nel Regno Unito, meno soltanto di quanto generato negli Stati Uniti e in Cina.

Le piccole imprese, che erano favorevoli all'uscita dall'Ue, vedono la prospettiva di un panorama meno vincolato dalle regole europee, ma non è detto che questo succeda: lo scenario aziendale sarà completamente trasformato, in un modo totalmente inesplorato, quindi è difficile prevedere cosa succederà e quali saranno i reali cambiamenti per le aziende, in particolare quelle britanniche che esportano prodotti all'estero o hanno dipendenti di altre nazionalità europee. Molto dipenderà ovviamente dal tipo di accordi che Londra negozierà con i partner europei e internazionali.

Le aziende americane si stanno già preparando al "dopo Brexit". JPMorgan Chase, per esempio, ha 16.000 dipendenti nel Regno Unito e il suo amministratore delegato, Jamie Dimon, aveva avvisato già prima del referendum di giugno scorso che la banca era pronta spostare una parte di questi dipendenti altrove. A Dimon aveva fatto eco, in modi diversi, anche altri istituti di credito come Hsbc, Deutsche Bank, Citigroup e Morgan Stanley.

I rischi però non riguardano solo le banche. Per alcune aziende americane l'esposizione va ben oltre la presenza di filiali sul territorio britannico. Aon, il più grande broker del mondo, nel 2012 ha deciso di spostare il proprio quartier generale da Chicago a Londra, con l'obiettivo di dare alla società un maggiore accesso ai mercati emergenti proprio attraverso la capitale inglese. Secondo gli analisti, eBay, Ford e Xerox sono le aziende americane con la maggiore esposizione nel Regno Unito. Inoltre, particolarmente esposti in Gran Bretagna sono anche Coca-Cola, Abercrombe & Fitch e Gap, Delfy, Invesco, e Wal-Mart.

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